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I sommersi e i salvati

L’immagine di cosa resta nella mente e nel cuore di chi sopravvive a un naufragio è nello sguardo di una donna issata di peso su un gommone di soccorso. Nulla. Resta il nulla.

Gli occhi sono quelli di Josefa, una donna camerunense che si era messa in viaggio dal suo Paese per sfuggire a un marito violento e ha finito per passare due giorni aggrappata a una tavola in mezzo al Mediterraneo accanto ai cadaveri di una donna e di un bambino. Perché sia l’unica migrante a bordo di un battello pneumatico distrutto dalle autorità libiche a non essere salvata dalla motovedetta di Tripoli che ha portato via i suoi compagni di sventura, nemmeno lei sa spiegarlo. Ad annalista Camilli, la giornalista di Internazionale imbarcata sulla nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms, ha detto di non ricordare nulla. Ma un fotografo della Afp che ha documentato il soccorso, Pau Barrena, ha cristallizzato per sempre e senza bisogno di una sola parola in senso di quello che è successo. Ammesso che di senso di possa parlare, 

Appena portata a bordo della Open Arms, Josefa, è stata distesa su giubbotti di salvataggio e coperta con teli termici “Il suo viso è sofferente” racconta Camilli, “apre gli occhi per chiedere aiuto, li sgrana. Poi torna a chiudere le palpebre come per riposare”.

“Sono del Camerun, sono scappata dal mio Paese perché mio marito mi picchiava. Mi picchiava perché non potevo avere figli”, ha detto Josefa con un filo di voce, riporta la giornalista, “Non potevo avere figli”, ripete. Ha 40 anni, “il corpo robusto e le mani piccole ancora raggrinzite per essere stata in acqua tutta la notte. Non riesce quasi a parlare, due occhiaie profonde le scavano gli occhi, le sue pupille sono di un nero intenso”.

Giovanna Scaccabarozzi, la dottoressa italiana di Open Arms, che dal momento del salvataggio si sta prendendo cura di lei, dice che ora è fuori pericolo, ma è ancora sotto shock. “Trema, non si riesce a tranquillizzarsi, sembra stanchissima”. E come potrebbe non esserlo, dopo 48 ore passate in acqua, con il rischio di morire di freddo prima ancora che annegata? Come di freddo, secondo un primo esame, è morto il bambino di tre, forse cinque anni, trovato privo di vita vicino a lei.

Secondo i medici della nave, se i soccorsi fossero arrivati anche solo qualche ora prima, si sarebbe salvato. E questo, se fosse confermato, smentirebbe la versione secondo cui i libici hanno lasciato sul relitto solo due cadaveri e Josefa, che in Libia non voleva assolutamente tornare. “Pas Libye, pas Libye”, ripete come in una preghiera, una litania sussurrata con un filo di voce, racconta Camilli. “Pas Libye”. Per tranquillizzarla i volontari le dicono che ora è al sicuro, che presto arriverà in Europa.

Viene reidratata con una flebo di soluzione fisiologica. Non si ricorda da dove sono partiti e non sa dove sono i suoi compagni di viaggio. “Sono arrivati i poliziotti libici”, dice. “E hanno cominciato a picchiarci”.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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