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Il gabinetto del dottor Semmelweis

Cosa succede in città

Le sue scoperte hanno salvato la vita a milioni di donne. Una mostra a Roma è l’occasione per parlare di una mente geniale del XIX secolo troppo spesso dimenticata.


domenica 12 gennaio 2014 20:12


di Paolo Tosatti
Il salvatore delle madri. Il debellatore della febbre puerperale. Il precursore di Pasteur. Sono molti gli appellativi con cui il medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis è passato alla storia, guadagnandosi un posto d’onore in ogni enciclopedia, in ogni manuale di patologia clinica e in decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche che hanno preso spunto dai suoi studi. La sua intera vita rappresenta un affascinante e al tempo stesso tragico esempio di esistenza dedicata alla ricerca della verità ma prematuramente spezzata dall’ottusità dei suoi colleghi, che ne osteggiarono violentemente le teorie e le pionieristiche intuizioni.

Con un anno di anticipo rispetto alle celebrazioni dei 150 anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1865, a soli 47 anni, il Museo, biblioteca e archivio di Storia della medicina ungherese ha organizzato la mostra “L’icona Semmelweis”, ospitata dall’Accademia d’Ungheria in Roma fino al 19 gennaio. Un’esposizione pensata anche per rendere omaggio alla decisione adottata dall’Unesco nel giugno scorso di inserire l’opera completa di Semmelweis nel registro della Memoria del mondo, il programma dedicato alla preservazione di documenti e archivi di rilevanza storica. Quinto di nove figli, Ignác Fülöp nacque nel 1818 a Taban, vecchio quartiere commerciale di Buda, da un droghiere e dalla figlia di un facoltoso commerciante di carrozze. Contrariamente alle aspirazioni paterne, che lo avrebbero voluto giudice militare, dopo un anno di frequentazione della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Vienna, avendo assistito per caso a una dissezione nella Scuola anatomopatologica della capitale austriaca, il giovane studente comprese qual era la sua vera passione e decise di iscriversi a Medicina.   Il gabinetto del dottor Semmelweis Durante gli studi la fortuna gli arrise. Nella celebre Scuola medica viennese incontrò infatti tre eminenti medici che avrebbero avuto grande influenza nella formazione del suo pensiero e nella sua vita: Karl von Rokitansky, titolare della cattedra di anatomia patologica, Joseph ?koda, che era a capo della Scuola e che stava dando grande impulso alla pratica dell’auscultazione, e Ferdinand von Hebra, famoso dermatologo che sarebbe diventato uno dei più devoti amici di Semmelweis.  Laureatosi nel 1844 con una tesi sulla “Vita delle piante”, divenne dottore in Chirurgia e Ostetricia due anni dopo, ottenendo anche l’incarico di assistente effettivo del dottor Joann Klein, direttore della clinica ostetrica dell’Allgemeines Krankenhaus, considerato a quel tempo uno dei più moderni ospedali europei. Fu in quel momento che il medico entrò in contatto con il terribile morbo che sarebbe poi divenuto la grande ossessione della sua vita, la febbre puerperale. La danza macabra di questo flagello decimava in quegli anni le partorienti in tutte le cliniche del Vecchio continente, rendendo di fatto il ricovero per parto una scommessa contro la morte per le donne dei ceti meno abbienti e prive di alternative costrette a farvi ricorso. Il gabinetto del dottor Semmelweis “Nei padiglioni di ostetricia la febbre impunemente uccide, come vuole, dove vuole, quando vuole”, scrisse il medico Louis Ferdinand Auguste Destouches nella sua tesi di laurea. Il medico Destouches era lo scrittore Céline, che a Semmelweis dedicò appunto il lavoro con cui concluse gli studi universitari. Nella Vie et l’ouvre de Philippe Ignace Semmelweis, del 1924, quello che successivamente sarebbe divenuto uno dei più cupi e nichilisti indagatori dell’anima umana celebra con entusiasmo e slancio la figura del medico, sottolineando con commozione il suo tormento e il suo dolore per le morti continue e inarrestabili di giovani innocenti. Semmelweis decise che questa piaga doveva essere fermata. A ogni costo.

Cominciò a praticare autopsie sui cadaveri delle donne, riscontrando quadri anatomo-patologici sempre uguali. A disorientare i suoi primi pensieri, però, era il fatto che nel secondo padiglione dello stesso ospedale, voluto da Klein e gestito non da medici ma esclusivamente da ostetriche, la mortalità per febbre puerperale era dieci volte più bassa. Nella tragica vita del medico ungherese la molla della sua intuizione geniale non poteva che essere innescata da una tragedia. Durante una sua vacanza a Venezia Semmelweis ricevette la notizia della morte dell’amico e collega Jacob Kolletschka, deceduto a seguito di una breve malattia. Studiandone la cartella clinica egli fu colpito da due elementi: la presenza sul suo cadavere di lesioni simili a quelle che si riscontravano sulle donne morte per febbre puerperale e la ferita che il dottore si era procurato nel corso di una autopsia praticata sul cadavere di una di queste mamme. Il gabinetto del dottor Semmelweis

Nell’acuta mente del medico l’intuizione prese corpo: la febbre puerperale veniva trasmessa da un corpo all’altro a seguito del contatto che i medici e gli studenti avevano prima con le donne decedute su cui praticavano autopsie e subito dopo con le partorienti che andavano ad assistere in corsia.

La conferma definitiva arrivò da un’altra esperienza drammatica, che Céline ricorda così: “Nel mese di giugno (siamo nel 1847, ndr) entrò nel reparto una donna ritenuta gravida, in base a sintomi mal verificati. Semmelweis la esamina e scopre su di lei un cancro al collo dell’utero, poi, senza pensare a lavarsi le mani, pratica subito dopo l’esplorazione su cinque donne nel periodo della dilatazione.
Nelle settimane che seguono le cinque donne muoiono di infezione puerperale tipica. Cade l’ultimo velo. ‘Le mani per semplice contatto, possono infettare’ egli scrive.

Ormai chiunque abbia sezionato o meno nei giorni precedenti si dovrà sottoporre a un’accuratissima disinfezione delle mani con la soluzione di cloruro di calce”. Cloruro di calce. Fu così che Semmelweis sconfisse i microbi senza vederli. “C’étatit une pure création”. Pura creazione, scrive Céline. I risultati non si fecero attendere. Nel 1846, su circa 4.000 puerpere ricoverate presso il primo padiglione ne erano morte per febbre puerperale 459, pari all’11 per cento. Nel 1847, dopo l’adozione del lavaggio delle mani, su 3.490 pazienti i decessi furono 176, il 5 per cento. L’anno seguente la percentuale si attestò intorno all’1%, la stessa che si aveva da sempre nel secondo padiglione dove operavano solo le ostetriche.

Il lavaggio delle mani era una precauzione estremamente semplice, ma la teoria sottesa era sconvolgente per i tempi. Contro Semmelweis e la sua ricerca scientifica si ergeva, nel cuore di un continente che si riteneva giunto all’apice della civiltà e della conoscenza, l’arroganza del principio di autorità. I dati da lui raccolti avrebbero dovuto suscitare se non entusiasmo almeno interesse. Invece causarono solo invidie, gelosie e risentimenti. Il gabinetto del dottor Semmelweis Insofferente alle iniziative di uno straniero ungherese che aveva peraltro partecipato ai moti del 1848, il direttore della clinica Klein fece di tutto per non rinnovargli il contratto. E nel periodo estremamente buio che seguì il suo allontanamento l’appoggio dei vecchi maestri e amici, ?koda, von Hebra e Rokitansky, consentì solo una diffusione debole e discontinua delle sue teorie, osteggiate da illustri colleghi che per principio rifiutavano l’idea che un medico potesse essere un “untore”.

Vale la pena ricordare che tra i suoi più fervidi oppositori ci fu ad esempio Rudolf Virchow, considerato il padre dell’istologia moderna. Ancora Céline: “Ostetricia e chirurgia rifiutarono con slancio quasi unanime, con odio, l’immenso patrimonio che veniva loro offerto”. E von Hebra: “Quando si farà la storia degli errori umani difficilmente si potranno trovare esempi di tale forza, e si resterà stupiti che uomini così competenti, così specializzati, potessero, nella propria scienza, rimanere così ciechi, così stupidi”.

Sottoposta a queste durissime prove, la salute fisica e mentale di Semmelweis si deteriorò velocemente. Le cose non cambiarono dopo la pubblicazione della sua opera fondamentale Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale. E neppure il ritorno in Ungheria e l’applicazione dei suoi metodi profilattici nell’ospedale di San Rocco a Pest, di cui nel 1956 divenne direttore del reparto di maternità e in cui ottenne un abbassamento significativo dei casi di febbre puerperale, gli furono di giovamento. La comunità scientifica dell’epoca continuò a ignoralo e addirittura a scagliarsi contro di lui, arrivando a tacciarlo di incompetenza e di alterazione dei dati scientifici. Alla fine, dopo un tracollo psichico, fu rinchiuso in manicomio, dove morì nel 1865. Come nota con amarezza lo scrittore del passage Choiseul nella parte finale della sua tesi, una delle menti più brillanti del secolo era morto da pazzo. Ci sarebbero voluti decenni prima che la scoperta di Semmelweis venisse accettata e applicata in modo generalizzato.

I lavori del 1879 di Pasteur e del 1883 di Lister avrebbero definitivamente dimostrato la grandezza delle sue intuizioni, consacrando la sua figura di medico e scienziato. Proprio tale consacrazione è l’elemento centrale della mostra all’Accademia d’Ungheria, che attraverso una serie di ritratti, quadri, documenti, strumenti ostetrici e chirurgici e spezzoni di film a lui dedicati illustra la nascita del “culto” di Semmelweis. La svolta decisiva in questo senso si ebbe con l’istituzione nella sua terra natale della commissione esecutiva per la commemorazione di Semmelweis, creata per favorire un degno riconoscimento del suo operato a livello internazionale. Che iniziò nel 1894, presso il cimitero Kerepesi di Budapest, quando venne svelato il sarcofago realizzato in suo onore dall’artista Albert Schickedanz. E quando nel 1906 nella piazza Erzsébet della capitale ungherese venne inaugurata una sua statua, con un simposio commemorativo internazionale a lui dedicato, la sua figura era già nota al mondo come quella del “Salvatore delle madri”, non solo un medico in cerca di verità, ma un uomo in lotta contro le sofferenze dei suoi simili*. * La stesura di questo articolo deve molto all’amico Roberto Spizzichino, che per primo mi ha avvicinato alla vita e all’opera di Semmelweis e i cui spunti riflessivi mi sono stati preziosi. PT

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