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Il discorso di Francesco su omissione e indifferenza è stato emozionante 

“Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali”. Lo ha affermato Papa Francesco nell’omelia della messa presieduta in San Pietro in occasione della Giornata Mondiale dei poveri che la Chiesa Cattolica celebra oggi per la prima volta. “Ci farà bene – ha detto – accostare chi è più povero di noi: toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo. Solo questo dura per sempre, tutto il resto passa; perciò quel che investiamo in amore rimane, il resto svanisce”.

In merito, il Papa ha citato le parole del Vangelo “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. “Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato”, ha poi elencato. “Sui loro volti – ha aggiunto – possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: ‘Questo è il mio corpo’. Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore”.

Le frasi più importanti dell’omelia di Francesco

L’omissione è anche il grande peccato nei confronti dei poveri.

Assume un nome preciso: indifferenza.

È dire: ‘non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società’. è girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla.

Dio  non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo.

Quando vinciamo l’indifferenza e nel nome di Gesù ci spendiamo per i suoi fratelli più piccoli, siamo suoi amici buoni e fedeli, con cui Egli ama intrattenersi. Dio lo apprezza tanto, apprezza l’atteggiamento della donna forte che (nella Bibbia) apre le sue palme al misero, stende la mano al povero.

Questa è la vera fortezza: non pugni chiusi e braccia conserte, ma mani operose e tese verso i poveri, verso la carne ferita del Signore.

Lì, nei poveri, si manifesta  la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero.

Che cosa conta per me nella vita, dove investo? Nella ricchezza che passa, di cui il mondo non è mai sazio, o nella ricchezza di Dio, che dà la vita eterna?

Questa scelta è davanti a noi: vivere per avere in terra oppure dare per guadagnare il cielo. Perchè per il cielo non vale ciò che si ha, ma ciò che si dà, e ‘chi accumula tesori per sè non si arricchisce presso Dio’. Non cerchiamo allora il superfluo per noi, ma il bene per gli altri, e nulla di prezioso ci mancherà. Il Signore, che ha compassione delle nostre povertà e ci riveste dei suoi talenti, ci doni la sapienza di cercare ciò che conta e il coraggio di amare, non a parole ma coi fatti. 

È triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre.

Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali. E ci farà bene: accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. Ci ricorderà quel che veramente conta: amare Dio e il prossimo.

Spesso ci accontentiamo dell’idea di non aver fatto nulla di male, presumendo per questo di essere buoni e giusti.

Così  rischiamo di comportarci come il servo malvagio: anche lui non ha fatto nulla di male, non ha rovinato il talento, anzi l’ha ben conservato sotto terra.

Ma non fare nulla di male non basta.

Perchè Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati, è un Padre alla ricerca di figli, cui affidare i suoi beni e i suoi progetti. Ed è triste quando il Padre dell’amore non riceve una risposta generosa di amore dai figli, che si limitano a rispettare le regole, ad adempiere i comandamenti, come salariati nella casa del Padre.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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