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Il governo di Theresa May sta andando in pezzi e nessuno sa che Brexit sarà

Trema la premier britannica, Theresa May: in dissenso con la sua linea considerata troppo morbida sui termini dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, si sono dimessi l’uno dietro l’altro il segretario per la Brexit, David Davis, il suo ‘numero due’ Steve Baker, e a distanza di nemmeno ventiquattr’ore, anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson, ‘falco’ dei ‘brexiter’.

Forse non è ancora la fine della May, ma certo è un bello scoglio: tutti sanno che Johnson ha sempre voluto fare il premier (da bambino diceva che voleva diventare ‘il re del mondo’) e questa potrebbe essere la sua ultima chance, anche se magari non nell’immediato.

Cosa è andato storto

Il 6 luglio il governo conservatore ha definito un piano di futura relazione che prevede la creazione di un mercato unico e l’unione doganale: non è piaciuto a chi pensa sia una strategia di compromesso, che lasci poco spazio alla Camera dei Comuni per stilare le future relazioni commerciali future del Regno Unito.

Al posto di Davis, May ha nominato Dominic Raab, astro nascente del partito conservatore, euroscettico, sostenitore di Leave durante la campagna per il referendum, a cui adesso toccherà il compito di negoziare con Bruxelles.

Come si mettono le cose per May

Dopo le dimissioni, May ha difeso il suo progetto di futura relazione con l’Ue dopo la Brexit, sostenendo che essa getta le basi per negoziati con Bruxelles “responsabili e credibili”. Presentandosi dinanzi alla Camera dei Comuni, la premier ha tuttavia aggiunto che il governo deve essere pronto a ogni tipo di scenario, compreso l’ipotesi che non si trovi alcun accordo.

A lasciare il governo Davis ci pensava da almeno un mese, ha raccontato agli amici. “La strada intrapresa – ha scritto, tra l’altro, nella lettera inviata alla premier – ci lascerà, nella migliore delle ipotesi, in una posizione negoziale debole”.

E aveva aggiunto che la creazione di un’area di libero scambio tra Unione Europea e Gran Bretagna sulla base di regole comuni, “lascia il controllo di larghe porzioni della nostra economia all’Ue e non ci restituirà certamente il controllo delle nostre leggi in senso effettivo”. Anche Johnson era stato durissimo il 6 luglio sui piani della May.

La sponda americana

Da Bruxelles tendono a minimizzare: “Continueremo a negoziare in buona fede con il primo ministro May e i negoziatori britannici per arrivare a un accordo”, ha detto il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas. E il coordinatore per la Brexit del Parlamento europeo, Guy Verhofstadt, si è augurato che il Regno Unito “assuma una posizione tale da concludere un ampio accordo di associazione con l’UE: è nell’interesse di entrambi che i negoziati vadano avanti”.

Il terremoto arriva mentre alla May tocca già affrontare la rabbiosa reazione dei ‘brexiter’ Tory, convinti che la premier stia mettendo il Parlamento britannico in una posizione di sudditanza. E non basta, perché nel frattempo l’ambasciatore americano, Woody Johnson, ha rilanciato l’idea di un’area di libero scambio con gli Usa e il presidente, Donald Trump, che non ha mai nascosto i suoi piani, è atteso a Londra venerdì.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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