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Il caso Orlandi Emanuela e le verita’ negate “ Il Vaticano apra gli archivi”

Articolo di Emiliano Fittipaldi (Repubblica 13.1.17) “La ragazza scomparsa nel 1983 oggi avrebbe 50 anni. Lo Stato ha chiuso l’inchiesta ma la famiglia non si arrende

“”Emanuela Orlandi, fosse viva, domani festeggerebbe il suo compleanno. Cinquant’anni tondi tondi. La ragazzina che amava Gino Paoli è nata mezzo secolo fa, all’inizio dell’anno delle rivolte studentesche. Trentaquattro anni e mezzo, invece, sono passati dall’ultima volta che Emanuela è stata vista uscire di casa, sorridente e con il flauto a tracolla, mentre cercava invano di scroccare un passaggio in moto dal fratello per andare alla scuola di musica. Era un pomeriggio della caldissima estate del 1983. «È trascorso tanto tempo, ma sembra ieri», dice Pietro, che ha voluto realizzare, con Sky, un documentario sulla sparizione della sorella minore. «Ho deciso di farlo perché lei è diventata il simbolo delle persone scomparse. E delle famiglie che vivono nel silenzio il loro dramma».
Il motivo per cui la storia della Orlandi è entrata nell’immaginario collettivo molto più di ogni altra vicenda analoga è noto: Emanuela era (è) una cittadina vaticana (il padre Ercole, deceduto, era impiegato alla prefettura della Casa pontificia) e la sparizione della piccola è stata collegata, fin da principio, a eventi oscuri, e presunti, della curia e della Santa Sede. Se i primi anonimi telefonisti chiesero, in cambio della ragazzina, la liberazione del turco Alì Agca (detenuto in Italia per il fallito attentato a Giovanni Paolo II del maggio del 1981), alcuni esponenti alla Banda della Magliana parlarono di un rapimento a scopo estorsivo, organizzato per ottenere la restituzione di denaro sporco investito in Vaticano dal mafioso Pippo Calò. Di presunte responsabilità ecclesiastiche si parlò anche nel 1997, quando fu scoperta l’incredibile sepoltura, autorizzata direttamente dal Vicariato di Roma del boss Enrico De Pedis, all’interno della basilica di Sant’Apollinare, mentre la pista sessuale, sempre smentita con vigore dai familiari, è stata ipotizzata recentemente da eccentrici monsignori ed esorcisti. Nonostante le infinite piste investigative seguite per trent’anni da due generazioni di magistrati, le decine inchieste giornalistiche e i colpi di scena (spesso organizzati da mitomani e depistatori), la strada verso la verità non si è fatta più agevole, ma al contrario si è via via trasformata in una matassa apparentemente inestricabile.
Eppure, la famiglia non si è ancora arresa. L’anno da poco terminato aveva portato nuove speranze, dopo che alcune fonti avevano confidato ai fratelli di Emanuela l’esistenza di un documento contabile inedito (un report apocrifo successivamente pubblicato da chi vi scrive e dal Corriere) su presunte spese effettuate dalle autorità della Santa Sede per pagare «l’allontanamento domiciliare» dell’adolescente.
Lo scorso giugno i nuovi avvocati degli Orlandi, Annamaria Bernardini de Pace e Laura Sgrò, hanno così presentato alla Segreteria di Stato istanza di accesso a tutti gli atti e i fascicoli esistenti su Emanuela, sperando di ottenere nuove tracce su cui ripartire. Finora nulla è stato consegnato. «Purtroppo non c’è niente da offrire di più di quello che è stato ripetutamente detto finora. Tutto quello che avevamo lo abbiamo condiviso con chi stava indagando» spiegò già lo scorso luglio Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria e uomo forte di papa Francesco. «Magari avessimo una pista da indicare. Non avremmo esitato un attimo a suggerirla…
Sospettare il contrario significa contraddire la realtà dei fatti, che puntualmente sono stati illustrati ogni volta che se ne è offerta l’occasione».
La scomparsa della Orlandi è diventato uno dei misteri d’Italia più celebri ed enigmatici, però, anche a causa della scarsa trasparenza di esponenti di spicco della vecchia gerarchia ecclesiastica. La pista “interna” è stata seguita dagli investigatori senza risultati apprezzabili, ma le evidenze della cortina di silenzio eretta dal Vaticano sono molte: nel 1983 un rapporto segreto del Sisde ipotizzò come uno dei telefonisti, soprannominato dai media “l’Americano”, fosse verosimilmente «un profondo conoscitore della lingua latina, uno straniero, di cultura anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale», mentre dieci anni dopo monsignor Francesco Salerno, che lavorava alla Prefettura degli affari economici, disse ai magistrati italiani che la sparizione di Emanuela poteva a suo parere «costituire un elemento di pressione su ambienti strettamente legati al sommo pontefice», aggiungendo che era sua personale convinzione «come negli archivi della stessa segreteria fossero custoditi documenti inerenti al caso, e forse chiarificatori». Se il cardinale Silvio Oddi spiegò ai giudici istruttori di aver ascoltato due dipendenti vaticani che sostenevano di aver visto la Orlandi entrare e uscire da un’auto di lusso parcheggiata vicino da una delle entrate della città santa, il viceprefetto del Sisde Vincenzo Parisi parlando con il procuratore Giovanni Malerba disse a verbale, nel 1994, che «il costante riserbo della Santa Sede aveva di fatto precluso qualsiasi attività conoscitiva».
Anche le rogatorie internazionali non ebbero successo: i cardinali e i laici chiamati dalla procura non si fecero interrogare direttamente dai pm, ma risposero alle domande per iscritto. Tutti spiegarono di non sapere nulla.
Lo scorso novembre i legali della famiglia hanno fatto un’altra mossa, presentando una denuncia di sparizione direttamente dentro le mure leonine, così che il caso — archiviato definitivamente in Italia nel 2015 — possa essere riaperto dall’ufficio della Gendarmeria. «Da allora non abbiamo saputo più nulla», chiude la Sgrò. «So che è difficilissimo, ma non bisogna lasciare nulla d’intentato per risolvere il mistero. Per la famiglia Orlandi dimenticare Emanuela è impossibile. Nemmeno a 34 anni di distanza».””

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