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Il fascino che suscita papa Francesco non è una buona cosa per la Chiesa cattolica

Papa Francescodi Paul Baumann*
in “www.slate.fr” del 16 marzo 2014 (traduzione dal francese di www.finesettimana.org) –
Una fissazione su papa Francesco banalizza la fede dei cattolici e non risolve il loro problema principale: la natura persistente delle divisioni e dei disaccordi costanti che impediscono loro di vivere gli uni con gli altri.

A che cosa servono i papi? In un quarto di secolo di scritti sul cattolicesimo, ho potuto imparare che servono ai papa-razzi e ad instillare un po’ di esotismo nelle notizie della sera. In qualche caso, certo, servono a far vendere giornali.

L’uomo dell’anno per il Time! La copertina di Rolling Stone! Un ritratto acerbo di 10 000 parole – tendenziosamente intitolato  “Il primo anno di un papa radicale” – sul New Yorker! Visibilmente i papi devono avere un qualcosa che i grandi media, altrimenti scettici rispetto all’autorità religiosa, trovano quasi irresistibile – il che spiega perché, di tanto in tanto, i papi sono anche serviti a farmi apparire in televisione quando mi invitano per commentare un’azione o una dichiarazione papale. I papi contemporanei sono anche dei formidabili creatori di posti di lavoro per storici della Chiesa o  biografi. Aspettate una settimana, e riceverete un nuovo istante di vita di Jorge Mario Bergoglio, magari una compilation delle sue migliori dichiarazioni a tavola. Altrimenti, come sapremmo che papa Francesco è stato “buttafuori” in gioventù?

Una formazione essenziale, sicuramente, per un guardiano dell’ortodossia.
Al primo anniversario dell’elevazione di Bergoglio al trono di Pietro, lagnanze e complimenti si accumulano. In una certa misura, non è difficile capire l’attrazione – dopo tutto, il mondo non deborda più di astinenti o di monarchi assoluti, e ancor meno di individui che possono vantarsi della fedeltà di un miliardo di persone. Eppure, c’è qualcosa che stona in questo idillio tra il vicario di Cristo e i mass media, ossessionati dalle paillette, e non possiamo fare a meno di chiederci ciò che un tale fascino profano possa rivelare per il papato. In un mondo in cui le scelte sono illimitate e i conflitti apparentemente insolubili, ecco un uomo e una fede che predicano la rinuncia alle cose di questo mondo e una promessa di giustizia nel successivo. Il papa offre solo una semplice scappatoia ai fardelli della libertà moderna o una reale alternativa? Per molti cattolici, il problema è sempre senza importanza. Le chiese non sono poi così vuote come si dice.

Qualunque cosa la gente possa pensare, papa Francesco non è un mago, non può modificare il corso della storia profana, né risolvere divisioni ideologiche sempre più profonde in seno alla Chiesa, con la semplice affermazione della sua potenza papale, che, in verità, ha solo poteri relativamente anemici. In questo senso, se il gusto smodato per il papato va bene per gli affari, non è affatto positivo per la Chiesa. Perché? Perché favorisce l’illusione che i tormenti della Chiesa possono essere curati da un solo uomo, tanto più se nuovo. In realtà, nessun papa possiede un tale potere, grazie a Dio. Il primissimo papa, ricordiamocelo, era un uomo dalla debolezza leggendaria, che aveva rinnegato tre volte il suo Signore prima del canto del gallo. E il papa più recente, Benedetto XVI – un uomo dall’intelletto imponente e dalla devozione ispirata, benché abbastanza anziano – ha dovuto rinunciare all’anello del pescatore a causa di intrighi di palazzo. Giovanni Paolo II, evidentemente, era una superstar mediatica e ha giocato un ruolo innegabile nel crollo dell’Unione Sovietica. Eppure, non ha saputo risolvere la prova più cruciale a cui la Chiesa si è trovata a confrontarsi, cioè gli scandali di abusi sessuali del il clero.

La verità è che il mondo lusinga la Chiesa cattolica focalizzandosi sul papa – e più la conversazione interna al cattolicesimo è monopolizzata dalle speculazioni sulle intenzioni di una sola persona, meno è probabile che la Chiesa riesca a superare la confusione e i conflitti che la preoccupano dopo
il Concilio Vaticano II (1962-1965). La Chiesa ha disperatamente bisogno di ritrovare il suo equilibrio spirituale e culturale, deve trovare una densità, una ricchezza nel suo culto e nella sua missione, e una presenza pubblica nuova, il che trascende, e di molto, una semplice fedeltà al papa. In mancanza di un tale equilibrio e di una tale padronanza di sé, è impossibile per la Chiesa trovare la propria voce. Ma per trovare le loro voci, i cattolici non dovranno rivolgersi verso Roma, ma gli uni verso gli altri – è in questo che risiede sia il problema che la soluzione.

Una fissazione sul papa banalizza la fede dei cattolici che, attraverso la storia, hanno avuto, almeno la maggior parte di loro, una conoscenza limitata del papa e nessun contatto con la sua persona. Tradizionalmente il papato funzionava come un organismo di ultimo ricorso, per risolvere i disaccordi tra fedeli. Ma durante il secolo scorso, è diventato sempre più un organismo di primo ricorso, fatto per intromettersi nella minima disputa teologica o ecclesiologica. Se delle religiose americane “flirtano” con un nuovo stile di ministero, il Vaticano interviene. Se delle traduzioni di testi liturgici comprendo un po’ troppo linguaggio inclusivo, il Vaticano alza il cartellino rosso. Un Vaticano che interviene su tutto, infantilizza i vescovi della Chiesa, incitati a rivoltare la giacca (e la tonaca) ad ogni nuova moda papale. A loro volta, i vescovi pretendono la deferenza del clero e dei laici. Le conseguenze di questo sono state fin troppo evidenti: come per ogni organizzazione ipergerarchizzata, le iniziative locali non riescono ad imporsi, o vanno a rotoli per la mancanza di una leadership dinamica, cosicché l’apatia prevale nel gregge. La paralisi e i blocchi istituzionali sono diventati la norma. I seminari si svuotano e, sul campo, il talento clericale diminuisce.

Teologicamente parlando, il papa dovrebbe essere il simbolo dell’unità della Chiesa, ma, da alcune decine d’anni, è solo il simbolo delle speranze e delle apprensioni contraddittorie dei cattolici situati alle due estremità del fossato culturale e religioso che divide oggi la Chiesa. Giovanni Paolo e Benedetto hanno cercato di disciplinare le fila agitate dei seminari, dei presbitèri, delle università e delle parrocchie. Da parte dei cattolici progressisti, si è saputo mantenersi discreti e resistere – e oggi, stanchi delle rimostranze prodigate da decenni da auproclamati “ortodossi”, riprendono coraggio, imbaldanziti da Francesco e da ciò che appare come un cambiamento di atteggiamento (se non di politica) a Roma. Ma Francesco, malgrado il suo fascino evidente e il suo appassionato stile pastorale, non avrà maggior fortuna dei suoi predecessori teologicamente ansiosi riguardo alla pacificazione dei conflitti ideologici che covano in seno alla Chiesa. Come i suoi ammiratori scopriranno molto presto, perfino la leadership papale più affascinante – e il fascino è una nozione molto relativa – non può guarire il cattolicesimo dalle sue divisioni.
Queste divisioni, e i conflitti che provocano, sono di un’abbrutente familiarità. Che cosa deve pensare un cattolico “fedele” del controllo artificiale delle nascite, dell’omosessualità e del matrimonio tra persone dello stesso sesso, del divorzio, dell’esclusività maschile del presbiterato, del celibato dei preti, dell’eleggibilità dei vescovi, del ruolo dei laici, e in particolare delle donne, nell’assunzione di decisioni nella Chiesa, dei rapporti tra i papi e i vescovi, del pluralismo religioso, e degli abusi sessuali del clero e della non-responsabilità della gerarchia? Si tratta di una serie di domande che vanno al cuore della comprensione del sé cattolico e sulle quali la Chiesa, per quanto sia conosciuta come valorizzatrice della disciplina e dell’unanimità, è sempre profondamente divisa. Da entrambe le parti, vi sono cattolici che ritengono di essere i soli ed unici eredi del Vaticano II. Tutti sono d’accordo nel dire che è a questo Concilio che spetta la massima autorità in materia di comprensione degli insegnamenti della Chiesa. Eppure, tutti leggono i documenti del Vaticano II in maniera diametralmente opposta.

Com’è possibile? La risposta sta nei documenti stessi. Da un lato, le proclamazioni del Vaticano II aprono formidabili e nuove possibilità per l’impegno dei cattolici, all’interno e all’esterno della Chiesa: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo”, hanno voluto insistere i vescovi del Vaticano II, in uno spirito di ecumenismo senza
precedenti. Ma, al contempo, il concilio riaffermava effettivamente l’assolutismo cattolico del passato.

George Lindbeck, teologo luterano emerito e osservatore protestante ufficiale nel Vaticano II, descriveva il dilemma così generato come portatore di “ambiguità radicali e fondamentali nelle più autorevoli” dichiarazioni promulgate dal Concilio – comprese quelle sull’infallibilità del papa, sulle relazioni con gli altri cristiani e la sfida di una riconciliazione tra la tradizione cattolica e la Bibbia – ambiguità che permettono ad ognuna delle parti, su ciascuna di queste questioni nevralgiche, di trovare sufficiente sostegno testuale a favore delle proprie interpretazioni. “Quando la legge suprema autorizza direttamente posizioni rivali, se non contraddittorie, e non propone alcun mezzo per risolvere i disaccordi”, concludeva Lindbeck con autentico rincrescimento, “dei conflitti diventano inevitabili e, in mancanza di un cambiamento della legge suprema, insolubili”.
Quarant’anni dopo tali affermazioni, le cose non sono veramente cambiate.

Ma Lindbeck metteva anche in guardia contro un tentativo troppo rapido di risolvere le ambiguità del Vaticano II, che considerava un grave errore, sia che l’iniziativa fosse venuta dai riformisti che dai tradizionalisti. Secondo Lindbeck, occorreva fare ancora molta strada prima di arrivare ad una qualsiasi risoluzione. La crisi non poteva essere risolta da un papa, e continua a non poterlo essere. Ancor oggi, dei conservatori cattolici sono alla ricerca di un rifugio, determinati ad affrontare la tempesta del regno che si immagina “progressista” di Francesco. Come i loro rivali progressisti nel corso dei pontificati precedenti, i conservatori continuano ad esserci, pronti a riaffermare il loro “giusto” posto a capo della Comunione, quando il papa che disprezzato lascerà la scena.

La natura persistente di tali divisioni ci ricorda che i cattolici devono trovare un modo di vivere con e all’interno dei loro disaccordi costanti e, cosa più importante, vivere gli uni con gli altri. Forse è proprio quello che papa Francesco cerca di dire ai cattolici, quando cerca di cambiare prospettiva: uscire da Roma e tornare vicino ai poveri e agli emarginati, non porsi più il problema di chi vive negli appartamenti papali, ma sapere chi spezza il pane con chi in dintorni più modesti; e basta con la papamobile, ben vengano la vecchie Renault.

Lex orandi, lex credendi è uno degli insegnamenti più venerabili della Chiesa. Letteralmente, vuol dire che il culto della Chiesa determina la sua teologia o, come dice il catechismo: “La legge della preghiera è la legge della fede: la Chiesa crede come prega”. Quali che siano i loro disaccordi ideologici, i cattolici potranno trovare la loro unità, e un rapporto meno anacronistico con il papato, praticando insieme la loro fede – se no, non troveranno unità. In altri termini, la coppia omosessuale che incrocerete la domenica in chiesa potrebbe darvi un esempio più fedele di testimonianza cristiana di quanto non potreste immaginare. Oppure la fervente devozione di un innamorato delle messe in latino potrebbe condurvi a riconsiderare degli elementi della tradizione ecclesiastica che avete da tempo accantonato, ritenendoli assurdi e sterili. In tutti i casi, l’unità della Chiesa e la sua vitalità rinnovata sarà – e dovrà essere – un regalo che i fedeli faranno al papa, e non il contrario.
(Traduzione in francese di Peggy Sastre)
*Paul Baumann è editor di Commonweal Magazine

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