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Il conforto religioso ci costa 35 milioni

Articolo di Adriana Comaschi (Unità 31.1.14)

“”Forse in pochi se lo saranno chiesto, quando in ospedale un sacerdote o un volontario della diocesi passa a dare «conforto» agli ammalati: questo servizio ha un costo? Ce l’ha. Tra i 28mila e i 35mila euro lordi l’anno per ogni «assistente religioso», ad esempio, a Bologna, la quota è molto variabile. Pagati con soldi pubblici dalle Ausl presso cui prestano servizio. Una voce di spesa che in Emilia-Romagna arriva in un anno a quota 2,2 milioni. La cifra la conferma il sottosegretario della giunta guidata da Vasco Errani, per i quattro anni di una legislatura regionale fanno quasi 9 milioni di euro. Non proprio briciole, in un periodo segnato da ristrutturazioni delle prestazioni sanitarie, a Bologna e non solo.
UNA QUESTIONE DI TRASPARENZA Le convenzioni stilate sono poi diverse da ospedale a ospedale: il Policlinico S.Orsola, centro di eccellenza universitario, nel 2013 ha versato 128mila euro per 5 assistenti (25mila ciascuno), nella vicina Imola l’Ausl versa alla diocesi 105mila euro per tre assistenti, 35mila a testa. Poco meno degli emiliani spenderebbero i toscani, 2,1 milioni (anche qui la cifra l’hanno fornita le Ausl in seguito alla richiesta di un consigliere). Per il resto, chi lo sa. Dati ufficiali non ce ne sono. L’Uaar (Unione atei agnostici razionalisti) stima in 35 milioni la spesa di questo tipo a livello nazionale. La possibilità che i religiosi di confessione cattolica entrino negli ospedali e per questo siano retribuiti è prevista dal Concordato Stato-Chiesa e dai suoi aggiornamenti (non così per i valdesi, ad esempio), in seguito da leggi regionale chiamate a fissare la quota versata per ogni «assistente religioso». E qui forse sta il punto.
Molti consiglieri dell’Assemblea emiliano romagnola non avevano idea del meccanismo e delle cifre in gioco, quando il collega LibDem Franco Grillini (fondatore di Arcigay e della Lila) ha sollevato il tema con un’interrogazione alla giunta. E ora si pongono un problema. «Se facciamo dei sacrifici per mantenere la sanità emiliana a livelli di eccellenza forse serve una riflessione anche sulla spesa per questi assistenti», riflette Antonio Mumolo, consigliere Pd che ha già lanciato il guanto di sfida al segretario regionale (renziano) Stefano Bonaccini per il congresso di giugno. Mumolo assicura, «l’utenza che chiede questa assistenza va assolutamente rispettata. Ma una valutazione va fatta, senza pregiudizi. Voglio capire come si regolano le altre regioni». Stesso ragionamento dal senatore Pd Sergio Lo Giudice: «Nel momento in cui la spending review viene fatta su tutto il comparto pubblico sarebbe strano se vi fossero delle zone franche, occorre una rivisita-
zione di spese che magari proseguono nel tempo per inerzia». In effetti, molto è cambiato da quando questa consuetudine è stata introdotta con i cappellani ospedalieri, dipendenti dalle stesse Ausl, ora sostituiti da sacerdoti e diaconi delle parrocchie di zona. Un passaggio che per Roberto Grendene, responsabile delle campagne Uaar, ha reso ancora più opaca la destinazione dei fondi pubblici: «Prima questi assistenti erano soggetti a Irpef, ora come sappiamo se questi redditi vengono tassati? E a chi effettivamente li gira la Curia?». Per Grendene poi il nodo è a monte, «nessuno vuole vietare l’ingresso negli ospedali agli assistenti cattolici, il loro contributo però dovrebbe essere a titolo gratuito visto che è coperto dall’8 per mille e che altre confessioni religiose non lo ricevono ma fanno puro volontariato».
«PROGETTO TERAPEUTICO» La Curia di Bologna non ne fa una questione di maggiori o minori fondi e difende i contributi «proporzionati assicura monsignor Giovanni Silvagni, vicario generale della diocesi al numero di persone e al servizio reso. È giusto che ci siano». Più netto ancora don Francesco Scimè, responsabile della Pastorale della sanità: «La nostra assistenza spirituale ai malati è parte integrante del progetto terapeutico del Ssn, è importante per la salute del malato».””

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