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Il femminismo di Dio

Inchiesta del manifesto (25.8.17) Quattro articoli “Cattoliche, valdesi, ebree, musulmane, le donne portano nella teologia e nella gerarchia un pensiero femminista che muove le loro battaglie contro il patriarcato delle religioni monoteiste. Teologhe, pastore, magistrate, avvocate vogliono cambiare il senso delle regole che ancora escludono le donne dall’amministrazione della giustizia di dio. La parola rimossa di Paolo di Tarso: «Non c’è maschio né femmina perché siete tutti uno in Cristo» LEGGI DI SEGUITO

Articolo di Alessandro Santagata: CATTOLICESIMO. L’accesso al rito nella battaglia per il diaconato femminile

“”Nel processo di aggiornamento della Chiesa avviato da papa Francesco quale spazio sarà riservato alle donne? Nel corso dei secoli le parole di Paolo di Tarso, «non c’è maschio e femmina, perché tutti siete uno in Cristo», sono state rimosse da un’istituzione che ha negato alle donne perfino il diaconato, testimoniato invece dalle Scritture (si pensi alla figura di Febe) e dagli studi storici, che hanno raccontato un medioevo popolato da diaconesse e badesse, talvolta dignitarie di poteri feudali e semi-episcopali.
TEOLOGHE come Serena Noceti e Adriana Valerio, non fanno fatica ad ammettere che il Concilio Vaticano II non ha scalfito l’impianto androcentrico della Chiesa, ma ha aperto nuovi filoni di riflessione maturati grazie anche all’ingresso massiccio delle donne nel mondo degli studi teologici. Il Coordinamento teologhe italiane ne rappresenta oggi l’espressione più vivace. Nello statuto si legge che l’associazione ha lo scopo di valorizzare e promuovere gli studi di genere in ambito teologico, biblico, patristico, storico, in prospettiva ecumenica.
Intervistata dal manifesto, Cristina Simonelli, presidente della CTI dal gennaio 2013, spiega che i filoni più recenti hanno riguardato il gender e il femminismo, e più in generale, «tutti gli ambiti del sapere teologico, sia nelle Facoltà teologiche e nei contesti accademici, che nei luoghi di pastorale e di pratiche di base, nonché nelle pubblicazioni».
Centrale è ovviamente anche la possibilità di accedere al diaconato, tornata oggetto di discussione alla metà degli anni Novanta grazie all’interessamento del cardinal Martini, dopo che Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, aveva confermato l’esclusione della donne dal sacerdozio. Come ha scritto Anna Carfora, la questione cruciale era la distinzione tra un diaconato femminile inteso come servizio e il diaconato come primo gradino dell’ordine sacro. In tempi recenti se ne è tornato a parlare in occasione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia nell’ottobre 2015, ma la proposta del vescovo canadese mons. Paul-André Durocher di permettere alle donne l’accesso al diaconato e all’omelia non ha trovato riscontro nel documento finale. Il 12 maggio 2016 papa Francesco, parlando davanti a 900 religiose di 80 Paesi, annunciava la creazione di una commissione di studio incassando il plauso dell’organizzazione internazionale Women Ordination Conference e i malumori del card. Müller, all’epoca alla testa della Congregazione per la dottrina della fede.
LA COMMISSIONE, composta da dodici membri (sei sono le donne) e presieduta da Luis Francisco Ladaria Ferrer, attuale prefetto della Congregazione per la dottrina, è stata istituita ufficialmente pochi mesi dopo. Sappiamo che al suo interno sono presenti orientamenti diversi sull’opzione del diaconato femminile, tuttavia – spiega Simonelli – «si è trattato comunque di una decisione importante, che ha dato il via anche in Italia a convegni, dibattiti, pubblicazioni, che hanno considerato non solo il caso specifico (donne diacone), ma l’insieme, dalla situazione uomini/donne col relativo immaginario, alla strutturazione dei ruoli ecclesiastici nell’insieme. Non so dire quale impostazione prevarrà: alcuni eventi di questo pontificato sono stati inaspettatamente innovativi, altri invece di indubbia mediazione, che spesso significa status quo».
ANCHE AL LIVELLO di discorso pubblico della Chiesa, le uscite di papa Francesco non sono apparse particolarmente incisive e comunque non prive di punti problematici. Nel 2013, di ritorno dalla giornata mondiale della gioventù di Rio, Bergoglio spiegava ai giornalisti che la Chiesa è femmina utilizzando l’immagine della Vergine come esempio e auspicando una «teologia della donna», a suo giudizio assente dal dibattito. Parlando pochi mesi dopo alla «Civiltà Cattolica», ha biasimato un presunto «machismo in gonnella» e ha esaltato in maniera generica quello che definisce il «genio femminile». Sono affermazioni decisamente caute che manifestano una certa difficoltà nell’affrontare il problema e un immaginario molto tradizionale. È vero che papa Francesco ha inviato a «riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa» e che l’insediamento della commissione è ancora cosa recente, così come si può osservare che le cosiddette «questioni non negoziabili» in materia di bioetica sono passate decisamente in secondo piano nella pastorale, anche se non ci sono stati interventi dottrinali di rilievo e nel segno della discontinuità. COME CI SPIEGA Simonelli, la chiesa continua a condannare le teorie del gender come un’ideologia perniciosa «rivelando in alcune componenti particolarmente chiassose una omofobia pari almeno all’omogeneità dei quadri cattolici». Il corpo delle donne è ancora il campo di una biopolitica che si esercita in una Chiesa in cui le donne sono una maggioranza che non governa in una comunità che sempre meno capisce tutto questo.””

VALDESI. Un’intervista di Luca Kocci a Letizia Tomassone, pastora valdese e teologa Pastore, diacone, vescove nella chiesa della Riforma

“”Chiese ad elevata parità di genere. Sono quella valdese e metodista – la principale delle Chiese cristiane non cattoliche presenti in Italia – e nel complesso quelle sorte dalla Riforma protestante, nelle quali le donne ricoprono ruoli e funzioni identiche a quelle degli uomini. Ne parliamo con Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze e docente di Studi femministi e di genere alla Facoltà valdese di teologia di Roma, in questi giorni impegnata nei lavori del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi a Torre Pellice.
«In effetti la presenza di donne “ordinate”, pastore e diacone ma talora anche vescove e presidenti di Chiese nazionali, è molto estesa e visibile nelle Chiese della Riforma», spiega Tomassone. «Nella Chiesa valdese e metodista si può contare poco meno del 40 per cento di donne ministro. Tuttavia, seppure ricoprendo la stessa funzione, donne e uomini non sono “uguali”: si cerca di dare spazio alla “differenza” nello svolgimento del ministero senza che questo crei discriminazione».

In altre Chiese cristiane, penso alla cattolica e alle Chiese ortodosse, questa parità non esiste. Eppure sono tutte ugualmente fondate sulla Bibbia e su Cristo. Come è possibile?
«La concezione del ministero nelle Chiese della Riforma non è sacrale, non si tratta di un sacerdozio, né il ministro deve svolgere una mediazione maschile – in quanto Cristo era un maschio – o paterna – in rappresentanza del Dio padre – verso la comunità. I ministri di culto sono parte della comunità dei credenti e del ministero che appartiene a tutte e a tutti e svolgono una funzione al servizio della comunità e centrata intorno alla predicazione della Parola.

Quello del posto delle donne nelle Chiese è un elemento di divisione con la Chiesa cattolica e con le altre Chiese. Potrà essere superato?
La questione si pone a più livelli. La Chiesa cattolica ci riconosce come pastore delle nostre Chiese e condivide momenti di confronto teologico e biblico in cui siano coinvolte pastore protestanti. Tuttavia, non aprendo con altrettanta fiducia alle donne nelle proprie fila, il dialogo è sempre difficile e diseguale. Più complicato ancora con i vari Patriarcati ortodossi o con buona parte delle Chiese pentecostali che non accettano il ministero femminile, e dunque non accolgono le pastore protestanti in occasione di incontri ecumenici. Il cammino è ancora lungo ma, per il forte impegno delle teologhe cattoliche nella propria Chiesa, ci saranno sicuramente degli sviluppi positivi».

Parliamo di donne e teologia. Nella ricerca biblica e teologica, nelle facoltà, che spazio assumono le donne?
Io faccio parte del Coordinamento delle teologhe italiane che raccoglie molte teologhe cattoliche e protestanti che fanno ricerca e insegnano anche nelle Facoltà pontificie. La Facoltà valdese di Teologia ha un corso curricolare sulle teologie femministe.

Quindi anche in questo ambito donne e uomini hanno un ruolo paritario?
No. Per ora la presenza di donne teologhe e docenti è marginale, seppure significativa per la qualità e quantità di pubblicazioni.

Quali filoni di genere studia e approfondisce la ricerca teologica?
I temi trattati seguono le tracce delle teologie femministe già sviluppate in altri Paesi, a livello ecumenico quindi, perché i percorsi di donne protestanti e cattoliche nel mondo occidentale sono intrecciati: una “ermeneutica del sospetto”, che rintraccia presenza femminile nonostante silenzi e reticenze dei testi biblici; l’esperienza di vita delle donne che diventa lente per comprendere i testi e la fede; la resistenza contro ogni riduzione al silenzio, contro la violenza e il patriarcato così a lungo legittimato dalla religione cristiana. Il lavoro è prima di tutto biblico, ma c’è un gran fermento di ricerca anche sulla storia delle donne e sulle forme di Chiesa. Inoltre c’è una riflessione comune sulle identità femminili postcoloniali, con molte donne del mondo protestante africano o cattolico dell’America latina. Questo ci aiuta a fare i conti con la nostra religione anche nei termini di una critica al suo retaggio di colonialismo di donne bianche e occidentali.

Che tipo di lavoro portano avanti le reti ecumeniche ed interreligiose di donne?
In Italia ci sono reti interreligiose con donne ebree e musulmane che conducono battaglie per la giustizia e la pace insieme a noi. Ascoltarci reciprocamente ci aiuta ogni volta a scoprire insieme la grande ricchezza che ogni tradizione porta con sé e ci rafforza per resistere alle oppressioni religiose, alle interpretazioni restrittive degli scritti fondativi. Esistono poi reti internazionali di donne impegnate per fare delle fedi strumenti di pace e di riconciliazione, come per esempio le teologie di donne nell’Islam che perorano una giustizia di genere nella Jihad.

Negli ultimi anni le Chiese valdesi e metodiste si sono impegnate sulla questione della violenza di genere, impiegando anche parte dei fondi dell’otto per mille. Quali programmi sono stati portati avanti? Perché è importante che le Chiese e le religioni si impegnino su questo fronte?
In marzo sono state consegnate alla presidente della Camera, Laura Boldrini, più di 5mila firme di donne e di uomini che si impegnano contro la violenza di genere. Le Chiese protestanti sono sempre state attente ai diritti delle persone, e la battaglia sui temi della violenza contro le donne riguarda i diritti umani. È importante che in questo cammino siano coinvolti gli uomini, in una presa di coscienza della propria identità maschile, che deve superare gli stereotipi dell’aggressività e recuperare il senso della reciprocità nella relazione e della capacità di tenerezza. Si lavora a molti livelli, con proposte di letture bibliche e un calendario di “sedici giorni contro la violenza”, un’iniziativa mondiale adottata dalle Chiese protestanti italiane – ogni anno dal 25 novembre al 10 dicembre –, con sportelli di aiuto e qualche casa rifugio per donne in difficoltà, promuovendo dibattiti e pubblicazioni che aiutino a superare la cultura cristiana maschilista e patriarcale.””

Articolo di Chiara Cruciati MALAYSIA La crepa malese nel muro delle corti islamiche

Nenney Shushaidah Binti Shamsuddin, 42 anni, ha fatto la storia in Malesia. Ma ci tiene a mantenere la barra dritta: «Quando sono in aula, non sono una donna, non sono un uomo. Sono un giudice». Lo scorso anno è stata nominata prima donna giudice all’Alta Corte della Shari’a. Sei anni prima, nel 2010, le prime due donne erano diventate giudice in corti della Shari’a, Rafidah Abdul Razak e Surayah Ramlee. Le prime di una lunga serie: oggi sono 27, su un totale di 160 giudici presenti nei tribunali islamici.
In Malesia il sistema giudiziario è duplice: in parallelo corrono un sistema civile e uno islamico. Se il primo è dedicato ai casi criminali e civili, al secondo spettano quelli legati al diritto di famiglia e alla moralità, che si tratti del consumo di alcol o di poligamia, di prostituzione o custodia dei figli. In un paese a maggioranza musulmana, le corti islamiche sono centrali tanto nella vita quotidiana dei singoli quanto nel definire linee guida che influenzano – in quello che alcuni definiscono un cortocircuito giudiziario – anche la magistratura civile.
La svolta è del 2006: una fatwa ha superato le posizioni tradizionali e conservatrici di alcuni teologi locali secondo cui le donne non possiederebbero l’equilibrio mentale necessario a non farsi influenzare dalle emozioni personali. La fatwa ha invece stabilito che anche le donne posso vestire i panni del giudice di un tribunale della Shari’a. Quattro anni dopo due pioniere si sono sedute sullo scranno di una corte islamica, dieci anni dopo Nenney è stata nominata all’Alta Corte.
«Siamo in grado di lasciare le emozioni fuori – spiega Nenney ad al Jazeera, rispondendo così ai critici che la ritengono incapace di imparzialità – Ho empatia per le donne, mi posso mettere nei loro panni, ma devo svolgere il mio ruolo di giudice, prendere una decisione sulla base del caso in sé. Spero che non ci sia più alcuna differenza nella percezione, tra un giudice uomo o donna. Il giudice deve semplicemente fare il suo lavoro».
Non una mera questione di gender, ma un modo per amministrare la giustizia in modo più equo. Molte delle cause portate di fronte ad un giudice della Shar’ia coinvolgono, ovviamente, delle donne e lo strapotere giudiziario maschile è percepito come un limite serio all’equità delle sentenze: l’obiettivo è garantire la parità delle parti in causa e una maggiore tutela della donna. Una realtà che non coinvolge solo il sistema islamico, ma anche quello civile dove le donne giudice sono pochissime. E non mancano i limiti ufficiali: come denuncia Sisters in Islam, associazione femminile di Kuala Lumpur, alcuni Stati impediscono alle donne di seguire alcuni tipi di casi giudiziari, tra cui quelli per reati che prevedono la pena di morte.
Forse per questo, dall’altra parte dello scranno, si è sviluppata una tendenza opposta: le donne che operano come avvocatesse nelle corti islamiche sono sempre più numerose. Il 40% degli iscritti all’organizzazione Shari’a Lawyers Association, sono donne; in cinque anni si sono registrate 200 avvocatesse in più. Anche in questo caso l’obiettivo è l’imparzialità e la consapevolezza (derivante dalle frequenti denunce di discriminazione) che le donne vengano in molti casi mal rappresentate nei processi islamici, a partire dai casi di divorzio e di custodia dei figli.
Cresce il numero nelle aule di tribunale ma anche in quelle delle università. Ormai i corsi di legge islamica sono seguiti per lo più da ragazze, un trend simile a quello delle altre facoltà: in Malesia il 61,9% degli iscritti all’università è donna. In linea con quanto dettato dal Corano: «L’Islam non solo riconosce la posizione della donna e dei suoi diritti, ma li consacra nella shari’a – spiega il professor Mohamed Azam Mohamed Adil, vice presidente dell’International Institute of Advanced Islamic Studies della Malesia – Studiando l’intero corpo degli insegnamenti islamici, si vede subito che non c’è spazio per la discriminazione delle donne in nome della religione. Le discriminazioni non sono, dunque, giuridiche ma frutto dei costumi di società patriarcali»””

Articolo di Lia Tagliacozzo EBRAISMO: Piccole comunità crescono per avere rabbi e italiane

“”Anna non è affatto contenta. Sta per compiere dodici anni e in occasione del suo bat mitzwà – in ebraico “figlia del precetto”, cerimonia che la definirà ebraicamente adulta – sperava di leggere la Torah, il pentateuco, in una lettura pubblica come fanno normalmente i maschi tredicenni. Anna invece dovrà accontentarsi di fare un commento in italiano come da oltre un secolo fanno le ragazzine ebree in Italia senza “salire” direttamente alla lettura del testo. In Israele presso alcune comunità dell’universo ebraico ortodosso la lettura rituale da parte delle donne è una cerimonia sempre più diffusa ma in Italia non si è ancora pronti. Adesso, per quel che riguarda il ruolo della donna anche nel mondo ebraico ortodosso – le comunità più legate all’osservanza della precettistica – le cose stanno cambiando. Lentamente. In Israele nei tribunali rabbinici, composti solo da uomini, che debbano decidere sulle cause di divorzio vi è anche una sorta di avvocato donna. Una presenza che introduce sensibilità e attenzioni nuove e diverse. Anche la piccola comunità ebraica italiana, fino ad ora interna al mondo ortodosso, ne è sfiorata. Probabilmente il desiderio di Anna si limita a precorrere i tempi.

Da poco più di dieci anni nella realtà ebraica italiana si sono affacciate anche forme di ebraismo “riformato”: si tratta di comunità numericamente ancora piccole ma che sono probabilmente destinate a modificare l’ebraismo italiano e che propongono anche l’ordinazione di donne rabbino, un’ipotesi fino ad ora sconosciuta in Italia.
L’ebraismo è – anche – un complesso sistema di norme che definisce una società. Non a caso una delle traduzioni ebraiche della parola Torah, il pentateuco, è proprio “legge”. La collettività ebraica che ne discende è una società con una distinzione di ruoli precisa, che non riguarda solo la dimensione di genere, da cui discende una definizione rigorosa di diritti e doveri. Anche la Bibbia racconta la vicenda di donne che hanno avuto posti diversi nella storia ebraica: le matriarche Sara, Rebecca, Rachele e Lea sono narrate soprattutto, ma non esclusivamente, come mogli dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma vi è anche Debora, profetessa e giudice d’Israele. E nella definizione del ruolo della donna vi è quello, fondamentale e ineludibile, dell’appartenenza al popolo ebraico che è matrilineare: è ebreo chi è figlio di madre ebrea. Solo nel secolo scorso e solo le correnti riformate dell’ebraismo hanno modificato il precetto: è ebreo chi è figlio di un genitore ebreo, rinunciando così alla specifica di genere. Un cambiamento di abito culturale che cambia anche il ruolo della donna. Non è un caso che sia stato proprio in ambito reform che è comparsa una figura del tutto nuova: un rabbino donna. Regina Jonas fu la prima e si formò in ambito europeo: nata a Berlino in una comunità ebraica di ispirazione moderatamente riformata nell’agosto del 1902 venne uccisa ad Auschwitz nel 1944. Fu “la prima rabbina al mondo – scrive Maria Teresa Milano nella biografia “Regina Jonas – vita di una rabbina”, edizioni Effatà – una donna che non mira alla conquista della parità dei sessi, quanto piuttosto all’equivalenza di genere ed invoca la conquista di una status sulla base delle potenzialità e delle caratteristiche proprie delle donne e non quale equiparazione alle mansioni e ai ruoli maschili”. La riflessione se oggi il ruolo e le modalità di azione e percezione delle donne rabbino siano ancora come praticato da Regina Jonas è per l’Italia ancora lontanissima mentre negli Stati Uniti riempie intere biblioteche
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Resta che la questione dell’accesso agli studi ebraici – preliminare con tutta evidenza al conseguimento del titolo rabbinico – è discussa anche nelle fonti tradizionali. “Chi insegna parole di Torah alle sue figlie – è scritto nella Mishnà, testo fondamentale – è come se insegnasse futilità”. “Questo atteggiamento – ha scritto Yeshayau Leibowitz, uno dei maggiori filosofi ebrei contemporanei – è un errore grave e costituisce un disastro per il modo storico ebraico. La partecipazione all’ebraicità si realizza attraverso il compimento dei precetti e la partecipazione nella condivisione della tradizione e della spiritualità. Chi studia collabora alla presenza della Shekinà (la presenza fisica di Dio nel mondo ndr) in mezzo al popolo di Israele. Allontanare le donne dallo studio significa sottrarle a un diritto basilare e rendere la loro ebraicità inferiore a quella degli uomini”. L’ebraismo ortodosso italiano ha da tempo largamente aperto l’accesso agli studi tradizionali alle donne pur senza arrivare all’ordinazione rabbinica ma la presenza di donne rabbino di diverse tradizioni ebraiche potrebbe mettere comunque in moto dinamiche virtuose circa la partecipazione consapevole delle donne alla vita ebraica. Oggi, smessa la dimensione autoreferenziale e provinciale dovuta al relativo isolamento geografico, l’Italia ebraica è destinata a vedere nel prossimo futuro robusti cambiamenti e il ruolo delle donne e la loro pratica dell’ebraismo, che già oggi offrono un panorama variegato e in movimento, ne saranno uno dei nuclei religiosi ed identitari. La giovane Anna deve avere pazienza, forse, la sua sorellina di qualche anno più giovane potrà davvero ‘salire’ alla lettura della Torah, o forse sceglierà una strada diversa e diverrà la prima donna rabbino italiana: il mondo ebraico italiano è in movimento e tutti i futuri sono possibili.””

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