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Il golpe che ha tenuto sveglia la diplomazia europea

di Francesca Venturi

Bruxelles – “Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a un altro secolo”. Federica Mogherini racconta cosi’, in un’intervista all agenzie di stampa italiane Agi e Ansa, la notte del fallito colpo di Stato in Turchia vista dal capo della diplomazia europea, che si trovava, assieme agli altri leader Ue, a Ulan Bator, dove si stava svolgendo il vertice con i paesi asiatici. In Mongolia era gia’ quasi mattina quando l’alto rappresentante, alle 5 e 45, e’ stata svegliata dal suo capo di gabinetto, Fabrizia Panzetti, che da Bruxelles, dove erano le 22 e 45, le ha comunicato la notizia.

“Quanto accaduto la notte scorsa in Turchia ha tenuto per diverse ore il mondo con il fiato sospeso. Insieme con il presidente Juncker e il presidente Tusk, immediatamente ci siamo coordinati con gli Stati membri dell’Ue presenti per dare un messaggio di sostegno alle istituzioni democratiche del Paese. Ho convocato una riunione dei ministri degli Esteri europei presenti al Summit e il punto sara’ in agenda lunedi’ in Consiglio Affari Esteri a Bruxelles, anche nella colazione che avremo con il segretario di Stato americano John Kerry”. Infatti, ha proseguito, “cio’ che sta accadendo ancora in queste ore continua a richiedere tutta la nostra attenzione. Ora e’ indispensabile che il Paese ritrovi stabilita’, che non si alimenti ulteriormente una spirale pericolosa di violenza, che va fermata. Rispetto della legge, dello stato di diritto e confronto democratico sono principi inderogabili e irrinunciabili. E sono anche il modo migliore per affrontare le difficolta’ che la Turchia vive, con la guerra ai suoi confini, il dramma del terrorismo, e la necessita’ di rafforzare la coesione sociale e il dialogo politico al proprio interno. Questo chiediamo alla Turchia di oggi”.

Ma il vertice di Ulan Bator non era cominciato sotto i migliori auspici: quando i leader si trovavano gia’ in Mongolia: la sera del 14 luglio a Nizza un “soldato” dello Stato islamico uccideva con il suo camion 84 persone e ne feriva oltre 50. “Il primo pensiero va sempre alle vittime e alle loro famiglie, e in questo caso ai tanti bambini e adolescenti che hanno perso la vita in questo modo assurdo, per una follia omicida che non ha senso”, premette Mogherini. “La Francia ha pagato un prezzo pesantissimo al terrorismo, cosi’ come il Belgio e tanti altri paesi in Europa ma anche in altre parti del mondo: pensiamo a Dacca, all’Iraq, a troppe parti dell’Africa. E’ una minaccia alla sicurezza di noi europei, ma non solo: e’ una minaccia globale, che richiede un’alleanza globale per rispondere efficacemente. Innanzitutto sul piano della sicurezza, con scambi di informazioni, collaborazione nell’intelligence, e lavoro comune per prevenire e contrastare la radicalizzazione”.

Ma ancora, secondo Mogherini la risposta comune deve prevedere di “continuare a lavorare sul piano politico per risolvere le crisi aperte, tagliare i canali di finanziamento dei gruppi terroristici, ma anche agendo sul piano sociale e culturale, coltivando identita’ forti e aperte. In fondo la risposta migliore e’ nelle tre parole che i francesi, e con loro tutti noi, festeggiano il 14 luglio: liberta’, uguaglianza e fratellanza. Non si tratta di buonismo, ma di tenere fede a quei valori che diciamo di voler difendere quando sono cosi’ brutalmente attaccati, dentro i nostri confini o lontano da noi. Questo non esime dall’agire sul piano strettamente della sicurezza e anche militare, laddove e’ necessario. Ma ci illudiamo se pensiamo che una risposta muscolare possa risolvere un problema che va in profondita’ in tante delle nostre societa’. C’e’ una crisi di identita’ diffusa in un’intera generazione, in tutto il mondo, una disperata ricerca di un ruolo. Non esistono giustificazioni o scusanti per chi sceglie la strada del terrorismo, ma solo quando capiremo cosa spinge su quella strada di morte ragazzi nati e cresciuti in Europa riusciremo a prevenire e fermare questa follia”.

Davanti alla minaccia terroristica di matrice jihadista, quanto e’ importante rafforzare la collaborazione con i Paesi del Golfo? Che ruolo puo’ svolgere in questo contesto – e per frenare il confronto in atto tra sunniti e sciiti – l’Arabia Saudita?

“Non possiamo pensare di risolvere la crisi in Siria e in tutto il Medio Oriente senza l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo. Le troppe crisi della regione richiedono un nuovo approccio, cooperativo, tra le diverse potenze regionali, e l’Unione Europea puo’ e vuole aiutare ad andare in questa direzione. Per questo lunedi’ presiedero’ la riunione ministeriale congiunta di Unione Europea e Consiglio di Cooperazione del Golfo. Tra i temi sul tavolo ci saranno le crisi regionali, ma anche la lotta ai canali di finanziamento del terrorismo: le banche europee devono applicare controlli particolari per i flussi di capitali diretti verso alcuni paesi a rischio, come la Siria, e chiediamo standard piu’ elevati anche da parte dei nostri partner. Ma ovviamente la nostra cooperazione non riguarda solo la Siria, il Medio Oriente o la lotta al terrorismo. Il Golfo e’ il nostro quarto partner commerciale in termini di esportazioni, e i loro investimenti in Europa sono in crescita costante. Sono un candidato naturale a collaborare al Piano di investimenti che abbiamo lanciato, per attrarre piu’ risorse sui settori strategici dell’economia europea, e anche di questo parleremo lunedi’”.

Lunedi’ i ministri degli Esteri dell’Unione si riuniscono per la prima volta dopo il referendum britannico. Che influenza avra’ sulla politica estera Ue la scelta del Regno Unito di uscire dall’Ue?

“Innanzitutto vorrei ricordare che, pur avendo visto il chiaro risultato del referendum, la Gran Bretagna non ha fatto ancora richiesta di uscire dall’Unione Europea, ne’ di avviare i negoziati per farlo. Mi sembra che a Londra le idee su come procedere a riguardo non siano molto chiare. Fino a quando non si concluderanno questi negoziati – che non sono ancora neanche stati avviati, ne’ richiesti – la Gran Bretagna e’ e resta parte dell’Unione, con tutti i diritti e doveri di ogni stato membro. Poi, quando la Gran Bretagna uscira’, perderemo un attore importante della nostra politica estera, una formidabile rete diplomatica, un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, un paese che investe tantissimo in cooperazione internazionale, storicamente internazionalista e aperto al mondo. Ma la Gran Bretagna perde ancora di piu’. Nelle grandi trattative internazionali ormai ci si confronta a livello di potenze continentali. Nei giorni scorsi ero a Pechino: per un gigante come la Cina i “piccoli” stati nazione europei sono interlocutori poco interessanti. Cercano partner della loro taglia. E ogni Stato europeo ha bisogno della forza della nostra Unione se vuole garantire i propri interessi: innanzitutto nel negoziare accordi commerciali, ma anche nel gestire i flussi migratori o nel contrastare il terrorismo internazionale. Finora la Gran Bretagna ha giocato un ruolo di primo piano nella nostra politica estera europea. Ad esempio l’idea di creare dei “compact”, dei pacchetti di misure per aiutare il Libano e la Giordania ad accogliere i rifugiati siriani – dei pacchetti fatti non solo di aiuti, ma anche di accordi commerciali e di incentivi agli investimenti – e’ stata un’idea britannica resa possibile solo da strumenti dell’Unione Europea. Sono moltissimi i dossier di politica estera e di sicurezza su cui Londra ha bisogno dell’UE, e viceversa: parte del mio lavoro sara’ quello di mantenere questa collaborazione, anche in condizioni oggettivamente piu’ difficili. E gia’ domani sera saro’ a cena con Boris Johnson per un primo confronto”.

La situazione in Libia resta confusa e, dopo la riduzione dei flussi di migranti sulla rotta balcanica in seguito all’accordo con la Turchia, proprio il Mediterraneo centrale e’ tornato al centro della crisi dei rifugiati: che ruolo avra’ la missione Sophia?

Innanzitutto ci sono piu’ di cinquantamila vite salvate nel 2016 dalle varie operazioni navali europee, e 16mila persone tratte in salvo dell’operazione Sophia, che non sono numeri su un pezzo di carta, ma uomini, donne e bambini.  “Su richiesta del governo libico, e su mandato del Consiglio europeo, ora Sophia si occupera’ anche di addestrare la guardia costiera libica. Qualche mese fa ho incontrato Gianfranco Rosi e il dottor Pietro Bartolo, il regista e il medico di Fuocoammare. E loro mi hanno detto: fate qualcosa per fermare le tragedie nelle acque territoriali libiche, e’ li’ che muoiono piu’ persone. Ed e’ anche li’ che puo’ essere ancora piu’ efficace la nostra lotta ai trafficanti di esseri umani. Il prossimo passo poi deve essere il rafforzamento delle frontiere meridionali della Libia, da dove arrivano quasi tutti i migranti: siamo gia’ al lavoro coi libici e coi paesi del Sahel per rafforzare la sicurezza di quella regione fondamentale”.

Le relazioni con la Russia sono in una fase molto delicata, le sanzioni economiche decise per la crisi in Ucraina sono state prolungate per il mancato rispetto degli accordi di Minsk: che prospettive ci sono? 

“Le sanzioni sono uno strumento, non un fine. Sono legate all’attuazione degli accordi di Minsk, e valuteremo quando rimuoverle a seconda degli sviluppi sul terreno nell’est dell’Ucraina. Nel frattempo, e’ chiaro anche che Mosca e’ un interlocutore fondamentale per affrontare buona parte delle crisi aperte in questo momento. Sulla Siria, pur con tutte le nostre differenze, lavorare insieme e’ essenziale. Il Rapporto del Quartetto per il Medio Oriente che abbiamo presentato pochi giorni fa e’ nato dal lavoro congiunto dell’Unione Europea con i russi, gli americani e le Nazioni Unite. L’accordo sul nucleare iraniano e’ frutto di un impegno comune. E sulla Libia lavoriamo insieme. Dove i nostri interessi coincidono, questa cooperazione serve a noi tanto quanto serve a loro”.

Dopo l’accordo con l’Iran, come procede il rapporto con Teheran?

“Pochi giorni fa e’ stato il primo anniversario dell’intesa con l’Iran. Abbiamo dimostrato che un buon accordo resiste alla prova del tempo e in un anno si sono aperte possibilita’ di collaborazione che prima erano impensabili. Sono tornata ad aprile a Teheran, insieme ad altri sette Commissari europei, per aprire canali di collaborazione in molti settori: economia, ricerca, energia, migrazioni, trasporti, e sul nostro piu’ grande capitale, la cultura. L’Italia e’ stata tra i primi Paesi a cogliere le opportunita’ aperte da questo accordo. Ora e’ tempo di provare a costruire un terreno di possibile convergenza per i diversi paesi del Golfo. Le tante crisi del Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen, possono trovare soluzione solo se le potenze regionali riusciranno a costruire forme di cooperazione. La violenza non sta risparmiando nessuno, sunniti e sciiti, musulmani e non. E’ su questo interesse condiviso che dobbiamo lavorare – con pazienza, ma senza perdere nemmeno un giorno”. (AGI) 

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