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Il denaro, maledizione e benedizione degli umani

“Auri sacra fames. Il denaro, motore della storia?” è il tema della IX Edizione di FestivalStoria in programma a San Marino da martedì 14 a sabato 18 ottobre. Pubblichiamo qui il testo della prolusione di Angelo d’Orsi, curatore della manifestazione.

di Angelo d’Orsi

Con i soldi degli altri (Luciano Gallino); Soldi rubati (Nunzia Penelope): sono due recenti esempi di saggistica sul tema. La letteratura d’invenzione, pullula di denaro:

anche quando esso non compare nei titoli, e gli esempi sono innumerevoli. Il cinema è ancor più prodigo, appunto, in fatto di soldi: ne fa circolare molti, e ne parla volentieri. Dal lontano Il colore dei soldi (Martin Scorsese, film, 1986 ) al recente Il potere dei soldi (Robert Luketic, film, 2013), e al recentissimo docufilm Come fare soldi vendendo droga (Matthew Cooke, 2014). E forse qualcuno ricorderà una canzonetta del mitico Quartetto Cetra:
“Soldi, soldi, soldi /questa quotidiana battaglia per la grana… /Chi ha tanti soldi vive come un pascià / e a piedi caldi se ne sta…”

Letteratura, cinema, canzonette… Quale tema ha suscitato maggiore interesse? Credo si possa mettere a pari del sesso. E, più nobilmente (ma, temo, fallacemente), dell’amore.

Un interesse che attraversa non soltanto la nostra epoca, come ammonisce il titolo di questa Edizione, con il mirabile verso di Virgilio. E prima di lui testi sacri, di varie religioni, e testi profani, di diversi autori, hanno posto sul banco degli imputati l’oro, il denaro, la pecunia, i soldi… E ciò è bizzarro, se ci riflettiamo bene. Quando parlano di quella materia che pure fa girare il mondo, come suol dirsi, filosofi, poeti, artisti, letterati, ne prendono le distanze, o addirittura tendono a presentar se stessi come disincantati e distaccati fruitori di un male necessario; ma sovente si spingono oltre, maledicendo, imprecando, e riversando contumelie verso una materia presentata come immonda: fino al punto più basso, lo sterco, e più basso ancora, uno sterco attribuito al demonio! Martin Lutero, con quella espressione forte – Denaro sterco del demonio, appunto – ha fissato quasi un paradigma (ripreso nel titolo del famoso volume di Le Goff, che in questa Edizione di FestivalStoria commemoriamo). Eppure si tratta di una vera nozione archetipica: l’associazione del denaro con le deiezioni viene da lontano. E, nel lessico che adoperiamo correntemente, si incontrano espressioni che richiamano il carattere sordido del denaro: denaro sporco, fondi neri, lurido taccagno…. Come è stato notato da uno psicanalista, “oggi il denaro costituisce uno degli ultimi e più resistenti baluardi del pudore: è imperdonabile dimenticare il cartellino del prezzo su un regalo; non è educato chiedere quanto si è pagato un oggetto; non è elegante consegnare del denaro direttamente in mano, meglio metterlo in busta o almeno appoggiarlo sul tavolo; i negozi più raffinati non ostentano i prezzi dei loro articoli, ma li custodiscono su discreti cartoncini e in più riservati listini” (Widman, 2009).

Al di là di questo, la damnatio del denaro (una curiosa condanna, a dire il vero…), in ogni epoca, e in ogni pensiero morale o teologico, individua la radice di tutti i mali nell’avidità del denaro: “l’esecranda fame dell’oro”, appunto. In tanti testi religiosi (a cominciare dalle Sacre Scritture) si trova un’affermazione di tal fatta). Si tratta di affermazioni che suonano come esorcismi, o tentati lavacri di coscienza, più che come ammonimenti. In effetti, quando Scipione Maffei, nel 1744, pubblicava Dell’impiego del danaro nel quale ammetteva come lecito il prestito, con relativi interessi da riscuotere, suscitò un bel vespaio nel mondo cattolico, che, ipocritamente, condannava quell’attività (tipica dell’ebreo “usuraio”). Per Maffei, che il papa Benedetto XIV (dedicatario dell’opera, a guisa di santo protettore…) considerava “uno dei lumi principali della nostra Italia”, il danaro (al tempo, sempre con la a), non poteva essere semplicemente un mucchio di monete conservate in qualche cassaforte, ma si trattava di un capitale, da investire e far fruttare: era l’idea oggi assai corrente nell’alta finanza, del denaro che genera denaro. Il danaro era per lui e doveva essere fruttifero, doveva produrre frutti: “Come non frutta il soldo, se per esso altro soldo si acquista? E se qual vero Proteo in tutte le cose si trasforma, e tutte le cose in esso si convertono?”. E aggiungeva: “Non c’è maggior benefizio d’un popolo, che quando il danaro circola, e non c’è maggior danno, che quando si seppellisce e si chiude. […] Il giro del danaro […] è necessario alla vita civile e alla repubblica”.

Aveva capito tutto, il buon Maffei: il denaro che deve girare, il denaro che serve e che frutta, trasformandosi in mille cose. Il denaro proteiforme, insomma. Proteiforme, la sostanza, polisemica la parola: perché molteplice è il significato. Denaro è una funzione astratta, una funzione di scambio, ma denaro è altresì un oggetto, nella sua materialità di moneta (o equipollente), un oggetto che viene cambiato con altri oggetti o beni o servizi; infine, però, il denaro costituisce un valore. Uno dei grandi vantaggi del denaro, rispetto ad altre mezzi di scambio, è la sua trasportabilità: la pecunia, com’è noto, nasce dal pecus, il bestiame, e certo portare in giro mandrie di pecore o di buoi da scambiare con pane, grano, semi, alcol, o qualsivoglia altra merce, è piuttosto scomodo. Oggi, la trasportabilità è divenuta volatilità, nel duplice senso, della immaterialità (le carte di credito, le transazioni on line…), ma anche della fugacità della persistenza delle monete e delle banconote nelle nostre tasche. Uno scrittore contemporaneo ha parlato dell’”incessante andirivieni” del denaro (Coudray, 2012).

Un altro elemento da osservare è che il “progresso”, relativamente al denaro, corrisponde, paradossalmente, alla perdita di valore intrinseco della forma del denaro: una mandria di bestiame, poi metalli preziosi, quindi monete coniate con quei metalli, quindi monete di conio più vile (il bronzo prende il luogo dell’oro e dell’argento), sino a diventare, ai nostri tempi, patacche colorate, o pezzetti di carta, a forma rettangolare, che di colpo, alle leggi che li mandano “fuori corso”, si rivelano nella loro miserabile natura priva di qualsiasi valore. V’è anche chi sostiene, con qualche fondatezza, che gli antenati delle monete in metallo prezioso furono gli oggetti d’oro e d’argento saccheggiati da soldati, nell’era assiale, e divisi in pezzetti per poter essere facilmente trasportati e usati come mezzo di scambio o di pagamento. Secondo David Graeber, uno dei più originali pensatori della scena contemporanea, non l’innocente baratto, ma il colpevole furto, con violenza o con destrezza, ma perlopiù con violenza, è all’origine della sua “creazione” e del suo uso: soldataglia, bande di ladri, saccheggiatori. Così, il mondo fu trasformato in un sistema di valori numerici. Forse non tutti condivideranno l’affermazione di Graeber (grande vecchio della resistenza internazionale al turbocapitalismo), secondo il quale “Ogni sistema che riduce il mondo a una serie di numeri può essere mantenuto solo con le armi”, non importa quali; ma quello che qui conta sottolineare è che il sistema nasce dalla violenza, dalla frode, dal crimine. Forse il denaro porta con sé questa “colpa originaria”.

Ma poi, fra una ingiuria e una maledizione, tanti hanno messo in evidenza che in sé il denaro non è nulla, e che il suo valore è puramente strumentale: un autore che ha dedicato un libro addirittura alla “filosofia del denaro”, Georg Simmel, ha scritto, ad esempio, che “il denaro è la forma più pura dello strumento”, Che cosa in effetti v’è di più strumentale del denaro: un mezzo (in forma solida, cartacea o virtuale…, ma anche in forma di natura) per ottenere beni, ecco che cosa è il denaro nella sua essenza. Ma quando poi, da Agostino a Virgilio, dall’Antico Testamento al Nuovo, fino a Seneca, e ben oltre, esso denaro, viene accusato di esser foriero di altri, gravi mali. E ciò quando precisamente da mezzo diviene fine. Una mutazione drammatica, che contiene in nuce tutti i mali del mondo, si direbbe, stando alla letteratura, tanto quella creativa, quanto quella di riflessione critica. “La capacità del denaro di crescere come un tumore”, è stato detto (Massimo Fini), “sul corpo che gli ha dato vita, fino a invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura squisitamente tautologica, dalla sua attitudine ad autoalimentarsi, diventando così un fine, un fine ultimo,un fine che non ha altri fini al di fuori di se stesso” . Ma è proprio il denaro in sé a generare tale trasformazione? O non sono gli umani, usandolo, che finiscono, cambiando il suo valore, appunto da mezzo a fine, per diventarne vittime? È il denaro che da servo si fa padrone, o non sono piuttosto gli esseri umani che da padroni si mutano in servi?

La forza del denaro consiste, sembrerebbe, nella dipendenza che il suo possesso genera. Una droga pesante, insomma. La letteratura vale più della scienza economica o della sociologia, per darcene conto. Si pensi alle varie figure di avari che animano romanzi, novelle, racconti, commedie. Avarizia, nel senso etimologico di avidità, della cupidigia dell’accumulo, della brama di possesso: un circuito che si autoalimenta, perché l’avaro non è mai sazio, come il bulimico cerca il cibo, a prescindere dall’appetito: la sua è una fame insaziabile. Auri sacra fames. Ma se Virgilio usa il registro di una mesta invettiva, Molière o Goldoni ci regalano ritratti di sapida comicità, di avari eccellenti, facendone dei tipi universali, come universale è la loro “malattia”, la loro incurabile malattia. Se poi si guarda alla grande letteratura realista, o nell’accezione italiana, verista, il quadro diventa cupo, a tratti foschi: Balzac, Zola, Verga frugano non solo negli ambienti, ma nelle profondità della psiche di signorotti e contadini arricchiti, di bifolchi e di banchieri, di sartine e impiegatucci… La struggle for life è lotta per il denaro, per averne, per averne di più, non importa come e a quale prezzo. La ruberia, l’inganno, la grassazione, il ricatto… tutto è adatto se raggiunge lo scopo, nulla è proibito. Lo scopo, dunque, è il denaro, e la sua ostentazione, prima che il suo uso; oppure, la sua tesaurizzazione: la roba, la roba, la roba, ci ripete Mastro Don Gesualdo, come in un mantra ossessivo. Papà Goriot sentenzia in modo definitivo: “L’argent, c’est la vie”. Il denaro è la vita: dà vita, e richiede vita. Assicura la sopravvivenza, ma anche la devasta. Un moloch terribile. Eppure può essere anche un dio buono, che ti assicura il pane per sempre, che regala benessere, amore, felicità, e la preziosissima rispettabilità, vera cartina di tornasole dell’essere borghese.

È leggendo L’argent di Zola, che ci si affaccia, incredibilmente, sul nostro tempo, anche se si tratta di un romanzo (diciottesimo volume della infinita saga dei Rougon-Macquart) pubblicato nel 1891, ma racconta vicende collocate nel Secondo Impero, ormai crollato da un ventennio esatto. Vi si trovano insospettati squarci sul denaro come speculazione, come dannazione sociale, come condanna dell’individuo: è un romanzo sociale, naturalista, ma soprattutto un testo impegnato, diremmo, e anche un racconto giornalistico, con penna straordinariamente efficace. È la speculazione finanziaria a essere messa sotto accusa, la “finanza creativa”, di moda in questo primo scorcio del secolo XXI, la finanza teorizzata da economisti di dubbia competenza e praticata da pubblici amministratori sventati, o interessati alle proprie sorti più che a quelle dei loro amministrati. L’autore usa spesso la parola “mistero” quando si riferisce ai meccanismi della banca, della borsa e dell’alta finanza. Ne è come sedotto, ma anche inorridito, e lancia, ante litteram, con questo poderoso romanzo, il suo J’accuse, diretto anche contro il denaro inteso come religione. Una religione perversa, che coinvolge e seduce , e che sovente, come nel suo racconto ispirato a eventi della cronaca ma anche alla temperie storica, conduce alla rovina individui, banche, imprese, e intere nazioni.

Eravamo non così lontani dal Finanzkapital descritto da Rudolf Hilferding qualche anno più tardi (1910), un implacabile mostro divoratore, che, a distanza di un secolo, Luciano Gallino ha spiegato come l’essenza sconvolgente e impietosa del nostro presente, per arrivare all’essenza della “civiltà del denaro”. Una mega-macchina che possiede, ma non governa, il mondo, nella quale ormai il Denaro, con la maiuscola, non produce più Merci, per ottenere altro Denaro, ma produce Denaro senza Merci: la tradizionale formula di Marx D1- M – D2 si è trasformata, e ridotta, alla formula binaria D1-D2, ossia produrre denaro senza produrre merci. Il capitalismo finanziario è capitalismo che si arricchisce senza distribuire benessere, il denaro che scorre nella finanza palese, è una piccola parte di quello che giace nei sotterranei della finanza ombra, sulla quale autorità nazionali e sovranazionali non hanno alcun potere di controllo; e rispetto alla quale anche gli studiosi più avvertiti possono solo fare congetture. Denaro che si riversa nei fondi di investimento, nei fondi pensione, nelle compagnie assicurative, e nelle tante varietà di hedge funds, il culmine della speculazione, con i famigerati “derivati”, ai quali si sono affidati negli ultimi anni tante amministrazioni locali nel tentativo di risolvere i propri problemi di bilancio, con conseguenze spesso catastrofiche, sempre comunque negative per il pubblico, sempre lucrative per il privato. 60 trilioni di dollari (ossia 10 elevato alla diciottesima potenza: 1018, vale a dire 1000 000 000 000 000 000, una cifra a diciotto zeri) sono nelle loro casseforti. Il PIL dell’intero mondo. La civiltà del denaro è in crisi, come racconta Gallino, e il capitale sopravvive squassato da crisi, come mostra David Harvey; intanto, però, “il denaro accresce la sua sfera d’influenza, lentamente, ma inesorabilmente: tutto viene messo in vendita”, anche quel che fino ad oggi ritenevamo fosse la Natura (o il Buon Dio) a donarci (Coudray, 2012).

In vendita o in prestito. Denaro significa infatti la coppia credito/debito. Denaro implica verbi impegnativi come prestare, investire, ricavare, perdere, guadagnare. Se il credito non è diventato tuttavia una categoria filosofica, il debito invece sì, tanto da dar vita, ai tempi nostri, ad una sorta di “metafisica”. Si costruiscono imperi sui debiti, è noto; si può affogare nei debiti, o con diversa metafora, i debiti ci strozzano. Stiamo parlando peraltro di quel che accade a milioni di persone, persone che vivono tra di noi, persone che forse siamo anche noi, perché il debito, questa montagna che tende a crescere invece che a diminuire, è un principio astratto che ha drammatiche estrinsecazioni pratiche. Debito, si intitola il brillante libro di Graeber che propone una incredibile cavalcata in cinquemila anni di storia: il debito, altro non è che “una promessa corrotta dalla matematica e dalla violenza”. Già un economista marxista eterodosso Paul Sweezy, aveva colto, tempestivamente, nella crisi degli anni Settanta del Novecento, che la risposta delle società capitalistiche – l’affluent society di cui parlava Galbraith alle fine degli anni Cinquanta del secolo scorso – alla caduta del saggio di profitto e alla discesa degli investimenti, non era soltanto la riproposizione del modello keynesiano dello Stato interventista, bensì l’indebitamento: il ruolo crescente dell’indebitamento privato. In particolare l’indebitamento delle famiglie, che in tal modo entrano in un viluppo dal quale non riusciranno a venir fuori: il denaro che non hanno, il denaro preso a prestito, gli acquisti di beni che saranno poi pagati nel corso di anni, a rate, diventa la condanna di milioni di individui. In tal modo, il capitalismo che produce denaro a mezzo di denaro, ingloba nel suo grande ventre le famiglie, che ne diventano per così dire vittime e complici oggettive, ancorché “innocenti” sul piano soggettivo. Si sta assistendo da anni, per dirla in modo difficile, a una “sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito” : ovvero, consumo, risparmio, abitazione, salute, istruzione, ricerca, risorse naturali, vengono inglobati nel capitale (Bellofiore, 2012).

Quel capitale studiato da Marx a metà Ottocento, che oggi, con una notevole temerarietà, uno studioso divenuto improvvisamente celebre, Piketty, ha tentato di analizzare sul lungo periodo dell’intero secolo XX, suscitando occorre dire non poche perplessità (e pure qualche sonora stroncatura). Piketty pone, sostanzialmente, il problema della iniqua distribuzione della ricchezza, una questione, scrive in esordio, giustamente, “troppo importante per esser lasciata ai soli economisti, sociologi, storici e filosofi”. Le disuguaglianze – che sono disuguaglianze nel possesso di beni, mobili e immobili, ossia in ogni modo, di denaro – sono generate in particolare quando, come nel nostro tempo, il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito”. Ossia, quando D non produce o produce in modo insufficiente M, e si limita a generare D2. Marx aveva posto in luce, raccontandone il processo, le contraddizioni a suo avviso insormontabili del capitalismo, le sue interne aporie, e ne disegna il necessario, catastrofico epilogo. Altri, come ancora Piketty, pur riconoscendo grandi meriti all’autore di Das Kapital, non ne condividono l’orientamento “catastrofistico”, ma nel contempo non possono non ammettere che tutti i torti non aveva.

È la nuova forma e sostanza del capitalismo finanziarizzato, quella della “vertigine finanziaria” (Casiccia 2006), che ha nel suo cuore il debito, sempre lui… Il debito, che pure sarebbe “fondamento delle relazioni intersoggettive e comunitarie” (Turri, 2014): in tal senso esso ha a che fare con la dynamis dell’essere umano, e la pretesa del “pareggio di bilancio” è un assurdo snaturamento. Ma il debito è un peso, con buona pace della filosofia: un immenso, mostruoso macigno, preme su di noi: ci hanno persuasi che siamo sempre in debito. Il denaro è ciò che estingue, sempre provvisoriamente in realtà, il debito: verso qualcuno che ci ha dato qualcosa, verso un’azienda che ha fornito servizi, verso una pubblica amministrazione che ci garantisce, più o meno, strade o scuole; ma c’è anche il debito oggi definito correntemente “stratosferico” dei Paesi poveri, il Sud del Mondo, verso i Paesi ricchi. La moratoria del debito, oggi appare una delle richieste più eversive che si possano pensare. Che viene vista da qualcuno come una forma di comunismo primitivo, pronto a eliminare le differenze tra chi deve e chi ha diritto a ricevere. Bizzarramente, sono i poveri, singoli o Paesi, che sono i “debitori” e i ricchi, Stati o persone, che sono i “creditori”. Sarà poi davvero giusto che tutti noi “rimettiamo i nostri debiti”, così come recita il Pater Noster? Il denaro, l’altra faccia del debito, è asservimento: degli uni agli altri, individui e collettività. Eppure v’è chi sfugge a questa regola: si pensi agli Usa, una delle maggiori potenze creditrici ai tempi di Franklin D. Roosevelt, trasformatisi in Paese immensamente debitore, sotto Bush e Obama. Eppure, sotto il segno della banconota verde, il disegno egemonico di Washington non è cambiato. O, meglio, si è indurito. E, paradosso nel paradosso, questo mentre a tutti gli effetti l’egemonia americana sembra essere entrata in una crisi irreversibile, come ha mostrato convincentemente, fra gli altri, uno dei massimi studiosi di economia non economista, un autentico genio delle scienze sociali, Giovanni Arrighi (peraltro preso sul serio molto più proprio negli Usa che in patria). E ciò mentre tutta l’Europa, che finge d’essere una entità unitaria, con una sua propria identità, fa del “debito pubblico” il grande nemico della prosperità privata (ossia di quei singoli che ne godono), e del “pareggio di bilancio”, un totem che addirittura, di gran carriera, secondo dettami provenienti dal nuovo Kaisertum, è stato inserito nelle Costituzioni degli Stati membri: un’aberrazione giuridica, una assurdità politica, una sciocchezza economica. L’economia finanziarizzata, quella che produce e fa circolare denaro (virtuale), senza quasi produrre più merci, comanda alla politica, o la sostituisce pienamente, sotto il segno di una vistosa D, come Denaro: quello che è nelle mani di pochi, che si autogenera incessantemente, ma non si diffonde. Quello che gli altri, la crescente massa di poveri assoluti e relativi, per usare una distinzione canonica e un po’ ipocrita, non vedono se non come brevi sequenze di cifre sulle buste paga, che passano, senza neppur transitare dalle loro mani, direttamente, ossia bancariamente, dal conto degli intestatari lavoratori, a quelli delle aziende fornitrici di servizi, al “padrone di casa”, alla banca che ci ha erogato un mutuo, e così via: le cifre sulle “bollette”, quei messaggi, cartacei o elettronici, che scandiscono il mese, il bimestre, il semestre, l’anno, sono le stesse sulle buste paga, ma col segno meno. Che quando siamo fortunati, va a pareggiare il segno più; ma tanto, troppo spesso non riesce, e allora ecco che si riaffaccia il mostro, il debito. “Mi occorre denaro”: la frase proferita viene raccolta, facilmente, da orecchie interessate a trasformare il dono in pegno, e avviare la spirale debitoria, dalla quale sarà poi difficile uscire. Ed ecco che il denaro, quello che non c’è, viene maledetto, da parte di chi non ne ha neppure, e si tratta non della esecrazione moralistica di chi comunque “tiene i soldi”, ma del disperato urlo di chi anela soltanto al necessario per la sopravvivenza, o almeno per una esistenza degna del nome.

E tutto questo ha riflessi ormai persino vistosi, nella loro forza devastatrice, sugli assetti istituzionali, sulle forme politiche, a cominciare da quella princeps del nostro mondo occidentale, quella chiamata democrazia: etichetta discutibile, fin dalle sue origini (Luciano Canfora ci è maestro nella demistificazione di una ideologia). Da un canto le banche espandono all’infinito le proprie attività , in modo tentacolare diventando le vere protagoniste della globalizzazione, incuranti delle più elementari regole della contabilità di bilancio, comprando di tutto dappertutto, e così facendo si indebitano, e falliscono bruciando il denaro depositato presso le loro casse dai risparmiatori (altra etichetta bislacca, se ci si riflette), oppure si aggrappano allo Stato per essere salvate: nel 2008 960 miliardi di euro concessi dagli Stati dell’UE alle banche, sono diventati 1100 nel 2009; non si conoscono i dati successivi…

In un modo o nell’altro sono soldi di tutti che finiscono nelle tasche di pochi. Dall’altro canto, accade che precisamente queste banche, che hanno creato (come ha mostrato lucidamente Luciano Gallino) un sistema di finanza parallela, occulta, hanno escogitato una infinita serie di espedienti sostanzialmente truffaldini, anche quando legali, secondo l’immarcescibile insegna di godere in proprio dei profitti, e di trasmettere le perdite agli Stati, ossia alle collettività (Gallino, 2013), in un incessante aumento del debito: il risultato è stato pessimo, dato che le banche nell’insieme sono lungi dall’essere risanate, e i costi sociali di queste operazioni disinvolte, attuate o autorizzate dalle classi politiche euroamericane, sono stati sostenuti dall’insieme delle popolazioni, in modo inversamente proporzionale alle fasce di reddito: costi più elevati per le fasce più basse, e così via.

Il flusso del denaro, dunque, segue vie imperscrutabili, non soltanto però per la cittadinanza (secondo il principio che l’economia è una scienza, esatta, e iniziatica, per cui chi non appartiene all’inclita schiera non può e non deve sapere nulla), ma per le classi dirigenti (dunque, non solo i politici, ma i loro “tecnici”, e i dirigenti di istituzioni finanziarie nazionali e sovranazionali), le quali hanno dimostrato nella gestione della crisi degli ultimi anni una incredibile impreparazione, imprevidenza, e anche, in definitiva, impudenza.

Il corrispettivo di questi processi finanziari, è una rapida progressiva spoliazione del sistema “democratico” e di un suo passaggio a un sistema oligarchico che è plutocratico, nel quale insomma comandano “i ricchi”, che diventano sempre più ricchi, mentre coloro che denaro non hanno, vengono deprivati via via, in un crescendo micidiale, di quell’insieme di garanzie e protezioni delle fasce deboli , chiamato Welfare State. È proprio, quindi, il denaro, averne o non averne, il cuore del processo che sta portando verso la “postdemocrazia”, per usare la felice, e forse ormai ottimistica etichetta di Colin Crouch. O, più drasticamente, a delle “democrazie senza democrazia” (Salvadori, 2009).

Ma a ben guardare tutto questo processo invece che mostrare una politica al servizio dell’economia (finanziarizzata), sembra avvalorare un percorso inverso: una politica che persegue un disegno di nuovo asservimento ai danni di ceti popolari, e usa, complice la crisi e i suoi oscuri andamenti, l’economia, o meglio la finanza, come un grimaldello da scasso, e insieme come un paravento ideologico, tanto più da quando esiste una Costituzione europea e il processo di uniformazione (non di unione) dei 27 Stati aderenti, ha posto in campo un nuovo formidabile soggetto ideologico: il famoso “Ce lo chiede l’Europa”. “Falso!”, risponde ancora Luciano Canfora in uno dei volumetti di una felice serie dell’editore Laterza.

Tutto ciò accade con modalità che escludono del tutto i cittadini dalla vita stessa delle loro società, ridotti alle figure emaciate e tristi di consumatori indebitati, di desideranti frustrati, di partecipanti inconsapevoli a riti elettorali privi di autentiche opzioni politiche alternative, o, peggio, a manifestazioni plebiscitarie per un personaggio invece che un altro. E tutti promettono denaro, denaro da ricavare, in più (promesse talora mantenute, con una partita di giro spettacolare, che fa entrare dalla porta e fa uscire dalla finestra mirabolanti bonus), e denaro da sborsare in meno (“ridurremo le tasse!” – è il grido di lancio fondamentale di ciascun partecipante all’arena politico-elettorale).

Intorno al denaro, alla sua dialettica fascinosa e orrorifica, si gioca dunque il destino dei popoli, come quello delle persone: la società liquida di cui parla Bauman, è una società in cui il liquido – inteso come flusso di soldi – sembra avere una sola direzione, dal basso verso l’alto. La parola magica “austerità” – che in un passato non troppo lontano – assumeva un significato etico, contro la corruzione politica da una parte, e contro la società dello spreco e della dissipazione, dall’altra – è diventata ora la giustificazione politica, in chiave quasi scientifica, delle nuove ingiustizie. Tutti i dati a disposizione, nella UE, o nei Paesi aderenti alla OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), ci mostrano due verità inoppugnabili: una redistribuzione del reddito (dunque del denaro) dalle fasce basse verso quelle alte, da un lato; dall’altro, una riduzione della quota dei salari sul reddito sociale, ossia una quota crescente di reddito è transitata dai lavoratori salariati, ma anche dai lavoratori autonomi, verso i percettori di rendite finanziarie di varia natura e genere (immobiliari, assicurative, profitti…). Il rapporto dell’OIL già nel 2008 scriveva: “Di fronte alla forte moderazione salariale, i lavoratori e le loro famiglie si sono indebitati in misura crescente allo scopo di finanziare il loro investimento in un’abitazione – e talvolta anche i consumi” (in Gallino, 2013). Negli anni seguenti la situazione è peggiorata: la forbice si è allargata. E la morsa del debito si è stretta vieppiù non soltanto intorno alle famiglie e agli individui delle classi salariate, ma anche delle classi medie: il denaro è diventato tutt’uno col debito. La quota di stipendi, salari o introiti di attività commerciali dei piccoli rivenditori, si è fatta invisibile, entrando virtualmente e fuoruscendo immediatamente per le spese necessarie (affitti, rate mutuo, utenze), mentre il resto, quello non certo per spese “voluttuarie”, se non in forma minima, ma per la vita quotidiana, dipende in misura crescente o da prestiti e fidi bancari, da anticipazioni di stipendi o emolumenti pensionistici futuri, o semplicemente ottenuti da rete di protezione: genitori, parenti, amici.

Intanto, nella “nostra” Italia, il 10% della popolazione possiede metà della ricchezza nazionale; mentre il 90% accede a quel che resta. Un Paese ricco abitato da poveri ai quali ancora si cerca di far pagare, sul piano finanziario e normativo, le colpe e gli abusi di poche migliaia di individui. E, per milioni di italiani e italiane, “senza soldi”, ovvero coloro che “non arrivano alla terza settimana” , beni elementari come la casa, l’istruzione, la cura di sé diventano adunata: cose impossibili, desideri irrealizzabili. Al “guai ai vinti!” sostituiremo un “Guai ai poveri!”, con serena indifferenza? Siamo poi sicuri che l’equivalenza tra ricchezza e denaro sia corretta?, si chiede Vandana Shiva, come del resto l’altra, conseguente, tra ricchezza e benessere. Si può essere ricchi senza denaro, e si può star bene senza essere ricchi, insomma? Il PIL equivale al FIL? (il sistema della Felicità Interna Lorda, adottata nello Stato del Bhutan)… Se l’attivista indiana spiega giustamente che il flusso incessante del denaro nelle nostre società è in realtà un deflusso (“dalla natura e dalle persone verso gli interessi commerciali e verso le grandi imprese”: in Dionigi, p. 84), Luciano Gallino, dunque uno studioso severo, non marxista, ci spiega che nella economia finanziarizzata, alla produzione di valore è subentrata l’estrazione di valore: lo sfruttamento intensivo e spesso folle di ogni risorsa, naturale o umana, a scopi di “fare denaro”, mettendo da parte gli ultimi fuochi di una “sana” economia che producendo ricchezza anche disuguale continua a creare un benessere diffuso, senza distruggere l’ecosistema.

Certo, in conclusione, per chi ne abbia, e per chi no, il denaro rimane quella terribile o benefica divinità che, per dirla con Marx, “umilia tutti gli dei dell’uomo”.
Perciò dobbiamo parlarne, analizzare questa divinità da ogni punto di vista, e con tutte le chiavi possibili; e siamo qui per farlo. Come sempre, in FestivalStoria, senza dogmatismi, seguendo il solo criterio della competenza, allo scopo di porre domande, suscitare problemi, in definitiva di eccitare la volontà di sapere e di capire, ma sempre nella convinzione che “il mestiere di storico” abbia e debba avere sempre una funzione (anche) civile.

Bibliografia

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(15 ottobre 2014)

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