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Il film ispira il poliziotto, si finge mafioso e sgomina una Triade

Undici mesi è un tempo che non basta a separare due compleanni, ma può sembrare lungo undici anni quando un poliziotto lavora sotto copertura nella più spietata Triade cinese. L’agente Chan (cognome che inventiamo, perché ovviamente le generalità restano ignote) sa che undici mesi sono interminabili, perché se il tuo cervello li divide in ore e anche in minuti temerà sia impossibile arrivare alla chiusura dell’operazione, come nel paradosso di Zenone la lepre non raggiunge mai la tartaruga. Magari perché finisce fatta a pezzi. Se un dettaglio da niente, un’espressione o una mossa sbagliata fanno cadere – basta un attimo – la maschera all’infiltrato.

Solo l’altra notte, quando è scattata la retata a Hong Kong e dintorni, solo quando cinquecento agenti hanno arrestato 299 presunti mafiosi, capi compresi, solo allora nella banda hanno capito che il ragazzo affidabile e spavaldo di venticinque anni, che sfoggiava talenti da futuro boss, era invece una talpa della polizia, un abilissimo infiltrato.

Una vita tutta finta e tutta nuova

Per la Triade, ha affermato il soprintendente di polizia Li Kwai-wah, “questo è stato un duro colpo”: l’operazione, nome in codice “Supertale”, ha portato alla chiusura di dieci bordelli, quattro bische, sei pub senza licenza e di una sauna dove l’organizzazione aveva il quartier generale. E’ nella sauna che la polizia ha recuperato armi, denaro contante, piccole quantità di droga ma soprattutto una prova preziosa: una decina di quaderni con cifre, nomi, contabilità dell’organizzazione. Non una qualsiasi banda criminale ma la Wo Shing Wo, che è fra le Triadi storiche di Hong Kong.

Per capirne l’importanza è sufficiente ricordare che il Giappone, quando pianificava l’invasione dell’allora colonia britannica nella seconda guerra mondiale, si rivolse alla Wo Shing Wo per preparare il terreno. E che la Wo Shing Wo agì da quinta colonna degli occupanti di concerto con la Kempeitai, la polizia militare nipponica, per reprimere sommosse e denunciare persone sospette. O si può ricordare che quando gli americani lasciarono il Vietnam, la Wo Shing Wo promosse il rilancio del traffico marittimo dell’oppio diretto alla raffinazione. E ancora, che prima del ritorno di Hong Kong alla Cina nel ‘97, la Wo Shing Wo colonizzò i colonizzatori mettendo radici in Gran Bretagna con la struttura organizzativa degna di una grande banca: sede centrale a Manchester, filiali a Londra, Birmingham e Glasgow, agenzie operative minori a Bristol, Newcastle e Cardiff.

L’agente Chan sapeva tutte queste cose già alla Scuola di polizia. Sapeva tutto questo quando ha assunto l’incarico e sapeva che avrebbe dovuto cambiare casa, vita, telefono, nome, dati, abitudini, senza più dare traccia di sé agli amici, a una ragazza se l’aveva e alla propria famiglia per parere un gangster in tutto e per tutto. Anzi, per esserlo davvero. Ma la spietata lucidità mentale, e la solidità dei nervi che gli sono state necessarie per acquisire prove contro la Triade, non hanno potuto dominare le sue reazioni fisiologiche.

La paura ti mangia 13 chili

Ecco, infatti, che fra i pochissimi dettagli resi noti di lui dalla polizia di Hong Kong ce n’è uno assai eloquente: oggi Chan, fisico tosto ma corporatura esile, pesa 41 chilogrammi, quanto una ragazzina. Ha perduto 13 chili per lo stress. Più di un chilo al mese. Ora lo hanno messo in licenza. Tornerà al lavoro quando vuole ma non potrà più essere impiegato nei servizi operativi esterni: intanto gli hanno offerto l’opzione di una scorta permanente e gli hanno restituito la pistola d’ordinanza. La raccomandazione è: “Non lasciarla mai”. Nascondersi in una città di oltre sette milioni di abitanti mica è facile come sembra, se col tuo lavoro hai mandato dentro 299 persone di cui 129 uomini e 170 donne di tutte le età: il più giovane ha 14 anni, il più anziano 70. Tra loro ci sono un consigliere distrettuale di Yuen Long (cittadina dei New Territories hongkonghesi) e tre leader della Wo Shing Wo: il numero uno Chuen Tsai e i capizona “Tsai Tsai” e “Yat Poon Tsai”. Erano già stati rilasciati su cauzione per spiarne le mosse e fu allora che la polizia decise di arrischiare un’operazione sotto copertura.

Per comprendere però la vera storia dell’agente Chan bisogna riferirla al cinema, che a Hong Kong completa la realtà. La ispira. Le si confonde. “Infernal Affairs” è un celebre film del 2002 che racconta la storia di un poliziotto sotto copertura in una Triade, la sua vita quotidiana, le paure e le vaste ambiguità morali di un infiltrato. Nel corto circuito tra crimine e cinema, dove l’uno prende dall’altro e non si sa chi abbia cominciato prima, si è trovato avvinto anche Chan. I boss, ha riferito al suo soprintendente, “mentre bevevano, parlavano del destino assegnato nei film ai poliziotti infiltrati. Lo facevano per soppesare la mia reazione”. Perché i boss amano il cinema che parla di loro – che è a loro ispirato o cui si ispirano essi stessi – e in diversi lunghi minuti di quei lunghi undici mesi, ha raccontato Chan, “cantavano canzoni di film come ‘Infernal Affairs’ per mettermi alla prova”. Sono le tristi melodie di Chan Kwong Wing, che condiscono un capolavoro cui si ispirò anche Martin Scorsese, il quale con “The Departed – Il bene e il male” ne trasse un remake che nel 2007 conquistò quattro Premi Oscar.

I boss sono cinefili

Chan ha interpretato nella vita uno dei personaggi più classici del cinema di Hong Kong, un “undercover cop”. Famoso quello tratteggiato da Ringo Lam in “City on Fire” negli anni Ottanta, in cui  fu affidata a Chow Yun-fat la maschera tragica che condensa il conflitto fra il senso del dovere e il sentimento di amicizia e di lealtà sbocciato intanto con un membro della banda, perché a una recita criminale che deve per forza risultare perfetta si sovrappone la propria identità umana. (E anche questo film ispirò Hollywood, dando lo spunto d’esordio a Quentin Tarantino  con “Le iene”).

Trasferita in Occidente, l’epica cinematografica ha preso e ha dato riferimenti alla grande criminalità: Roberto Saviano in “Gomorra”, partendo da “Il Padrino” e “Scarface”, ne tracciò la galassia. Don Vito Corleone ispirò John Gotti e certi atteggiamenti di Luciano Liggio; il cinema di Tarantino (che filtra Hong Kong) influenzò persino il modo di sparare dei killer camorristi. E pure i due piccoli spacconi di Casal di Principe, Giuseppe e Romeo, si recitavano le battute degli affiliati alla NCO di Raffaele Cutolo. “A Napoli non è complicato comprendere – scrisse Saviano – quanto il film ‘Il camorrista’ di Giuseppe Tornatore sia in assoluto il film che più di ogni altro ha marchiato l’immaginario”. I boss hongkonghesi canticchiavano davanti all’agente Chan le melodie di “Infernal Affairs”, in Campania la musica di “Il camorrista” diventò “una sorta di colonna sonora della camorra, fischiettata quando passa un capozona, o spesso solo per far inquietare qualche negoziante”.

E’ stato detto, del cinema hongkonghese, che “era fatto dalle Triadi per le Triadi”, perché talvolta i produttori erano mafiosi i quali non si limitavano a lucrare su un’industria in passato assai florida. La usavano per autocelebrarsi, imponendo soggetti e sceneggiature a maggior gloria dei propri “eroi”: “To Be Number One”, “The Prince of Temple Street”, “The Tragic Fantasy – The Tiger of Wanchai” sono fra i titoli che hanno segnato l’epopea.

La polizia di Hong Kong valuta in sei mesi la durata massima di una operazione sotto copertura senza mettere a rischio troppo alto la vita di un agente. Undici mesi è un caso così raro, che almeno nell’ultimo decennio non si ricordano precedenti. Potrebbe essere un film. O forse lo è già stato.         

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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