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Il concetto di Dio e l’ inganno linguistico

ElohimLa lingua è lo strumento attraverso il quale si formulano e veicolano i concetti e il tema di cui mi occupo è un ottimo campo in cui si esercita questa sua funzione.

Molti dicono che in origine il popolo ebraico era – come i popoli a lui contemporanei – “politeista” e che poi ha conseguito la conquista di un più maturo pensiero “monoteista” introducendolo nel mondo.Io ritengo che entrambe le definizioni siano profondamente errate in quanto fanno uso del concetto contenuto nel vocabolo “teismo” che risulta invece essere frutto di una elaborazione teorica successiva ed estranea rispetto ai racconti delle origini.

Gli elohim non erano considerati “dèi” nel senso teologico del termine bensì individui superiori nei confronti della cui potenza bisognava nutrire timoroso rispetto e praticare l’obbedienza.

I termini “politeismo” e “monoteismo” applicati all’Antico Testamento sono quindi a mio avviso fortemente ingannevoli, in quanto figli del pensiero teologico che ha elaborato a posteriori la figura di “dio”.

Nella loro formulazione danno per scontato che quei testi parlassero di “dio” e che nel tempo si sia realizzata una sorta di maturazione culturale che ha portato dal primitivo politeismo barbaro/pagano ad un più maturo e corretto monoteismo.

I sostantivi “politeismo” e “monoteismo” contribuiscono cioè a introdurre e mantenere surrettiziamente una idea non corrispondente alla concretezza dei racconti biblici che invece non parlano di “dio” in quel senso specifico che è stato successivamente elaborato a tavolino dai fondatori delle religioni.

Così almeno mi pare di cogliere.

Mauro Biglino

http://www.maurobiglino.it/?p=5514

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