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Il falso dossier su Orlandi, punti fermi e domande

L’unico interesse dell’evidente “pataccaˮ sta nel luogo dove era conservata. Ma davvero quel documento palesemente contraffatto era custodito nell’archivio della Prefettura degli Affari economici?

Pubblicato il 22/09/2017 –
andrea tornielli –
Città del Vaticano –

A pochi giorni di distanza da quella che era preannunciata come una bomba e si è rivelata una cartuccia a salve che cosa resta del documento palesemente falso dedicato alla scomparsa di Emanuela Orlandi? Come si ricorderà, la pubblicazione del presunto dossier vaticano contenente il resoconto delle spese che la Santa Sede avrebbe sostenuto per gestire il rapimento della ragazza mantenendola all’estero lontano dalla famiglia con un costo pari a quasi mezzo miliardo delle vecchie lire, è stata concomitante al lancio del nuovo libro del giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi. Il quale l’ha reso noto lo stesso giorno in cui lo pubblicava il Corriere della Sera, affermando di non sapere se si trattasse di un documento autentico o di un falso.

Un falso grossolano

Le più semplici e ovvie considerazioni a prima vista su quel testo – analisi davvero minimali per le quali non era necessario consultare né super-esperti di intelligence né specialisti dello stile curiale vaticano – dicono che è un falso grossolanamente costruito. Sbagliate le forme con cui ci si riferisce agli arcivescovi Re e Tauran («Sua Riverita Eccellenza» invece che «Sua Eccellenza Reverendissima»), sbagliato il nome di Tauran («Luis» alla spagnola, invece che «Louis» come sarebbe stato corretto, e il presunto estensore del documento era stato nunzio in Francia!), sbagliata tutta l’impostazione del testo, l’allineamento, la mancanza dei destinatari in calce. Sbagliata la dicitura «Gendarmeria vaticana» contenuta nel testo: nel 1998 ovviamente esisteva ma non si chiamava così (dal marzo 1991 fino al gennaio 2002 era denominata «Corpo di vigilanza dello Stato della Città del Vaticano»).

Inquinamento e ricatti

Ci sono inoltre elementari considerazioni relative al contesto: innanzitutto la domanda sull’esistenza stessa di un documento del genere depositato in un archivio fuori dal Vaticano (seppure in un palazzo che gode dell’extraterritorialità), la presunta esistenza del dossier in triplice copia (anzi quadruplice, perché la copia negli archivi della Prefettura sarebbe stata la quarta). L’assurdità di pensare che un’operazione di questo genere, nel caso fosse stata davvero realizzata, sarebbe stata affidata alla rendicontazione dell’APSA (ente pagatore della Santa Sede), con tanto di ricevute, bollette e “pagheròˮ riordinati in un’accurata nota spese, per realizzare la quale nel 1998 si sarebbero dovute coinvolgere molte persone fino a quel momento all’oscuro della misteriosa vicenda. Insomma, con buona pace di chi ha presentato il documento lasciando al lettore la risposta sulla sua autenticità invece di metterlo in guardia sulla sua fin troppo palese contraffazione, siamo di fronte a uno pseudo-documento fabbricato per inquinare ulteriormente i già inquinatissimi pozzi del caso Orlandi, o per lanciare segnali ricattatori a qualcuno Oltretevere.

L’annuncio della Chaouqui

L’unico punto di reale interesse riguarda il luogo in cui questo testo così grossolanamente falso era conservato e il suo inserirsi nella nuova e ininterrotta serie di Vatileaks conseguenti alla disastrosa riforma degli enti economici e finanziari vaticani e alle scelte delle persone alle quali lo studio di questa riforma era stato affidato. A parlare per la prima volta di un dossier scottante sul caso Orlandi tra i documenti della Prefettura degli Affari economici è la pr Francesca Immacolata Chaouqui, nel libro “Nel nome di Pietroˮ, pubblicato nel febbraio 2017.

Carte «sgradevoli»
La protagonista, insieme al monsignore spagnolo Lucio Vallejo Balda, di Vatilaeks 2, scrive (pag. 145) che il documento era nella cassaforte di Balda. Spiega che era stato rubato nella notte tra sabato 29 e domenica 30 marzo e sostiene che il documento sarebbe stato restituito nel plico di carte anonimamente riconsegnate alla Prefettura (pag. 147): «C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta». Dunque la Chaouqui mette nero su bianco di essere a conoscenza della sparizione e poi ricomparsa del dossier, nonché del suo contenuto. Nella ricostruzione che accompagna la pubblicazione della “pataccaˮ, Fittipaldi ricorda che monsignor Alfredo Abbondi, il quale nel 2014 lavorava nella Prefettura a stretto contatto con Balda, interrogato al processo Vatileaks 2 ha parlato di carte «sgradevoli» rubate e poi restituite. Senza però fare cenno al dossier Orlandi. Fittipaldi la ritiene comunque una conferma esterna circa l’esistenza del dossier nella cassaforte prima del furto, come pure tra le carte che furono restituite.

L’origine di Vatileaks 2

È necessario tornare a quanto accadde nel mese di marzo del 2014, nei giorni immediatamente precedenti al furto. La commissione COSEA – nella quale avevano ruoli centrali Balda e la sua principale assistente, da lui imposta all’interno della commissione stessa, Francesca Immacolata Chaouqui – era ormai destinata alla chiusura. Il Papa aveva fatto nascere la Segreteria per l’Economia affidandola al cardinale George Pell, i rapporti tra Balda e la sua alter ego si stavano deteriorando. Lo stesso Balda, sicuro fino a pochi giorni prima di diventare il segretario generale del nuovo dicastero, si era visto soffiare la nomina e designare a suo posto uno dei segretari particolari del Pontefice, il maltese Alfred Xuereb. La Chaouqui, che sperava di diventare la donna forte della riforma dei media e della comunicazione vaticana, cade in disgrazia. Va cercata in questo contesto (e groviglio) l’origine di Vatileaks.

Ladri in azione

Nelle prime ore del 30 marzo 2014, quando è ancora notte fonda, qualcuno entra nei palazzi extraterritoriali del vaticano di Piazza Pio XII. A essere citato, diventando famoso nei libri di Vatileaks un anno dopo, è il furto con scasso avvenuto nella sede della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede (organismo in via di dimissione e oggi non più esistente). Ma quella note a subire furti di soldi e documenti sono diverse Congregazioni vaticane ospitate nello stesso stabile. I ladri “visitanoˮ diversi uffici. Nella Prefettura degli Affari economici, i malviventi non penetrano nell’archivio della commissione COSEA: le carte del gruppo di lavoro del quale facevano parte Balda e la Chaouqui erano infatti conservate a Casa Santa Marta, dentro le mura vaticane. Ad essere forzato, oltre alla cassaforte che contiene poche centinaia di euro, è un armadio blindato dove si conserva il “Protocollo riservatoˮ della Prefettura, pochi fascicoli rigorosamente protocollati e ordinati cronologicamente. Altri armadi blindati vengono aperti ma non scassinati: contengono cancelleria e le chiavi vengono trovare dai ladri in un cassetto. Dal “Protocollo riservatoˮ vengono sottratti alcuni documenti.

Un documento che non c’è

Sabato 26 aprile 2014, quasi un mese dopo quello strano furto, un nuovo colpo di scena. Presso la grande cassetta postale della Prefettura, che si trova nell’atrio del palazzo, viene recapitata in forma anonima una busta. Non c’è il destinatario e nemmeno il mittente. La busta viene recapitata dall’usciere a monsignor Abbondi il quale la consegna al suo superiore, il segretario della Prefettura Lucio Vallejo Balda (è a lui che compete l’apertura della posta). Balda apre il plico in presenza di Abbondi e si rende conto che si tratta di alcune delle carte sottratte la notte del 29-30 marzo precedente. Insieme con Abbondi, Balda procede a risistemare ogni foglio nel faldone giusto, in base al numero di protocollo. C’è un carteggio del banchiere Michele Sindona degli anni Settanta, ci sono carte più recenti relative a problemi amministrativo e gestionale. Ma il dossier di cinque pagine datato 1998 a firma presunta (in realtà la firma non c’è) del cardinale Lorenzo Antonetti, Presidente dell’APSA, non è tra le carte che vengono estratte dal plico anonimo (circa una trentina di fogli) e rimesse a posto. Monsignor Abbondi ha ribadito in questi giorni che il dossier Orlandi non era tra i documenti restituiti e ha affermato di non averlo mai visto neanche prima, quando per motivi di ufficio, prima dell’arrivo di monsignor Balda, aveva consultato il “Protocollo riservatoˮ. Appare quindi molto probabile che il dossier contraffatto facesse parte di un personalissimo archivio privato che monsignor Balda si era precostituito.

Balda & Chaouqui

Subito dopo il furto, lo stesso Balda, che in quel momento si sentiva spiato, aveva parlato anche con persone conosciute per la prima volta dell’esistenza di quel dossier tra le carte rubate, facendo intendere che il documento avrebbe scatenato un putiferio sulla Santa Sede. Sono dunque il monsignore spagnolo e la Pr Chaouqui a parlare di questo testo e della sua portata “esplosivaˮ. Ma se il documento non era tra le carte restituite, da dove è uscito? Oggi la Pr ribadisce di aver visto con i sui occhi quel documento che Balda fotocopiò per sé e mise da parte nella cassa di suoi documenti riservati. Non va dimenticato che la stessa Chaouqui, nel libro “Nel nome di Pietroˮ fa intendere chiaramente di credere che il furto alla Prefettura sia stato commissionato dallo stesso Balda: «L’ idea è assurda ma anche il suo atteggiamento lo è. Può essere lui il colpevole? Di certo il modo in cui stanno conducendo le indagini è sospetto… “Li hai fatti rubare?ˮ chiedo a voce più bassa possibile (a Balda. Ndr). Non riesco a crederci. Forse sta solo approfittando di un evento fortuito per darsi importanza. Per far sì che ci temano, che ci considerino un potere con cui fare i conti». Va sottolineato che nel libro del febbraio 2017 Chaouqui ammette che i documenti sottratti non erano quelli della commissione COSEA (poi filtrati in Vatileaks 2, in attesa del sequel di Vatileaks 3), ma quelli della Prefettura per gli Affari economici. Nel libro “Via Crucis, dove il giornalista Gianluigi Nuzzi pubblica parte delle carte della COSEA, si parla del furto ma si sostiene invece che si sarebbe trattato di documenti della commissione. I responsabili del furto collegato a Vatileaks 2 e i suoi eventuali mandanti, restano dunque avvolti il mistero.

Ciò che il documento dice

Il forte dubbio relativo alla custodia del dossier “pataccaˮ negli archivi della Prefettura degli affari economici toglie ulteriore valore e interesse alla “pataccaˮ stessa. Un documento fabbricato così maldestramente da dover apparire falsissimo, ma che non è certo stato confezionato da uno sprovveduto. Il cui scopo non era tanto quello di gettare qualche luce nel pozzo senza fondo del caso Orlandi, quanto piuttosto quello di lanciare qualche segnale trasversale. Che a comporlo non sia stato uno sprovveduto lo attesta ad esempio il nome stesso di Antonetti e la sua qualifica di cardinale. Il falso dossier è datato (con formule mai usate nei documenti vaticani) marzo 1998. E Antonetti si firma come cardinale. Chi ha fabbricato maldestramente (forse volutamente in modo così maldestro) il testo, doveva però sapere che Antonetti nel marzo 1998 era cardinale e lo era da appena un mese, avendo ricevuto la porpora poche settimane prima, nel febbraio di quell’anno, dopo aver guidato l’APSA dal 1995. Antonetti lascerà la guida della “cassaforteˮ vaticana pochi mesi dopo, nell’ottobre di quello stesso 1998. Un altro particolare interessante riguarda la ginecologa Lesley Regan, citata in una pagina del documento, che avrebbe visitato a Londra Emanuela Orlandi. È autrice di un libro noto e tradotto anche in italiano, intitolato “La tua gravidanza di settimana in settimana. Dal concepimento alla nascitaˮ. Chi l’ha citata nel falso dossier voleva forse alludere alla cosiddetta “pista sessualeˮ secondo la quale la quindicenne Emanuela Orlandi sarebbe stata abusata da qualcuno di importante Oltretevere rimanendo incinta?

Il nome di Teofilo

C’è infine un altro nome che è difficile pensare sia stato inserito a caso nel dossier, incaricato di «attività gestione stampa» per una spesa di 5 milioni di lire nel periodo tra il febbraio 1985 e il febbraio 1988. È quello di Teofilo Benotti, giornalista cattolico e fino alla metà degli anni Ottanta collaboratore del L’Osservatore Romano, autore del libro “L’azione politica cristianaˮ. Il giornalista era stato relatore – con un contributo sul tema “L’uomo nella dottrina marxistaˮ – al convegno su “Teoria e prassiˮ che si svolse tra Roma e Genova nel settembre 1976 e al quale partecipò anche l’allora cardinale arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla. La sua collaborazione con il quotidiano vaticano fu interrotta con l’arrivo del direttore Mario Agnes. Teofilo è il padre di Mario Benotti, giornalista di Rai International, molto vicino all’allora direttore generale Lorenza Lei, già capo segreteria particolare del Sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e consulente del sindaco di Firenze Dario Nardella per i rapporti con le confessioni per il dialogo interreligioso. Mario Benotti, chiamato in anni recenti a collaborare a L’Osservatore Romano dall’attuale direttore.

Benotti e la Pr

Francesca Immacolata Chaouqui nel libro scrive che Benotti le è stato presentato dal banchiere Ettore Gotti Tedeschi (già presidente dello IOR, defenestrato nel maggio 2012): «Gotti Tedeschi – scrive la Pr protagonista di Vatileaks – mi ha presentato un suo amico, un giornalista, Mario Benotti, con cui ho collaborato per tentare di riabilitarlo. Lavora in Rai e la sua famiglia ha storicamente legami con la Sede Apostolica. Nonostante Benotti gli abbia procurato un incontro con i tre porporati più influenti dello Stato (il cardinal Bertone, Segretario di Stato, il cardinal Versaldi, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, e il cardinal Bertello, Presidente del Governatorato) il desiderio di giustizia di Gotti Tedeschi non ha avuto soddisfazione». Il nome del padre di Mario Benotti nel falso dossier Orlandi è stato incluso perché davvero ha collaborato in qualche modo con le autorità vaticane per la gestione del caso o si tratta piuttosto di un messaggio (o di un inquinamento) diretto al figlio che certamente gode di autorevoli entrature in Vaticano? Un altro indizio che depone a favore dell’ipotesi di un estensore fin troppo maldestro in quanto alla forma ma non certamente sprovveduto.

1/ continua

http://www.lastampa.it/2017/09/22/vaticaninsider/ita/vaticano/il-falso-dossier-su-orlandi-punti-fermi-e-domande-OWbLgSGATMWq9Gglp7PXtL/pagina.html

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