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Il governo del Nobel per la pace sceglie la linea dura contro i musulmani in Bangladesh

Sono almeno un centinaio le persone morte da venerdì in Myanmar per le violenze scoppiate nello stato del Rakhine, mentre migliaia di civili della minoranza musulmana Rohingya tentano di fuggire verso il Bangladesh. Proprio le autorità di Dacca nelle ultime ore hanno espulso almeno 290 Rohingya, appena poche ore dopo che l’esercito birmano, poche centinaia di metri al di là della frontiera, aveva aperto il fuoco contro i civili in fuga; e la polizia di Ukhuia, alla frontiera con la Birmania, ha fatto sapere di aver dispiegato altre forze per pattugliare l’area, dove negli ultimi giorni è aumentato senza sosta il flusso di civili che tentano di entrare in Bangladesh. 

L’esercito attacca i civili. I ribelli anche

La crisi non accenna a placarsi. Gli scontri sono i più violenti dall’ottobre scorso, quando una situazione di violenza simile, ma meno imponente, spinse il governo del premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, a lanciare una brutale operazione militare. Ora il governo birmano ha fatto evacuare il personale e migliaia di abitanti non musulmani dalla zona.

Gli scontri tra i militari e i miliziani Rohingya sono andati avanti senza sosta per tutto sabato e avvengono attorno alla periferia della città di Maungdaw. Sabato varie centinaia di miliziani musulmani Rohingya hanno teso imboscate e attaccato diversi villaggi, a poche ore dagli incidenti scoppiati il giorno prima: armati con machete ed esplosivi di fabbricazione artigianale, i ribelli hanno dato alle fiamme decine di case e varie botteghe e sono morti almeno sei civili. I morti si sommano alle decine di persone decedute venerdì, almeno 89, dopo la prima ondata di attacchi contro postazioni della polizia e militari. 

L’ondata di violenza ha fatto aumentare il numero di Rohingya che tentano di fuggire verso il Bangladesh attraversando il fiume Naf, che fa da frontiera naturale tra i due Paesi. Il ministero degli Esteri a Dacca, in una nota, ha manifestato la sua preoccupazione “per le perdite di vite umane negli attacchi” ed ha messo in guardia sul rischio che la crisi si aggravi ulteriormente.

“Migliaia di civili indifesi, tra cui donne, bambini e anziani dello Stato di Rakhine, si sono raccolti vicino la frontiera e hanno tentato di entrare in Bangladesh”. Secondo il principale quotidiano bengalese, Prothom Alo, che però non ha citato la fonte, almeno 3.000 profughi sono riusciti a entrare nel Paese negli ultimi giorni e almeno 25 di loro avevano ferite di arma da fuoco. La stampa ha aggiunto che i soldati birmani hanno aperto il fuoco contro i civili che tentavano di fuggire in almeno due diversi punti della frontiera. 

Gli attacchi sono stati rivendicati dall’Esercito di Salvezza Rohingha, Arsa, che in un comunicato ha denunciato l’utilizzo da parte dei militari birmani di “estremisti” della maggioranza buddista Rakhine come forza di sfondamento contro i civili. “I fondamentalisti della comunità Rakhine sembrano contenti di essere utilizzati come scudi umani, di uccidere civili Rohingya, di saccheggiare le loro proprietà e bruciare le loro case insieme al brutale esercito birmano”, ha denunciato Arsa. L’organizzazione ha accusato l’esercito birmano di commettere vari abusi contro i civili.

Una minoranza duramente discriminata

Già nel 2012 un’ondata di violenze aveva lasciato sul terreno 160 morti e imposto la creazione di 67 campi per accogliere i 120.000 sfollati. I Rohingya (un milione su 54 milioni di birmani) sono pesantemente discriminati in un Paese in cui la popolazione è al 90% buddista e sono privati del diritto di cittadinanza e di altri diritti fondamentali. In base a una legge del 1982, non sono considerati appartenenti a nessuno dei 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti e non hanno la cittadinanza, e quindi neanche la possibilità di votare. Apolidi, anche se alcuni vivono in Birmania da generazioni, formano una casta “invisibile” che non ha accesso al mondo del lavoro e solo un accesso parziale all’assistenza sanitaria. Inoltre anche la loro pratica religiosa è  sotto stretta sorveglianza. 

Almeno 72.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Una commissione internazionale presieduta dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha presentato al governo birmano un rapporto con 88 raccomandazioni per risolvere la crisi e favorire il dialogo con la minoranza Rohingya, escludendo che la questione possa essere risolta con la forza. Nemmeno la fine dopo 49 anni della dittatura militare con l’insediamento nel marzo 2016 di un governo guidato da un premio Nobel per la pace, sia pure con la supervisione dei generali su alcuni settori, ha portato a un allentamento della repressione nei confronti dei Rohingya.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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