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Il fantasma della peste

Articolo di Adriano Prosperi (Repubblica 9.10.14)

“”Exalibur , il cane di Teresa Romero, è stato soppresso ieri sera nonostante le proteste degli animalisti. Teresa, l’infermiera spagnola che è stata contagiata da ebola in occasione del ricovero del missionario García Viejo (morto il 26 settembre), è già diventata un nome minaccioso. Chi ha avuto contatti con lei è già in isolamento o è tenuto sotto osservazione. Cinque persone, da suo marito in giù, sono ricoverate in isolamento e quelle in osservazione sono già una cinquantina. All’improvviso Ebola è tra noi. E ci fa capire che l’Africa non è lontana. In Africa occidentale si moriva da tempo a causa di Ebola. Ma si voltavano le spalle, si diceva che tutto era sotto controllo. Non era vero. Finché l’8 agosto scorso l’Organizzazione mondiale della santità per bocca del suo direttore ha dichiarato che siamo in piena emergenza internazionale. E oggi, nei nostri Paesi, basta un nome di un sospetto contagiato per scatenare un’ansia spaventosa.

Nessun uomo, nessuna donna è un’isola: questo è certo e indiscutibile, soprattutto ai nostri tempi. Ma questo si traduce nel fatto che quando si tratta di Ebola basta un nome a fare l’effetto di un sasso nello stagno. Le onde che se ne dipartono sono le isoipse di un altro contagio, diverso da quello del virus e a diffusione assai più rapida: quello della paura. Che effetti può fare la paura? Il più evidente lo vediamo nella deformazione del modo di percepire gli spazi del mondo. All’improvviso l’idea di un mondo più piccolo, senza confini, senza frontiere, ha perduto l’alone di ottimismo che circondò pochi anni fa l’idea della mondializzazione: si è rovesciato nel suo opposto, appare come una minaccia, ci fa regredire col desiderio al tempo dei viaggi lenti per mare e per terra, delle lunghe soste in quarantena nei porti di mare.
Oggi sono i porti dell’aria, gli aeroporti, a trovarsi nella tempesta. Si guarda a loro come alla falla irrimediabile della nostra sicurezza: guardiamo al nostro vicino d’aereo col dubbio: chissà da quale remoto contatto col mondo africano è arrivato proprio lì, accanto a noi. E l’idea della quarantena si affaccia, suggerita dall’esperienza storica e dalle norme sanitarie elaborate nei secoli.
Quarantena significa sospensione della vita, attesa, paura. Tutte cose in conflitto col ritmo turbinoso della vita nel mondo attuale. Isolamento, osservazione: tempi lunghi da trascorrere in un mondo alieno, abitato da presenze che non hanno niente di umano. Le fotografie mostrano esseri con tute da astronauta, maschere, attrezzature per trattare a distanza corpi pericolosi. Tutto questo non è nuovo. Abbiamo immagini della grande peste del 1630 a Venezia che mostrano esseri mostruosi: volti nascosti dietro una maschera con occhialoni e una specie di lungo becco adunco al posto del naso, corpi coperti da vesti lunghe fino a terra, stivaloni, guanti enormi. Era la tenuta di sicurezza dei medici: dentro il becco tenevano foglie di rosmarino, bacche di ginepro, spicchi d’aglio, per non sentire il fetore dei corpi dei malati. In mano, avevano un lungo bastone per sollevare lenzuoli e scoprire corpi. Intanto gli appestati erano isolati sull’isola del Lazzaretto Vecchio; e chi aveva avuto contatti con loro era confinato su quella del Lazzaretto Nuovo. Per chi trasgrediva le regole igieniche e alimentari, c’era una forca eretta su di una nave. Intanto i morti si ammassavano nelle case e chi poteva ne gettava i corpi dentro le apposite barche che passavano nei canali.
Quell’epidemia devastò città e campagne dell’Italia centro-settentrionale. Rimase celebre quella di Milano. La grande letteratura che riesce a far rivivere il presente nascosto sotto i panni del passato ce ne ha offerto un’idea coi Promessi sposi del Manzoni: anche, se non di più, con la sua Storia della colonna infame . Senza il terrore che dominava le menti, senza il sospetto e l’odio che avvelenavano i rapporti umani, non ci sarebbe stato nel 1630 il mostruoso processo contro il barbiere Gian Giacomo Mora e il commissario di sanità Guglielmo Piazza. Dietro il vicino, il passante qualsiasi, si vedeva l’untore, l’avvelenatore che dissemina deliberatamente il contagio. E ben prima dei due sfortunati milanesi tanti altri avevano pagato con la vita il sospetto di essere i colpevoli delle epidemie di peste. Gli eretici, i bestemmiatori, le prostitute attiravano l’ira di Dio, alla fine toccò anche ai malati di Aids. Nella serie dei capri espiatori non potevano mancare gli ebrei: furono loro a finire sui roghi quando la Peste Nera del 1348 devastò l’Europa.
Fu quello il momento capitale dell’esperienza della fragilità della specie, l’attacco che mise a rischio la sopravvivenza stessa degli esseri umani in una vasta e progredita area continentale. A quel momento storico ci si deve rivolgere sempre come al laboratorio degli effetti devastanti di un’epidemia: non solo per la dimensione apocalittica del fenomeno, che apparve allora misterioso e incomprensibile se non rifacendosi all’idea dell’ira di un Dio da placare con penitenze e purgazione della società dai membri sospetti. Ma anche e soprattutto per capire quali siano gli effetti della paura del contagio. I cronisti della Peste Nera ce lo hanno detto: Matteo Villani scrisse che «le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti». E più d’ogni altra fonte storica è un scrittore della grandezza di Giovanni Boccaccio che vale la pena di rileggere a questo proposito: «L’un fratello l’altro abbandonava, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».
Ecco il punto: l’esperienza del terrore può dissolvere i vincoli più sacri fra gli esseri umani. L’aggressione di un nemico invisibile, di una minaccia mortale senza riparo, può davvero trasformare l’essere umano in lupo per il suo simile. E oggi Ebola minaccia di rinnovare questa esperienza: all’abisso già esistente tra l’Africa e il resto del mondo che ci ha reso insensibili davanti alle stragi del Mediterraneo, oggi si aggiunge la minaccia di abissi anche più profondi all’interno delle nostre società e dei nostri rapporti umani abituali. Excalibur può essere la prima vittima di un esperimento assai più vasto.

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