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Il labile confine tra «io» e «noi»

Articolo di Agnes Heller (Sole 13.9.15)

“”Si possono distinguere due tipi di identità personale da due prospettive differenti: una soggettiva, o piuttosto interna, e l’altra oggettiva, o piuttosto esterna. L’identità interna si trova nella memoria autobiografica che, a sua volta, si basa su frammenti di memoria legati l’uno all’altro dall’individuo in una narrazione. Ogni narrazione autobiografica è una finzione, e non solo perché i frammenti di memoria vengono sempre interpretati intrecciandoli insieme per dare una continuità alla narrazione. La memoria autobiografica ricorda per certi versi i sogni. I propri ricordi possono essere discussi o raccontati ai propri cari proprio come i sogni: possono essere trascritti o confessati a un prete o a un analista, e in ogni caso, inevitabilmente, vengono rielaborati. Prendono forma, subiscono variazioni, possono essere assimilati a condizioni o occasioni concrete. Quante più sono le condizioni, e quanto più differiscono, tanto maggiori saranno le variazioni di una narrazione autobiografica.
Non c’è bisogno di precisare che nella modernità, in cui tutti viviamo – per citare Max Weber – in un universo sociale politeistico fatto di sfere differenti, ciascuna connotata dai propri codici etici, pragmatici e comportamentali, non esistono due condizioni identiche per la formazione di narrazioni autobiografiche. Disponiamo di numerose narrazioni autobiografiche bell’e pronte da snocciolare nelle occasioni più disparate persino senza imbrogliare o mentire. S può perfino presupporre che tutte le narrazioni autobiografiche si basino su autentiche tracce di memoria, nessuna delle quali semplicemente inventata per produrre una buona impressione. In questo caso la verità e l’autenticità sono, in ultima istanza, identiche.
La cosiddetta identità personale interna ha tre implicazioni. Prima di tutto, solo l’“io” ha accesso alle tracce mnestiche. Si può presumere che le tracce di un carico emotivo pesante siano normalmente preservate. All’inizio, nell’infanzia, i ricordi sono inscritti se vengono codificati con affetti innati empiricamente universali come la paura, la vergogna, il disgusto, la rabbia, l’erotismo, la gioia, il dispiacere. In seguito possono essere inscritti anche se sono codificati da emozioni più complesse e modificate dalla cognizione. All’inizio, e talvolta anche in seguito, i ricordi possono essere rievocazioni di una visione, un gusto, un suono, ma anche di qualcosa che è successo. La narrazione di un ricordo a se stessi è anche una specie di presentazione del sé, sebbene non ancora la sua rappresentazione. L’identità personale interna è, prima di tutto, un’autopresentazione che è soprattutto una manifestazione della preservazione e della difesa di sé.
Secondo, io e nessun altro, creo le narrazioni principali dalle tracce della mia memoria. Posso combinare le tracce in vari modi quindi posso presentare (a me stesso) autobiografie molto diverse. La memoria autobiografica prende le mosse da un punto, e questo punto è sempre l’assoluto presente della creazione dell’identità, il narratore che rafforza l’identità. Nessuno mette insieme la sua narrazione della memoria autobiografica dalla prospettiva di ieri. Certo, ci si può chiedere che cosa sarebbe successo se, dieci anni fa…, e così via, ma è sempre oggi che ci si formula tale domanda. Tutte le narrazioni autobiografiche sono retrospettive, vengono effettuate da una prospettiva teleologica. In questo senso, si può dar vita a un’autobiografia finale solo nel momento della morte. Poiché le narrazioni autobiografiche variano e mutano costantemente, anche l’identità personale interna cambia.
Terzo, l’identità interna può essere definita “soggettiva” solo perché è l’individuo in cui albergano queste esperienze che le richiama alla memoria. Così, l’identità interna garantisce l’accesso principale all’autoconoscenza. In sostanza, contiene la verità continuamente cangiante riguardo al sé.
Poiché l’identità personale è innanzitutto interna, e le narrazioni dell’identità come autopresentazioni dell’individuo sono fittizie, questa verità è anche non vera. La iscrizione di Delfi «Conosci te stesso» che ordinava un compito impossibile anche nei tempi antichi, suona oggi alquanto assurda. Anche solo immaginare tutti i possibili tipi di situazione è impossibile nei tempi moderni. Di conseguenza, non abbiamo idea delle possibilità nascoste e così continuiamo a sorprenderci. In uno dei suoi racconti brevi Stefan Zweig ci dice che una signora elegante, una vedova virtuosa, va a letto con un ragazzo polacco per, lei crede, mera empatia, e in seguito confessa che se questo ragazzo le avesse chiesto di andare con lui in capo al mondo lei si sarebbe precipitata. Nessuno sa dell’accaduto, ma lei ha imparato qualcosa di interamente nuovo di se stessa: qualcosa che non aveva nemmeno mai sospettato “è” in lei… Ciò che importa è che questa esperienza non ha distrutto il rispetto che provava per se stessa, ma solo che rispettava se stessa anche per qualcos’altro, in confronto a ciò che gli altri consideravano con favore in lei, ovvero la donna virtuosa, la vedova dignitosa.
È ovvio che il “soggetto” dell’identità interna non è solo l’“io”, ma anche il “noi”. L’albero che ricordo sta nel “nostro” frutteto, la persona che mi sorride è qualcun altro, mia madre, la mia infermiera. Sono una ragazza, sono un ragazzo, mi parlano con questo o quel linguaggio. “Noi” vinciamo, “noi” perdiamo, “noi” dovremmo agire in questo modo o in quest’altro. La maggior parte delle esperienze che ricordiamo, siano esse dolorose o felici, le abbiamo vissute con altri. Altri ci hanno umiliati, altri ci hanno amati. Possono umiliare in noi, o amare in noi, non solo l’“io” ma anche il “noi”. Le tracce mnestiche dotate di maggiore emotività sono quelle che colpiscono nella nostra mente non solo le azioni degli altri, non solo i sentimenti che gli altri hanno acceso in noi, ma anche le nostre reazioni, cioè la nostra accettazione o il nostro rifiuto dell’autorità di questi altri. L’identità interna è in una relazione di reciprocità con l’identità esterna. Diversamente dalle narrazioni dell’identità interna, le narrazioni dell’identità esterna non sono né teleologiche né retrospettive. È tipico piuttosto il contrario, anche se non in senso assoluto. Anche le identità esterne possono cambiare. Può succedere a causa di nuove esperienze, nuove informazioni, un mutamento del giudizio sociale o dell’immaginazione; le identità esterne più rigide sono dovute normalmente a pregiudizi, e questi pregiudizi sono prevalentemente pregiudizi contro il “noi”, vale a dire contro l’identità etnica, religiosa, nazionale, di genere, sessuale dell’oggetto della costruzione identitaria esterna.
Sartre e l’esistenzialismo francese in generale ritenevano che lo sguardo degli altri fosse il fattore essenziale nella costruzione dell’identità, specialmente dell’identità costruita come “noi”. Sartre disse che lo sguardo dell’antisemita crea l’ebreo, Simone de Beauvoir che lo sguardo degli uomini determina l’identità del sé delle donne. Secondo lei le donne accettano l’opinione e il giudizio dello sguardo maschile come qualcosa di palesemente corretto, e finiscono per vedersi con gli occhi degli uomini, interiorizzando le loro aspettative. C’è un mutuo riconoscimento e anche una simmetrica reciprocità, e tuttavia in tale condizione le donne accettano il ruolo stabilito per loro. Beauvoir suggerisce (e non solo per le donne) di rovesciare lo sguardo: di costituire l’immagine, la personalità esterna degli uomini attraverso lo sguardo femminile. Dal momento in cui impareranno a respingere il ruolo loro riservato dagli uomini saranno capaci di creare un’identità interna indipendente dallo sguardo maschile e potranno pretendere rispetto per la loro autopresentazione e non solo per essersi assimilate al ruolo femminile tradizionale. Si incontrano grandi difficoltà nel cogliere l’identità esterna di qualcuno, non solo perché si ignora la sua cultura, ma anche perché la stessa difficoltà si incontra quando la porta che dà accesso alla nostra identità interna è chiusa e abbiamo perduto la chiave. Tale difficoltà è resa evidente dal racconto breve di Stefan Zweig Verwirrung der Gefühle (La confusione delle emozioni), in cui un professore, festeggiato dai suoi colleghi e studenti per il suo sessantesimo compleanno, legge il Festschrift che hanno preparato per lui e si accorge che quella biografia non gli appartiene, che quell’identità esterna condivisa non ha niente a che spartire con la sua identità interna. Poi, in un lampo, il suo giovane sé emerge dal suo inconscio. A vent’anni aveva istituito un rapporto estremamente privilegiato con il suo professore che gli aveva insegnato a comprendere non solo i testi ma anche il mondo. Poi, a un certo punto, il suo professore gli aveva confessato di essere omosessuale e di essere innamorato di lui. Scioccato, era fuggito e aveva rimosso totalmente quel trauma. Adesso, però, riesce ad ammettere a se stesso che in tutta la sua vita non aveva mai amato nessuno, né i suoi genitori né sua moglie e i suoi figli, quanto aveva amato lui. Il professore non aveva avuto rispetto per se stesso, poiché aveva accettato il pregiudizio contro gli omosessuali. Il rispetto di sé del giovane era stato scosso, poiché era innamorato di un pervertito, del demonio. Se avesse giudicato il suo professore e anche se stesso sulla base dell’“io” e del “tu”, e non su quella del “noi” e del “loro”, non vi sarebbe stato alcun trauma, la vita non sarebbe stata sviata. Quindi, la prima condizione del rispetto di sé è quella di giudicare se stessi e anche gli altri non sulla base del “noi”, indipendentemente dal fatto che questo “noi” sia rifiutato o celebrato, ma sulla base dell’“io” e del “tu”. Più facile a dirsi che a farsi.””

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