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I tempi della politica malata e lontana dai cittadini

Articolo di Ezio Mauro (Repubblica 31.12.16) “Lavoro, uguaglianza, convivenza. La malattia della politica sta mettendo a rischio i pilastri della sicietà. Può una democrazia così fragile resistere all’urto delle forze anti-sistema?”

“”Ipnotizzati dall’intruso, non vediamo più il male che lo ha generato. L’intruso è il populismo, cioè il soggetto politico che più di ogni altro segna l’epoca che stiamo vivendo, ormai terzo incomodo fisso della tradizionale partita tra destra e sinistra. Il male è sotto gli occhi di tutti, ma fatichiamo a dargli un nome, perché sta divorando le categorie tradizionali della politica con la crisi della rappresentanza, la fine del lavoro come strumento di inclusione, di libertà materiale e di cittadinanza, la rottura del patto di società che teneva insieme i forti e i deboli, consapevoli di far parte di una comunità di destino che chiamavamo società. Diamo un nome alla cosa. Quando l’individuo non si sente rappresentato e non sa che farsene dei suoi diritti di cittadino perché non si traducono più in realtà, siamo davanti ad una vera e propria crisi della democrazia. Questa è la grande novità con cui si chiude l’anno e si apre un’incognita. Il paesaggio democratico classico in cui siamo cresciuti e dentro il quale abbiamo immaginato il futuro dei nostri figli sta andando in pezzi. Dopo aver combattuto per un secolo intero la battaglia europea contro i due totalitarismi, la democrazia che ha vinto si ferisce da sola, perdendo forza e autorità. Non produce risultati rilevanti per le condizioni materiali delle persone, non governa le crisi dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della finanza, tutte fuori controllo e refrattarie ad ogni sovranità, non esercita più quell’egemonia culturale che si era conquistata dopo la caduta del Muro, a cavallo del secolo, riducendosi quasi ad una qualsiasi credenza in un mondo che non crede più in nulla.
In poche parole scopriamo che la democrazia non basta a se stessa. Dovevamo saperlo, perché non è un’ideologia fissa e immobile, definita una volta per sempre, ma un insieme di valori, principi, istituti, procedure, diritti e doveri che nascono, vivono e prosperano per la volontà di uomini e donne e per le condizioni della realtà. Dunque quell’insieme di regole che ci siamo creati per garantire la combinazione della nostra libertà con le libertà altrui e far prosperare l’insieme, può anche deperire come sta accadendo: generando un sentimento di spaesamento repubblicano, di solitudine del cittadino.
Fino a porci la domanda più radicale e più scomoda: e se la democrazia che abbiamo creduto universale fosse soltanto una creatura del Novecento? Se fosse incapace di entrare nel nuovo secolo, e soprattutto di governare le sue contraddizioni, prima fra tutte la metamorfosi della politica, clamorosamente in atto?
La più grande trasformazione della politica è la sua divaricazione dalla vita delle persone. La democrazia del lavoro, così com’è nata in Europa, teneva insieme capitalismo, welfare e rappresentanza politica, dando un senso alla costruzione sociale che ne derivava. La catena che legava lavoro, impresa, tassazione, sanità, pensioni dava una proiezione concreta alla politica o almeno all’amministrazione, rendendola visibile, materiale, riscontrabile: e dunque motivava il cittadino a intervenire con il voto, correggendo, confermando, cambiando.
Oggi tutto ciò che incide sull’esistenza concreta degli individui pare sfuggire alla stessa dimensione della politica, ai suoi strumenti, alle sue promesse che rischiano di sembrare chiacchiere. Le tre crisi di cui abbiamo parlato hanno tutte un’evidenza globale, un profilo sovranazionale, un’insidia mondiale: ma generano qui e ora, sul territorio indifeso, impotenza e frustrazione nel cittadino che si sente esposto perché non protetto.
Non aveva delegato allo Stato il monopolio della forza in cambio di una garanzia di sicurezza? Dov’è finita la forza della democrazia, dov’è lo Stato, mentre le nuove insicurezze galoppano, soprattutto nei ceti più deboli?
Infine le disuguaglianze, che la democrazia ha sempre scusato dentro un progetto di crescita complessiva, ma oggi stanno diventando esclusioni, qualcosa che la democrazia non può permettersi, perché siamo oltre il “forgotten man” cui si è rivolto Trump: siamo al cittadino perduto.
Senza più scettro, la politica si è spogliata anche della sua maestà, rinunciando ai paramenti sacri con cui si era resa riconoscibile per più di un secolo, coniugando i valori con la tradizione, la storia con gli interessi legittimi. Intendo dire che la pretesa di superare la destra e la sinistra fingendo che siano uguali, per puntare all’indistinto democratico ha condotto i partiti in un imbuto culturale che li sta stritolando. Una terra di nessuno dove la performance diventa la misura della leadership, l’improvvisazione prende il posto della cultura, il gesto politico sostituisce ogni progetto, e si consuma mentre si compie, lasciando solo cenere. Il risultato è un deserto culturale, dove di fronte all’impatto devastante delle tre crisi e alla fatica della democrazia manca la capacità nella destra di governo e soprattutto nella sinistra di elaborare un pensiero alternativo alla cultura dominante, con il riformismo (ultima speranza politica della sinistra dopo la sconfitta del comunismo) che si è ridotto a pura tecnica di gestione, agitando il cambiamento per il cambiamento, proprio per mancanza di una vera ambizione culturale, senza il coraggio di immaginare e impersonare un’alternativa. Con il risultato che l’alternativa sembra possibile solo fuori dal sistema. Si capisce che di fronte a questo male della democrazia prosperino gli imprenditori del peggio, coloro che non pensano ai rimedi ma all’unzione, perché non si propongono come medici ma come becchini, dopo essersi nutriti della crisi che li ha generati. L’ultimo paradosso della democrazia è questa capacità di produrre col suo malessere – e garantire – le forze antisistema, nate tutte dentro il processo democratico, per una debolezza culturale e istituzionale della politica tradizionale, come i fiori del male.
Gli untori della crisi rischiano di ereditarne gli avanzi, incapaci di convertire la rabbia sociale che eccitano e raccolgono in un progetto culturale nuovo, appagandosi soltanto di dare forma pubblica agli istinti e ai risentimenti: come se fosse possibile fare politica soltanto contro, senza mai qualcosa in cui credere. Sono gli istinti che uniscono Trump, Le Pen, Orban, Salvini e infine Grillo, il quale nel miserabile calcolo del tornaconto anti- immigrati svela la vera natura del suo movimento, col corpo mimetizzato a sinistra ma con l’anima naturalmente a destra. La conseguenza più rilevante non è nemmeno la partita contingente per il governo. Ma è il rischio che la buona vecchia cultura liberale – e tanto più quella liberal-democratica – stiano entrando in minoranza nel mondo occidentale. Il pensiero liberale ha influenzato le culture di governo della destra
moderata e della sinistra riformista, le istituzioni e le costituzioni nate nel dopoguerra. Si capisce che il populismo, alla ricerca mitologica di un anno-zero, voglia cancellarlo. La sua scommessa è la politica senza cultura: non l’abbiamo ancora provata, si chiama tabula rasa.””

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