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Il combinato disposto, pomo della discordia dem sul referendum 

di Barbara Tedaldi

Roma – Il combinato disposto è il fronte dello scontro tra maggioranza e minoranza del Pd, tra comitati del Si e comitati del No al referendum. Un nuovo ‘sarchiapone’, l’animale immaginario di uno sketch anni ’50, su cui duellano i fautori della riforma costituzionale e i suoi detrattori. In realtà si tratta del combinato disposto tra Italicum e riforma del Senato, ma tutti ne parlano, quasi amichevolmente, come del ‘combinato disposto’ e molti si chiedono a cosa alluda questo termine da addetti al lavori che letteralmente significa “coordinazione di due o più disposizioni, ciascuna materialmente indipendente dall’altra”. 
Il fatto è che se il referendum costituzionale confermerà la riforma Boschi, essa entrerà in vigore e si legherà all’Italicum, cioè alla nuova legge elettorale che vale solo per la Camera. Si avrà quindi un nuovo sistema istituzionale che vedrà la Camera di 630 deputati eletti direttamente dai cittadini, con capilista bloccati, un sistema maggioritario e il ballottaggio tra i primi due partiti qualora nessuno arrivasse al 40%. Il Senato sarà composto di 100 senatori, di cui 21 sindaci e 75 consiglieri eletti da consigli regionali in base alla volontà degli elettori. Il Senato non darà più la fiducia al governo e contribuirà a votare solo leggi costituzionali e di riforma elettorale. La maggior parte delle leggi sarà votata solo dalla Camera, a meno che il Senato non chieda un ‘ripensamento’.
Il mix tra le due riforme, quella elettorale e quella costituzionale, in caso di sì al referendum, viene duramente criticato dai sostenitori del No. Che vedono nel nuovo sistema che nascerebbe un eccesso di poteri in mano al governo e al partito piu’ votato, anche se potrebbe aver avuto sia al primo che al secondo turno percentuali di voti molto basse. I sostenitori del Si’, invece, ritengono che con il ‘combinato disposto’ si avrebbe un sistema piu’ efficiente e stabile, quindi con la garanzia della governabilita’. (AGI)

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