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Il burkini è una trappola dell’islamismo radicale

Articolo di Bernard-Henry Lévy (Corriere 25.8.16, traduzione di Daniela Maggioni)

“”La storia del burkini è penosa. Penosa l’idea di una Francia dove la squadra del buon costume prescriverebbe non più di coprirsi, ma di spogliarsi. Lamentevole la prospettiva di vedere i giudici, o il Consiglio di Stato, annullare, per la felicità dei provocatori, le ordinanze che non appaiono giustificate né da motivi di ordine pubblico né dall’imperativo di laicità. Immaginiamo per un istante lo smarrimento dei sindaci se in Francia tutti i gauchisti islamici e simili decidessero, l’estate prossima, o domani, per «solidarietà» con i loro «compagni» o le loro «sorelle» vittime di una inaccettabile «stigmatizzazione», di riversarsi in massa sulle spiagge inalberando burkini al grido di «Siamo tutti etc.». Questa non è una supposizione. È una proposta, che è apparsa sui social network. Ed è in ogni modo lo scenario catastrofico che l’autorità pubblica deve prevedere di fronte a una sfida di questo tipo. Era una trappola. E una volta tesa la trappola, la peggiore delle soluzioni era quella, esagerando nella reazione, di caderci dentro a piè pari e di lasciare che si richiudesse. Perché nel contempo non bisogna mentire a se stessi. Non è evidentemente un caso se è questa estate che la vicenda è nata e che alcune donne hanno cominciato a vestirsi così sulle spiagge.
Il burkini non è una moda, ma un’onda. O più esattamente la cresta di un’onda, che è quella di un islamismo radicale ovunque all’offensiva. Ed è probabile che per gli artefici di questa guerra di lunga durata e che si sviluppa su tutti i fronti ci sia ora l’occasione ideale di fare un duplice colpo: tentare, innanzitutto sul fronte dell’opinione pubblica, di trasformare i democratici in talebani, che regolamenterebbero anch’essi la lunghezza delle gonne e dei costumi da bagno; e inoltre incoraggiare le donne a rinchiudersi nelle prigioni di tessuto che si usano in Afghanistan, in Pakistan o in Arabia Saudita.
Lo fanno liberamente? Accettano spontaneamente l’idea che mostrare il loro corpo sia fonte di colpevolezza? È possibile. Ma occorre essere in malafede o, peggio, stupidi per scoprire oggi un meccanismo di asservimento volontario descritto cinque secoli fa da un certo Etienne de La Boétie. Soprattutto, non si capisce perché mai «le donne» non sarebbero anch’esse, fosse pure a loro svantaggio, parte attiva di una offensiva ideologica che attraversa il mondo musulmano; che qui in Europa continua a mettere alla prova le resistenze dei suoi oppositori; e di cui questa vicenda è solo l’ennesima e, per il momento, irrisoria illustrazione.
Allora? Allora la questione è tutta qui. Non si tratta di una questione religiosa, ma politica. Se viene posta la domanda all’insieme dei francesi, bisogna ammettere che essa si rivolge con particolare acutezza a chi fra loro si riconosce, in un modo o in un altro, nell’Islam.
Cosa pensano di questo strappo al principio democratico di una rigorosa uguaglianza fra i sessi? Trovano indisponente o no la discriminazione visibile, sulle spiagge, fra uomini autorizzati a mostrare i muscoli, esibire tatuaggi, la loro virilità, e donne sottomesse, nascoste sotto le vesti e ritenute offensive se appena mostrano una piccola parte del loro corpo?
È un passo indietro che – se si amplificasse e se si moltiplicasse il numero di donne che accettano o scelgono, in virtù di una lettura politica del Corano, di riallacciarsi all’epoca in cui il Secondo sesso era reputato vergognoso, impuro e sporco – deve essere incoraggiato o scoraggiato? E questa vicenda è così “privata”, come dicono i sostenitori della valutazione al ribasso dei diritti acquisiti, dopo tante resistenze, dal femminismo? Oppure questi diritti, come altri diritti fondamentali, sono costitutivi di quell’edificio complesso, fragile e pronto a crollare se cede uno dei suoi pilastri, che è la casa comune repubblicana? Sta agli imam, ai responsabili di associazioni, alle autorità morali la cui voce, su questi argomenti, è ascoltata, rispondere al più presto, ma pacatamente. Sta a loro ricordare che la democrazia, come la Repubblica, è un tutto e che, se si tornasse ai tempi in cui i praticanti di tutte le grandi religioni credevano fosse giusto nascondere le loro donne, si metterebbe in pericolo l’intera democrazia.
Le personalità, per esempio, che tre settimane fa, sul Journal du Dimanche, pubblicavano un appello per una riforma dell’Islam di Francia resa necessaria, dicevano, da una serie nera di attentati debitamente repertoriati («dimenticando» però, fino a oggi, la carneficina dell’ Hyper Cacher…) dovrebbero avere il coraggio, stavolta, di dire: tener duro sulla causa delle donne è importante quanto continuare a essere intransigenti sulla libertà di caricatura, di passeggiare sulla Promenade des Anglais, sedersi a tavola sulla terrazza di un bar, andare a messa tranquillamente e ascoltare un concerto al Bataclan.
Questa è la sfida. Questa dovrebbe essere, nella calma, senza panico, la risposta. Ciò non bloccherà, come per incanto, il progredire del salafismo in Francia. Ma sarà cento volte più efficace, sulla lunga o media durata, di decisioni prese precipitosamente, trasgredendo le regole dello Stato di diritto e, in fondo, controproducenti.””

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