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Il 'ciclone Trump' da due anni nella politica Usa

Sono trascorsi esattamente due anni da quando il ciclone Donald Trump ha fatto irruzione nella politica americana. L’imprenditore annuncia la discesa in campo dalle dorate scale mobili della Trump Tower, il suo quartier generale sulla Fifth Avenue di Manhattan, quintessenza del lusso newyorkese. Pollici in alto verso una folla di turisti e sostenitori. Al seguito la moglie Melania, bellissima, fasciata da un abito bianco. Centinaia i telefonini tesi ad immortalare l’annuncio della candidatura del più improbabile degli aspiranti alla presidenza. Il primo comizio anticipa tutti i punti vincenti della sua campagna: i messicani stupratori da cacciare via, la Cina da addomesticare, la promessa di rendere l’America grande di nuovo. Quel giorno si inaugura un viaggio elettorale concepito come “un grande reality show politico”, come lo definisce il Washington Post. Ogni comizio è seguito da folle osannanti; presentandosi come candidato anti-establishment, Trump riesce a mobilitare la pancia d’America, un elettorato stanco della “palude” di Washington e dei giochi di potere dei politici di professione. Lo definiscono “the joke candidate”. Eppure non è stato uno scherzo. Dopo aver sbaragliato tutti i concorrenti repubblicani, Trump umilia anche la rivale democratica Hillary Clinton, diventando il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il giornale della capitale racconta questi primi – incredibili – ventiquattro mesi ritornando lì dove tutto ha avuto inizio, dando la parola ai supporter che hanno raggiunto la Trump Tower di New York per festeggiare questo straordinario anniversario.

Difficile mantenere l’entusiasmo degli elettori

Certo, qualcosa è cambiato dopo due anni. Trump ha grosse difficoltà a tenere vivo l’entusiasmo dei suoi elettori affrontando al tempo stesso le criticità della sua presidenza, a partire dal Russiagate. Il suo indice di gradimento è tutt’ora assai basso. Ma i trumpiani di ferro, quelli disposti a fare un pellegrinaggio dalle zone interne del Paese fino alla Grande Mela, pur di vivere per qualche ora i fasti della Trump Tower, non perdono la fiducia. Come Debbie Maddox, 61 anni, sostenitrice arrivata da Houston, in Texas: “Non gli stanno dando la possibilità di agire come vorrebbe. Non importa di cosa si tratti, per loro ha sempre torto”. La figlia Stacey nota, però, quanto sia difficile dargli fiducia, per via del suo stile non convenzionale, non filtrato dai codici comportamentali tipici dei politici. Lei non lo ha votato, ma si augura che abbia successo. La donna racconta quanto divisiva sia stata l’esperienza Trump anche in uno stato profondamente e convintamente repubblicano e conservatore come il suo. Lei e i suoi conoscenti non parlano più di politica, per evitare frizioni. Anche una camicetta firmata Ivanka Trump, ora, la mette in difficoltà: teme che indossarla possa offendere qualcuno. Dal giorno dell’insediamento dello scorso gennaio, sono cambiate tante cose. Innanzitutto lei e la sua famiglia seguono molto meno le notizie politiche alla televisione. L’idea è che ci sia comunque un accanimento contro il presidente da parte dei media.

L’accanimento dei media

Il sentimento è condiviso da molti dei suoi sostenitori. Era il mantra della campagna elettorale, continua ad esserlo oggi. Lori Vanauken, dalla Florida, è anch’essa in pellegrinaggio. Ce l’ha con il Congresso e con tutte le commissioni d’inchiesta che indagano sulla questione russa. Per lei a Capitol Hill dovrebbero invece concentrarsi a sostenere l’agenda politica del presidente. Lei e suo marito difendono il presidente a spada tratta anche per quanto riguarda il controverso licenziamento del direttore dell’FBI James Comey. A Phoenix, in Arizona, tre settimane dopo l’annuncio, l’11 luglio del 2015, si tiene un comizio le cui dimensioni, per la prima volta, lasciano intuire la portata reale del fenomeno Trump: le migliaia di biglietti andati a ruba costringono gli organizzatori a spostare l’evento dalla sala di un hotel, al centro congressi della città. Maria Castro, membro del movimento Puente Human Rights, partecipa con altri attivisti. Al giornale racconta la rissa con i sostenitori di Trump, infastiditi dallo striscione: “Basta odio”. Violenza, questa, che sarebbe diventata frequente durante tutta la campagna. Maria ha sostenuto Bernie Sanders ed alla fine ha votato per la terza candidata, la verde Jill Stein. Non si pente di aver disperso il suo voto, non avrebbe mai votato per Hillary. Oggi però, dopo aver scoperto di essere incinta, non segue più la politica. Le fa troppo male, la agita.

Attese su aborto e libertà religiosa

Phoenix è anche la città in cui nei giorni scorsi si è svolta l’importantissima convention della Southern Baptist Church, una delle più importanti congregazioni protestanti della nazione. Sono molti i pastori e le loro famiglie sentiti dal Post che dichiarano di aver votato per Trump. Non per il candidato ma per le sue idee, precisano. In primis il proposito di nominare alla Corte Suprema un giudice conservatore. La scelta di Neil Gorsuch li ha messi tutti d’accordo. Ora si aspettano dal presidente qualche passo in più in materia di aborto e libertà religiosa. Per il reverendo John Connell, 63 anni dalla Florida, lo scandalo più grande è che anche il partito repubblicano perda tempo nelle indagini del Russiagate che definisce “spazzatura infantile”. A Mobile, in Alabama, il 21 agosto del 2015 migliaia di persone riempiono il Ladd-Peebles Stadium: forse trentamila. Tra loro Bill Hart che ancora oggi ricorda l’emozione della giornata: “Trump è riuscito a connettersi con la gente reale, non con Washington, non con i giornalisti ma con le persone vere”. Bill, gay, lo ha sostenuto nonostante la sua agenda conservatrice. Oggi però non si sente sicuro di mettere sulla sua macchina un adesivo di Trump o una targa personalizzata con il nome del presidente: il rischio è che gliela righino. La voce discordante è quella di Stephen Wheeler, 46 anni, che invece crede che il presidente debba subire un impeachment. Gli fa eco LaKela Maye, 27 anni, democratica e clintoniana, che lamenta la scarsa attenzione di Trump per questioni cruciali quali diritti delle donne, disoccupazione, sanità ed istruzione. Eppure, come tanti altri, LaKela è convinta che occorra guardare avanti, affrontare la vita e le sue sfide giorno dopo giorno. Al di là di quello che si decide a Washington. Sono in tanti a pensarla come lei, sia da un fronte politico che dall’altro.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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