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Il 'disimpegno' di Trump e l'ombra di Mosca sul Baltico

di Massimo Maugeri

Roma – Un enorme murale apparso alcuni mesi fa su un edificio di Vilnius, capitale della Lituania, mostra Donald Trump e Vladimir Putin mentre si abbandonano ad un appassionato bacio in bocca.

Quel murale, mutuato dall’iconografia berlinese del celebre bacio tra Erich Honecker e Leonid Breznev, da esorcismo pop e opera di arte di strada si è trasformato in un funesto presagio. Nell’immaginario del popolo lituano, e baltico in generale, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca riapre scenari di paura e riaccende il timore che l’ombra dell’aquila imperiale russa possa tornare ad allungarsi sulla regione.

Estonia, Lituania e Lettonia, a lungo considerati da Mosca come proprio avamposto a nord-ovest, hanno riconquistato la loro indipendenza 25 anni fa, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, così come era avvenuto per una breve stagione alla fine della I guerra mondiale dopo la caduta degli Zar e l’avvento al potere dei bolscevichi. A partire dagli anni ’90 i tre Stati del Baltico hanno trovato nella Nato un ancoraggio saldo all’occidente, ma prima l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e poi le elezioni Usa e la vittoria di Trump, hanno rimesso in discussione tutto, disegnando un futuro incerto.

Cosa cambierà con la politica estera del neo presidente rispetto allo scenario baltico e balcanico non è del tutto chiaro. Se ci si dovesse limitare alle posizioni che il candidato Repubblicano ha manifestato durante la campagna elettorale, il riavvicinamento di Washington a Mosca sarà molto più netto di quanto non sia accaduto con le amministrazioni Obama degli ultimi 8 anni e di quanto sarebbe potuto accadere con l’elezione della Clinton. Ma il mosaico è composito, gli interessi in gioco sono numerosi e gli equilibri delicatissimi. Di certo c’è che il vento di Mosca ha ripreso a soffiare forte sull’Europa orientale e le elezioni presidenziali in Bulgaria e Moldova di ieri, che hanno visto la vittoria dei due candidati filo-russi, lo confermano.

Il timore di molti, soprattutto lungo i confini con la Russia, è che Trump confermi le sue promesse elettorali e inauguri una politica estera isolazionista, ispirata al principio dell'”America First”. Il nuovo capo della Casa Bianca, in linea con le richieste già avanzate da Obama, pretende che i paesi della Nato adempiano ai loro obblighi finanziari per sostenere l’alleanza, destinando almeno il 2 per cento del Pil alla difesa entro il 2024. Il bilancio complessivo della Nato per il 2016 è di circa 1,3 miliardi di dollari: gli Usa finanziano l’organizzazione per il 22,1 per cento, seguiti da Germania (14,7 per cento), Francia (10,6), Gran Bretagna, (9,8 per cento) e Italia (8,4 per cento). Lettonia, Lituania ed Estonia oggi concorrono complessivamente con meno dello 0,5 per cento al bilancio della Nato, una quota non certo irrisoria per paesi così piccoli. L’Estonia è il paese che spende di più, destinando alla difesa il 2,2% del Pil, Lituania e Lettonia mettono a bilancio rispettivamente poco meno dell’1,5%.

La minaccia di disimpegno che Trump ha paventato in campagna elettorale rispetto al principio di difesa comune sancito dal trattato Atlantico (l’articolo 5 prevede l’intervento immediato accanto ad un paese alleato in caso di aggressione), ha fatto correre un brivido sulla schiena dell’opinione pubblica e della classe dirigente dei paesi baltici.

Minaccia che è stata esplicitata in maniera sprezzante anche da pezzi da novanta del partito Repubblicano come Newt Gingrich, che in una intervista alla Cbs ha risposto ad una domanda sull’impegno Usa e l’Estonia dicendo di non “voler rischiare una guerra nucleare per un luogo alla periferia di San Pietroburgo”.

‘Morire per Tallin’, insomma non è una priorità per la nuova amministrazione Usa. Ma i tre paesi sono totalmente dipendenti dalla Nato per la difesa dei loro confini e del loro spazio aereo e si aspettano l’invio di almeno 4 mila militari dell’alleanza (tra cui anche soldati italiani) nel 2017. Una promessa che a questo punto potrebbe saltare. L’obiettivo immediato è capire come sarà composta la nuova amministrazione e avviare un contatto con l’ala più dialogante, individuata al momento nel vice presidente Mike Pence.

“Quello che stiamo cercando di far capire a tutti – ha detto Vaidotas Urbelis, funzionario del Ministero della Difesa lituano al Financial Times – è che tutto ciò che abbiamo realizzato negli ultimi 25 anni è in gioco, tutto potrebbe finire”. I governi di Estonia, Lituania e Lettonia per ora stanno alla finestra, minimizzano le parole di Trump in campagna elettorale e incassano il pugno allo stomaco dell’elezione del miliardario Usa alla Casa Bianca con dichiarazioni di circostanza. Con la speranza che l’ombrello di Washington possa continuare a proteggerli. E che il ‘bacio’ sui muri di Vilnius tra Putin e Trump, non diventi mortale. 

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