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«Il caso Stampa-Repubblica ovvero la dimostrazione che i giornali marciano verso l’irrilevanza»

Intervista a Giulio Anselmi di Silvia Truzzi (Fatto 25.3.16

“”“Per sopravvivere bisogna concentrarsi” è il nuovo slogan dell’editoria. Dove per “concentrarsi” non s’intende affatto mettere attenzione al prodotto, alla qualità dell’informazione, ma unire le forze. Le famose risorse, le concessionarie di pubblicità, gli uffici del personale. E forse anche le linee editoriali e le notizie. Sul tema Giulio Anselmi, oggi presidente dell’Ansa, ci risponde con una frase lapidaria: “Che le aziende editoriali debbano sopravvivere usando tutti gli strumenti che l’economia mette a disposizione mi pare un’ovvietà”.
La recente fusione Stampa–Repubblica non ha destato scalpore. Perché?
Sono molte le aziende che si sono mosse in questa direzione e altre lo faranno: non so se succederà davvero, ma in contrapposizione al matrimonio tra Repubblica e Stampa si parla di una fusione tra Corriere della Sera e Sole 24 Ore. Il caso Stampa-Repubblica è impressionante perché coinvolge due tra i maggiori quotidiani del Paese. La ragione per la quale tutto questo passa sotto silenzio ci deve preoccupare. Non tanto perché – anche se è certamente vero – se fosse accaduto in tempi berlusconiani ci sarebbero state aspre polemiche. Ma perché questa è l’ennesima dimostrazione che i giornali marciano verso l’irrilevanza. Se due quotidiani come Repubblica e Stampa – anche se speriamo che l’impegno di mantenere le due testate autonome venga onorato – finiscono nello stesso gruppo vuol dire che i giornali pesano meno. Per i politici, si sa, meno giornali si hanno di fronte meglio è. Ai politici piace il rapporto diretto, senza intermediazioni: vedi Twitter, Internet, Facebook. Piace la televisione dove raramente vengono contraddetti. Mi sorprende però che il mondo dei giornalisti e dei loro rappresentanti, tanto attenti alle sciocchezze, abbia fatto passare sotto silenzio, nella sostanziale indifferenza, un’operazione di questa portata. Anche l’opinione pubblica, nelle sue forme più o meno nobili, se n’è sostanzialmente disinteressata. Questo avviene perché attraversiamo una crisi della quale non s’intravede una via d’uscita e perché i giornali sono stati lungamente subalterni. Basta pensare a come sono stati trattati, nell’ordine, Monti, Letta e Renzi: appiattimento a pelle d’orso. L’informazione non è considerata un bene comune, ma uno strumento di potere.
La mancanza di capacità critica è una responsabilità nostra. Quando arrivò Monti ci fu una specie di giubilo a reti unificate, si dice per un senso di liberazione dal berlusconismo. Ma è accaduto anche dopo, con gli altri premier.
È così vero che dopo l’arrivo di Monti, per l’imbarazzo, smisi di portare il loden che avevo comprato a Milano da Bardelli in favore di un normale cappotto. È vero che ci fu un certo sollievo per l’uscita di scena di Berlusconi, un’ottima cosa di per sé. Monti ha colto alcune occasioni, fatto alcune cose positive, salvo poi ‘impoliticarsi’ più del necessario. Gli mancava l’intelligenza tattica degli ex democristiani che lo hanno immediatamente accerchiato. Si è curato di durare addirittura facendo un partito, cosa per la quale era manifestamente inidoneo. In tutto ciò ha cominciato a essere criticato dopo la sua caduta. Senza alcun pudore quelli che lo avevano osannato, hanno cominciato a considerarlo un pungiball. Letta non ha fatto in tempo nemmeno a essere adulato. Il modo in cui Renzi lo ha accompagnato alla porta – né lealmente, né da amico, con una frase che ha messo tutti quelli che hanno a che fare con lui sull’avviso – ha introdotto un elemento di ironia che forse in quel momento ci stava.
Il giovane politico andava avanti senza curarsi minimamente di ciò che lo circondava.
Renzi è il vero elemento che fa la differenza, dotato di grandi doti comunicative e altrettanto grande arroganza. Ha messo subito in atto una tecnica che tanti in passato avevano invano tentato, e cioè non fare prigionieri. Tutti hanno annusato l’aria immediatamente è c’è stato l’appecoronamento generale. Ha dichiarato che non aveva alcun interesse per i giornali, per la Rai, invece ha un orecchio molto attento per ciò che i giornali scrivono. Addirittura più di quanto non facesse Berlusconi.
È l’informazione che si è appiattita sul modo di procedere, sempre per sottrazione, della politica? O viceversa un’informazione poco vigile e puntuale ha prodotto questo modo infantile e semplificato del discorso politico?
Non è giusto generalizzare. Però: lei vede mai giornalisti che di fronte a un’affermazione palesemente falsa, imprecisa, generica od opinabilissima di un politico sulla cresta dell’onda, contesta la risposa? E che lo faccia con dati? Succede solo con i caduti in disgrazia, con gli irrilevanti. C’è un elemento di incultura nell’informazione: spesso il giornalista non sa di cosa parla e procede superficialmente. C’è un problema di scarso coraggio: bisogna aver voglia di sopportare le rogne. Sappiamo benissimo che certi giornalisti non sono graditi, vengono allontanati, non vengono invitati nei talk show ed esclusi dai dibattiti perché sono precisi e fastidiosi. Dunque è un fatto di viltà, ma bisogna anche dire che non sono molti i direttori e gli editori disposti a difendere i colleghi.
In un’intervista a Tv2000 lei ha detto: “L’etica del capitalismo si riduce al fare più soldi. Un modello alternativo per lungo tempo è stato la socialdemocrazia che tentava di mediare tra le esigenze del mercato e la tutela dei deboli”. È il grande tema dell’ultimo decennio: l’indebolimento del welfare ha acuito le disuguaglianze. Tanto che un report del 2013 di Jp Morgan – per un certo periodo azionista di Repubblica – attaccava le Costituzioni del Sud Europa, troppo socialiste. C’è stata poca vigilanza anche su questo?
Obiettivamente sì. I media – anche qui con qualche eccezione – tendono ad ascoltare più che la voce del padrone, la tesi dominante. Ogni tanto gira una parola d’ordine: ricordo quando l’Avvocato Agnelli cominciò a parlare di “economia reale contro economia finanziarizzata”, e tutti gli andarono dietro. Per quel che riguarda lo stato sociale, la ricetta “welfare più crescita” ha funzionato a lungo e ora non funziona più, se non altro per l’andamento generale dell’economia: basta vedere quel che accade nel Nord Europa, in Paesi che per decenni sono stati la culla del welfare. Ora c’è stata una curvatura verso destra. Della socialdemocrazia, direi quello che Churchill diceva della democrazia: non è un gran bene, ma è il minore dei mali. Oggi il contesto è cambiato. Il welfare presupponeva uno Stato nazionale forte, con risorse da distribuire. La rete di protezione per tutti purtroppo ha molti buchi. L’Europa è stata capace di curare gli interessi economici, ma non la difesa sociale. Abbiamo vissuto l’ingresso nell’euro – e attenzione, non sto dicendo che dobbiamo uscirne – oltre che come un importante fatto di politica economica, come un tormentone nazionale sulla nostra qualità di Paese senza badare ai conti e non mostrando sufficiente attenzione ai prezzi che pagavamo.
L’abolizione dell’articolo 18 non è stata un’idea di Renzi, se n’era già parlato con Berlusconi e con Monti. I giornali di sinistra sono passati dalle barricate all’applauso, passando per un fischiettare imbarazzato.
Dato lo scarso pragmatismo della nostra politica e della nostra cultura media, gli argomenti acquistano il sapore di chi li sostiene. Una questione come l’articolo 18 diventa il confine tra lo stare da una parte o lo stare dall’altra, a prescindere dalle conseguenze che comporta. Quando arriva Renzi la sinistra si mostra molto imbarazzata nel considerarlo un oppressore delle dignità sociali e della libertà, come invece faceva con Berlusconi. Raramente si approfondisce e si riflette, con il concorso di colpa della stampa.
Prendiamo i fatti di Colonia a Capodanno: tutti si sono precipitati a dare l’allarme “immigrati clandestini”. In realtà, tra quelli che hanno individuato, erano quasi tutti di seconda generazione. In generale per la “stampa progressista” è difficile ammettere che ci sono anche problemi d’integrazione.
Capisco gli imbarazzi della sinistra, schiacciata tra l’incudine e il martello: molto spesso a essere maggiormente colpito da un’immigrazione difficilmente sostenibile è l’elettorato di sinistra. Di solito non sono i grandi cattedratici o i super manager ad avere disagi legati all’immigrazione. Sono temi in cui è molto facile sostenere posizioni di principio, al netto delle preoccupazioni legate al terrorismo. Recentemente ho ripensato al dibattito tra Tiziano Terzani e Oriana Fallaci, due persone di cui in modi diversi sono stato amico. Trovai, all’epoca, Oriana molto violenta tanto che in tv ricordo che la apostrofai come ‘talebana’. In parte continuo a pensarlo, anche se alcune cose che ha detto sono da rivalutare. Intendo questo: è folle pensare di abbracciare fideisticamente l’una o l’altra tesi. L’immigrazione ci crea una quantità di problemi che non so quanto a lungo saranno sostenibili. Prendiamo l’Austria: un Paese di nove milioni di abitanti dove stanno arrivando migliaia di persone. Ora non voglio fare la retorica degli Schützen, ma è evidente che l’arrivo in enormi quantità di persone che hanno abitudini, storia, cultura completamente diverse – e spesso sono tutt’altro che disposte a integrarsi – non è una cosuccia da poco. Angela Merkel sta provando a difendere le ragioni dell’integrazione.
Diciamo che è più facile accogliere ingegneri e matematici a salari ribassati.
Anche questo è vero.
Nel 2011, in piena emergenza spread, il Sole 24 Ore titolava “Fate presto”: tutti montani allora (loden & austerità), tutti renziani oggi (rottamazione & flessibilità). Due posizioni che non sono conciliabili.
Il titolo del Sole, molto efficace, allora interpretava uno stato d’animo, l’ansia delle persone. Un giornale fa anche questo: da mettere negli annali, anche se era ispirato a un altro famoso titolo, quello del Mattino di Napoli che nello stesso modo recitava nel 1980 all’indomani del terremoto in Irpinia. Ma nel giornalismo si copia sempre! Quanto alle posizioni inconciliabili, il nostro establishment è sempre, storicamente, stato bisognoso dell’appoggio del governo. Non a caso alcune delle persone più intelligenti che conosco sono lobbisti. Nella mia esperienza di presidente della Federazione degli editori non ho fatto altro che andare in giro con il piattino. In un sistema che dipende per cultura dal potere pubblico, tenuto conto dell’accrescersi del bisogno di aiuti dopo la grande crisi economica (che malgrado gli annunci ottimistici di Renzi è tutt’altro che alle spalle) ovviamente i giornali si conformano. Consideriamo anche in Italia i maggiori quotidiani sono di proprietà di persone che, indossando altri abiti, hanno bisogno del governo.
Il sistema bancario italiano stava benissimo per tutti i giornali finché non è diventato un problema innegabile. Prima il bail in era benedetto, ora s’invocano moratorie in conformità con la vulgata renziana.
Quante sono le banche che hanno – in maniera diretta o indiretta – le mani sull’informazione? Presidenti e amministratori delegati delle grandi aziende editoriali negli ultimi decenni avevano ed hanno a che fare con le banche maggiori. La risposta è questa.
Ma se il cliente dei giornali non è il lettore, bensì il premier di turno, non possiamo stupirci della crisi dei quotidiani, al netto del quadro economico generale.
Jeff Bezos, l’uomo che ha reinventato il mondo dei libri, quando ha comprato il Washington Post ha detto: il lettore al primo posto. Se non è retorica, e io spero che non lo sia, individua esattamente il problema che abbiamo qui. Ho ricordo di un editore che per carità era tutt’altro che un santo ma che però nutriva una sincera passione per l’editoria: Carlo Caracciolo. Sovente parlava di qualità dell’informazione. Sento ancora parlare gli editori di “qualità”. Ma spesso, interrogandoli più approfonditamente, mi sento dire che i loro giornali sono fatti e scritti da giornalisti iscritti all’Ordine. E quindi sono ‘certificati’. Ma se bastasse quello, al di là del fatto che da anni sostengo la necessità di abolire l’Ordine dei giornalisti, allora saremmo tutti al sicuro.
Non è che voi – intendo: i direttori della vostra generazione – vi siete occupati poco di formare chi sarebbe venuto dopo di voi?
Ho sempre paura di non essere stato un buon padre: come genitore so di aver commesso parecchi errori. Però contemporaneamente mi rendo conto che comportamenti e atteggiamenti lasciano delle tracce. Lo dico non senza supponenza: credo di aver sempre fatto – qualche volta con modi troppo duri e rigidi – giornali civili e liberi. Con rispetto per le informazioni e chi le riceveva. Non penso ci sia un solo giornalista che possa affermare di essere stato censurato da me. Forse non sono stato un grande maestro, ma me non sono anche un po’ infischiato. Mi ricordo che alle riunioni della Stampa – certamente anche per prendermi in giro – c’era chi prendeva appunti, si segnava frasi e indicazioni che davo. Non ho mai pensato di essere un maestro, ma forse qualche eredità l’ho lasciata comunque.””

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