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I tedeschi perdono la fede in Dio

Fededi Matthias Kamann in “www.welt.de” del 6 marzo 2014 (traduzione: www.finesettimana.org)
O totalmente o per niente. La gente, o crede fortemente in Dio e partecipa alla vita della Chiesa – oppure è completamente irreligiosa.

La crescente polarizzazione e insieme la diminuzione di una mentalità media di pigri “cristiani solo a Natale” è il risultato principale del nuovo “Rilevamento  sull’appartenenza alla Chiesa” che è stato condotto dalla Chiesa evangelica tedesca (Evangelische Kirche in Deutschland, EKD) e che è stato presentato giovedì.

Risulta ad esempio nel confronto con la precedente inchiesta degli anni dal 2002 al 2004 che nel frattempo un numero chiaramente inferiore di protestanti dice di essere “un po’ legato” alla propria Chiesa. Nel 2002/2004 i cristiani “a media distanza” erano rappresentati per il 36%, mentre ora solo per il 25%. Decisamente cresciuto invece è il numero di coloro che si sentono legati “molto” o “parecchio”, cioè dal 38 al 43%. Ugualmente però cresce dal lato opposto il gruppo di coloro che si sentono “appena” o “per niente” legati. La loro quota sale dal 26 al 32%. Quindi quasi un terzo dei membri della Chiesa evangelica non ha interesse per l’istituzione né contatto con la sua pratica religiosa.

la missione non ha quasi più alcuna prospettiva

Tale consolidamento della mancanza di religiosità, il nuovo studio la constata tanto all’interno quanto all’esterno della Chiesa. Infatti nel compito addidato a TNS Emnid era previsto che fossero interpellati non solo 2000 membri della Chiesa scelti in maniera rappresentativa, ma anche 565 ex- protestanti usciti dalla Chiesa e 446 persone senza religione che non hanno mai appartenuto ad alcuna comunità religiosa. Dal punto di vista missionario, l’occuparsi così intensamente dei lontani è assolutamente urgente, ma la Chiesa deve sapere come quelle persone pensano e come potrebbe essere suscitato in loro l’interesse. Però dall’inchiesta risulta che, dal punto di vista missionario, non se ne ricava granché. Questo appare particolarmente chiaro dai motivi addotti dai “fuoriusciti” come causa del loro abbandono. Il massimo consenso lo ricevono le affermazioni che non appaiono superabili da argomenti ecclesiali: l’essere “indifferenti” rispetto alla Chiesa, il non sentire il bisogno della religione per la propria vita, il fatto che la Chiesa fondamentalmente non è credibile. Questi sono i motivi più frequentemente addotti, che mostrano un disinteresse talmente forte per qualsiasi annuncio di fede che è difficilmente immaginabile che la Chiesa possa apportarvi dei cambiamenti.

l’assenza di religiosità diventa professione (di non-fede)
Invece sono chiaramente più rare nei “fuoriusciti” le dichiarazioni che potrebbero subire un cambiamento, in quanto vi si fa riferimento ad un comportamento sbagliato della Chiesa, ad esempio che ci si è arrabbiati per delle prese di posizione dei vescovi o di singoli parroci. Di conseguenza non si può più dire che la perdita di fedeli dipende dall’agire dell’istituzione. No, la cosa decisiva è che non si crede o non si vuole credere. Anche l’imposta per la Chiesa non è più il motivo principale per l’abbandono. È la mancanza di fede come tale ad essere diventata oggetto di confessione. Questa mentalità in futuro dovrebbe ulteriormente diffondersi. Poiché lo studio conferma la già nota diagnosi che l’apertura al pensiero religioso viene quasi sempre risvegliata nell’infanzia e nella giovinezza, è una brutta notizia per la Chiesa il fatto che sempre meno persone riconoscano di aver ricevuto un’educazione religiosa. Nella generazione più recentemente interpellata, tra coloro che hanno tra i 14 e i 21 anni, perfino tra i membri della Chiesa nella Germania occidentale, meno della metà (49%) sa di essere stata educata religiosamente. Tra i “senza religione” della stessa età, solo l’8% nella Germania occidentale e solo il 14% in quella orientale parla di un’educazione religiosa. È vero che presso i coetanei dell’est che appartengono alla Chiesa la percentuale di educati religiosamente è, con il 64%, decisamente più alta. Dato però che, comunque, nella Germania orientale solo meno del 20% dei cittadini è evangelico, questa percentuale più alta tra i membri della Chiesa non assume statisticamente alcun peso. Invece, proprio nelle regioni orientali con la loro alta percentuale di “senza religione”, e con la conseguente bassa frequenza di educazione religiosa infantile, si può concludere che si sta sviluppando una stabile “assenza di fede”.

fine delle speranze di crescita
Ciò che porterà il futuro lo si può dedurre dal fattoche, sia all’est che all’ovest, perfino tra i membri battezzati, tanto più diminuisce il legame quanto più giovani sono le persone interpellate. Neppure un terzo degli evangelici al di sotto dei 30 anni si sente ancora legato alla Chiesa. Cresce quindi già anche all’interno della Chiesa massicciamente la mancanza di religiosità. Con questa diagnosi di una crescente e irreversibile assenza di religiosità, questo studio così esteso e dettagliato dovrebbe avere notevoli ripercussioni sulla coscienza del proprio ruolo da parte della Chiesa. Queste inchieste, che vengono condotte ripetutamente da 40 anni, hanno ogni volta già portato a trarre delle conseguenze, e particolarmente rilevanti sono state le conseguenze tratte dallo studio del 2002/2004. Allora si pensava di vedere tra i membri della Chiesa mediamente lontani ancora un enorme potenziale di persone “abbordabili”.

Conseguentemente, in un processo di riforma dell’EKD dal titolo “Chiesa della libertà” vennero ideati concetti di ogni tipo, con l’aiuto dei quali la Chiesa, si diceva allora, avrebbe potuto “crescere in controtendenza”. Ora però, nella postfazione al nuovo studio, il vicepresidente teologo dell’ufficio ecclesiastico dell’EKD, Thies Gundlach constata: “Il ‘crescere in controtendenza’ ha potuto essere raggiunto non a livello generale, ma solo in alcuni ambiti”. Grundlach fa notare come nel lavoro delle molte iniziative missionarie nate nel processo di riforma “si perdano di vista le grandi linee di sviluppo, cosicché alla fine si fa festa per alcune giovani pianticelle, ma non si ha più consapevolezza dello stato del bosco”.

credenti non sono solo gli evangelicali
A chiarire lo stato del bosco, come appare ora, non c’è comunque solo il fatto che le pianticelle siano molto rare e che le aree disboscate si stiano ampliando, ma anche che c’è un patrimonio forestale con potenzialità di rinnovamento. Si intende indicare con questo il 43% di persone che sono legate alla loro Chiesa “molto” o “parecchio”, e in particolare quel 13% che, secondo l’indagine, praticano una “appartenenza intensa”. Sono persone che frequentano il culto almeno una volta al mese, che hanno contatti personali con i parroci, che partecipano attivamente alla vita ecclesiale e credono in Dio che si è rivelato in Gesù Cristo.

Tra questi “intensi”, che non sono poi così pochi, non ci sono affatto solo devoti evangelicali, al contrario: i due terzi di questo gruppo, constatano gli autori, “si esprime contro una interpretazione letterale della Bibbia”, accoglie quindi positivamente i processi di conoscenza delle moderne scienze naturali e il distacco dal modo di intendere la sessualità del periodo biblico. Occupandosi di questa “appartenenza intensa”, lo studio rende al contempo chiaro che una marcata religiosità, di norma, si accompagna al legame con l’istituzione, ad una propria attività sociale nella Chiesa.

I credenti cercano l’istituzione. Questa diagnosi non è affatto scontata. Fino ad ora si era pensato che la fede crescesse sempre più anche lontano da una comunità. In contrasto rispetto a precedenti tesi secondo cui la religione è vissuta in maniera individualizzata, si pone ora per gli autori “la domanda se il rapporto tra pratica ecclesiale e religiosità individuale non debba forse essere più chiaramente approfondito di quanto spesso non si faccia”. Però, il fatto che ci sia così assolutamente bisogno della Chiesa istituzione, non significa ancora che il suo agire attuale corrisponda effettivamente agli interessi religiosi delle persone.

la politica non è un tema religioso
Piuttosto, questi interessi si distinguono in modo sorprendente dalle dichiarazioni pubbliche almeno dei rappresentanti della gerarchia. Nell’inchiesta si chiedeva che cosa fosse considerato un “tema religioso”. Sono considerati tali gli aspetti esistenziali, soprattutto la morte, dice il 68% degli interpellati, anche la discussione sull’eutanasia (62%) o in generale il senso della vita (58%). Mentre la natura, abbondantemente presentata in innumerevoli prediche, è stata nominata solo dal 40%, gli aspetti politici di pace e giustizia sono stati citati dal 51%.
La politica comunque si colloca dietro alla “colpa”, che il 53% definisce come tema religioso, ma che in molte celebrazioni viene dai parroci più spesso perdonata che affrontata. Thies Gundlach spiega queste diagnosi come esortazioni alla Chiesa a tornare ad occuparsi maggiormente di temi genuinamente religiosi. Occorre “approfondire che cosa significa il fatto che la Chiesa, secondo una notevole maggioranza dei suoi membri, si occupa di temi che non rispondono alle loro aspettative”.

i discorsi sulla fede sono privati
Tuttavia, se la Chiesa si dedica al suo messaggio religioso fondamentale, si porrà per lei un grosso problema: di religione, le persone non parlano tanto volentieri pubblicamente. Alla domanda con chi parlano di quei temi specificamente religiosi, la stragrande maggioranza nomina solo persone della propria cerchia più intima, quindi il/la partner o buoni amici, e i genitori più spesso della pastora o del pastore. Questo di nuovo viene a significare che i parroci, che, secondo lo studio, con grande benevolenza vengono ritenuti molto importanti, non vengono quasi mai presi in considerazione come consiglieri individuali in problemi di fede. “Non è in colloqui di tipo pastorale, e neanche in incontri personali in parrocchia, ma è piuttosto prevalentemente in interventi pubblici che il parroco viene percepito come persona e diventa il rappresentante della Chiesa”, si dice nello studio. Da ciò deriva che le pastore e i pastori che negli ultimi decenni sono stati “calibrati” in vista di incontri personali, possono essere di nuovo pensati piuttosto come predicatori pubblici. Affinché dicano dal pulpito ciò che ognuno osa esprimere solo a casa.

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140307kamann.pdf

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