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Il germe della religione

Di Giovanni Fioravanti –

Capisco che le religioni e i loro capi ci tengano a prendere le distanze dalle carneficine perpetrate in nome dell’Islam duro e puro, quello che legge il Corano con il suo allegato di diffusione manu militari. Così dal soglio aereo il papa dichiara, che sì c’è la guerra, ma non di religione.
Insomma la religione si chiama fuori, si chiamano fuori le religioni perché profetesse di pace.
Sembra una sorta di scaramanzia, un modo per disinnescare una bomba, quando la bomba è stata innescata già da molto tempo.

Se ci si fa saltare in aria carichi di esplosivo o si colpisce il nemico sicuri della propria morte è questione di disturbo mentale o è la sindrome del martirio che induce ad agire? E l’idea del martirio chi l’ha coniata? La storia delle religioni, tutte, delle religioni che dicono di predicare la pace, non è certo la più edificante.
Intanto nelle parole del papa le religioni, come una sorta di entità unica, escono allo scoperto per dire noi non c’entriamo, mettendo le mani avanti, consapevoli del germe che è in loro.
Chi l’ha generata la mistica del kamikaze? Non dico chi la arma e l’usa oggi, che è tutt’altra questione. Perché è possibile pensare che l’al di là sia meglio dell’al di qua e che raggiungerlo da combattente della fede è il massimo di ogni aspirazione?

Le religioni con la loro predicazione hanno sopraffatto l’uomo e questa sopraffazione si reifica nel rito quotidiano del pregare, dell’inginocchiarsi, del prostrarsi, dell’annullarsi innanzi alla divinità che si venera per tanta parte dei miliardi che siamo al mondo. La morte e non la vita, questa qui, umanamente terrena, è un ingrediente sustanziale ad ogni deificazione dell’esistenza umana.
Ognuno è libero di credere ciò che più gli aggrada, ma non si può giungere fino al punto, come ha osservato Richard Dawkins, che il rispetto tributato dalla società alla religione giunga ad essere così eccessivo, da essere di gran lunga superiore al normale rispetto dovuto all’umanità.

Il delitto che le religioni compiono contro l’uomo è quello di negargli la sacralità laica, la sacralità della sua esistenza senza dei e paradisi. Così nessuno senza dio può essere cittadino di questa terra.
Il problema è che anziché costruire gli anticorpi per difenderci da questa favola, la raccontiamo ai nostri fanciulli fin da piccoli, perché ne restino suggestionati e modificati nei loro pensieri e nelle loro condotte, perché prima il proselitismo ha inizio in modo irrazionale, più sarà duraturo ed efficace. La soggezione della religione si propaga e con essa l’asservimento, l’umiliazione di uomini e donne ad essa.
Dovremmo trattare il tema della religione e delle religioni consapevoli che esse non sono, in quanto tali, portatrici di pace, perché la storia dell’uomo è dolorosamente e tragicamente segnata dalle guerre combattute tra protestanti e cattolici, tra cattolici ed ebrei, tra sunniti e sciiti, e potremmo continuare nell’elenco. Quando la religione si fa confessione, predicazione, apostolato e proselitismo è assurdo stupirsi se i germi di morte e di annullamento dell’umanità prolificano l’orrore della violenza del fratello contro il fratello.

Dire che non siamo di fronte ad una guerra di religione significa non riconoscere la propria responsabilità di predicatori “dell’illusione di dio”. Perché la fede, proprio perché non può che essere irrazionale, non può che produrre altre irrazionalità estreme come l’integralismo e il fanatismo. E c’è chi sa come armare a proprio vantaggio questi nuovi martiri del terzo millennio, invasati dalle dottrine di sacerdoti che si guardano bene di precederli o di seguirli lunga la strada che hanno a loro indicata.
Sarà una guerra, come dice il papa, ma la religione c’entra eccome, perché se la religione non avesse creato il terreno, sarebbe molto più difficile per i generali che impartiscono gli ordini reclutare l’esercito da immolare sul fronte del conflitto.
Non dobbiamo, dunque, stupirci delle tragedie che ci accadono intorno. Dobbiamo però
interrogarci, perché c’è una nostra responsabilità culturale e formativa. Non dobbiamo solo difenderci dal terrorismo del Califfato, dobbiamo incominciare a lavorare guardando al futuro, capire gli errori che stiamo commettendo, per impedire che qualunque forma di terrorismo ideologico o religioso possa avere cittadinanza nel futuro. Il lavoro da fare è sulla ragione, sulla formazione del pensiero razionale, senza più accettare compromessi con quanto lo possa negare o contraddire.
Intanto uscendo dalle ambiguità e da ogni compiacenza nei confronti di qualunque irrazionalità a partire dalle religioni.

La pretesa cattolica che scienza e fede non siano contrapposte è un ossimoro che non è più tollerabile. Nella lettera enciclica Fides et Ratio, Giovanni Paolo II scriveva “La Fede e la ragione sono le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.
Ancora una volta un uomo proposto incompleto e limitato, un uomo invitato ad uscire da sé.
Ancora una volta un invito alla conoscenza a farsi irrazionale. Dovremmo riflettere seriamente su cosa significa tutto questo, su quali conseguenze può produrre. Se neppure la scienza pretende la verità, la verità della fede non può che essere superstizione.
Ecco la pretesa dogmatica, il tarlo delle religioni a cui accenna Edgar Morin: “Penso che le religioni potrebbero intervenire per la salvezza dell’umanità, ma la pretesa dogmatica di ciascuna di esse al monopolio della verità rende la cosa improbabile…”
È giunto il tempo che tutte le religioni facciano un passo indietro e che la società prenda da loro le necessarie distanze.

http://www.italialaica.it/news/articoli/55915

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