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I veri martiri cristiani furono pochissimi, gli apostati tantissimi. 297

Tutti i Padri della Chiesa hanno enormemente esagerato sia il numero delle persecuzioni, sia quello dei martiri, e hanno inventato anche la favola che i cristiani dovevano nascondersi nelle catacombe per celebrare i loro riti. Oggi, però, nessun storico serio può avvallare una tale leggenda perché in realtà le catacombe (antichi cimiteri romani in disuso) furono dai cristiani usate solo per praticare i loro misteri separatamente dal “volgo profano” (in quanto si prestavano allo scopo), e per poter seppellire i loro morti con esequie religiose.
In realtà le dieci persecuzioni vantate dalla Chiesa ebbero tutte breve durata e causarono un numero relativamente basso di martiri autentici. Ce lo confessa Origene quando dichiara che il numero dei martiri cristiani «è piccolo e facile da contare» Ulteriore conferma che la persecuzione attuauta da Nerone fu una vera bufala perché da lui totalmente ignorata.
Neppure la persecuzione di Diocleziano fu grande come attesta la Chiesa. Ci furono dei confessori che vennero banditi o condannati ai lavori forzati nelle miniere, ma le esecuzioni capitali furono pochissime, e invece tante le abiure, come quella dello stesso papa Marcellino. La Chiesa incitava al martirio affermando che esso equivaleva ad un secondo battesimo che purificava da ogni peccato e consentiva ai martiri di salire diritti al cielo.
Una promessa analoga fu fatta, in seguito, anche per i crociati che morivano in battaglia. Neppure Diocleziano ebbe in animo, ovviamente, di distruggere i cristiani, i quali all’inizio del IV secolo costituivano già una parte consistente della popolazione, all’incirca dai sette ai quindici milioni di persone, su una cifra totale di circa cinquanta milioni di abitanti dell’Impero. Lo stesso vescovo di Roma Marcellino, che sedette sul seggio di Pietro dal 296 al 304, sacrificò agli dèi, anche se da parte cattolica la sua apostasia viene attenuata ritenendola non del tutto certa ma solo «estremamente probabile».
Singolare il comportamento del vescovo Euctemone di Smirne, successore di Policarpo, discepolo degli Apostoli. Arrestato, si affrettò verso il tempio con un agnellino, lo sgozzò, lo sacrificò agli dei e ne mangiò, facendo portare a casa propria quel che era rimasto. «Fu come se non potesse ricevere abbastanza carne sacrificale». Non solo, esortò all’apostasia anche i suoi fedeli. Un atteggiamento simile fu condiviso anche da altri vescovi, ad esempio da Reposto di Sutunurcum, che compì il sacrificio insieme a tutta quanta la sua comunità, come ci racconta Cipriano.

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