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Il cattolicesimo e la sudditanza delle coscienze

Folla piazza san PietroSul quotidiano La Repubblica di venerdì 14 marzo è apparso un articolo a firma del professor Vito Mancuso dal titolo: Cosa sarebbe la chiesa se fallisse Francesco.

Nell’insieme, si tratta di un articolo che espone delle tesi condivisibili; purtuttavia, nella sua parte conclusiva, l’autore esprime alcuni convincimenti che, a mio giudizio, meritano di essere discussi. Come è mia abitudine, parto dagli apprezzamenti.

La tesi di fondo di Mancuso, secondo cui, cito, “l’epoca della fede dogmatico-ecclesiastica che implica l’accettazione di una dottrina e di un’autorità è ormai alla fine”, è assodata. La novità risiede nel fatto che la suddetta tesi, ormai acquisita nell’universo laico dall’illuminismo in avanti, sta affacciandosi, sia pur con due secoli di ritardo, anche nel cattolicesimo istituzionale: in ambito accademico, difatti, essa aveva preso forma nel cosiddetto modernismo agli inizi del Novecento; nella coscienza comunitaria, invece, essa aveva fatto la sua comparsa in concomitanza con il Vaticano II, ovverosia appena cinquant’anni orsono.

L’aspetto sconsolante dei contesti ecclesiastici (quello protestante tradizionale, difatti, non fa eccezione) è che l’ovvietà necessita di essere ribadita e, per di più, viene contrabbandata per progressismo, sebbene, in verità, si tratti semplicemente di buon senso palesatosi fuori tempo massimo. La libertà d’espressione in ambito esegetico e teologico, la liceità della critica storica al metodo dogmatico, la laicità come fondamento inalienabile delle decisioni che concernono l’etica, non rappresentano nient’altro che le acquisizioni proprie della modernità, alla quale le chiese, nel loro insieme, hanno guiardato e continuano a guardare con diffidenza, quando non con l’esplicito ribrezzo che scaturisce dalla censura cui si sentono per natura vocate.

Il dogmatismo è morto da tempo in Occidente: che il cattolicesimo istituzionale si appresti soltanto oggi a celebrarne le esequie è avvenimento che ha del patetico e del grottesco. Accontentarsi di questo riconoscimento forzato e tardivo è atteggiamento che pare mendicare quella che il Poeta definiva “la licenza de li superiori”: il che, in tutta onestà, è a dir poco avvilente.

Vengo dunque alle perplessità che suscita in me la seconda tesi sostenuta dal professor Mancuso, il cui limite fondamentale mi pare che risieda nell’eccessivo peso che egli conferisce alle dichiarazioni e ai provvedimenti pontifici in ordine ai cambiamenti auspicati e auspicabili in ambito cattolico. Provo a chiarire il mio pensiero.

Che l’evoluzione o (come assai più spesso è avvenuto) l’involuzione del cattolicesimo siano destinate inesorabilmente a dipendere dalle concessioni di un sovrano assoluto o dalla sua personale inclinazione al riformismo, rappresenta, a mio modo di vedere, la radice del problema. Ovverosia: anche qualora in seno al cattolicesimo fosse possibile godere di una maggiore libertà di espressione e di ricerca in ragione del placet di un sovrano illuminato, ciò non sposterebbe di un millimetro la questione fondamentale che, a mio giudizio, risiede nella sostanziale sudditanza delle coscienze entro cui il sistema cattolico relega i suoi fedeli.

Se realmente ciò che il cattolicesimo progressista desidera è un cambiamento radicale dell’istituzione ecclesiastica, esso deve cessare di auspicare che la trasformazione anelata si produca a partire – in questo caso l’espressione è azzeccatissima – dalla “cupola”, poiché, se così fosse, ogni cambiamento non potrebbe che rivelarsi fittizio: l’impostazione di fondo, difatti, consistente nell’asservimento delle coscienze all’autorità, non risulterebbe in alcun modo scalfita.

Ecco perché ritengo in ultima analisi ininfluente un’inversione di marcia innescata dai vertici di un’istituzione ancora dipendente dalle esternazioni del suo dux. Così come reputo del tutto innecessaria la “leadership spirituale” di cui, a detta del professor Mancuso così come di Eugenio Scalfari, l’Occidente avrebbe innegabilmente bisogno. Dal canto mio, preferisco un pensiero ed uno spirito adulti, emancipati. Invocare, in tal senso, una “guida” non rappresenta che il riflesso evidente e triste di una coscienza rimasta prigioniera di quello che Kant definiva “stato di minorità”.

P.S.: Mi scuso con le lettrici ed i lettori del blog per la mia prolugata assenza in questi ultimi tre mesi. La mia “latitanza” è stata causata dal trasferimento in Argentina, terra di cui, oggi, condivido le lotte, le rivendicazioni e le speranze. Sarà da qui che, d’ora in avanti, cercherò di aggiornare con regolarità questo spazio di confronto che, tante volte, ha giovato alla mia crescita umana e civile. Saluto tutti e ciascuna con affetto e stima.

Alessandro Esposito (pastore valdese in Bahía Blanca, Argentina)

(19 marzo 2014)

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