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Il lento declino dell’ideale olimpico. Una selvaggia mercificazione

Rio 2016 - dia-Rio Olimpico: i campioni non tradiscono, ma il Brasile è indifferenteDI Chems Eddine CHITOUR –
legrandsoir.info –

“Lo sport è rivelatore di come va il mondo, permette agli Stati di mettersi in mostra. Da tempo – e ancora oggi – esso è posto al servizio dalle ragioni di Stato”– Valérie Fourneyron, rapporto all’Assemblea nazionale francese

Ho potuto costatare che a fare incetta di medaglie sono per lo più i paesi avanzati scientificamente. È questo lo spirito olimpico? Mi sono poi accorto che lo sciovinismo se non addirittura il razzismo e il nazionalismo sono state le cose meglio distribuite in questi giochi. Nessun paese importante ne ha fatto a meno. L’abbiamo visto nella crociata antirussa. Inoltre, non è sacrilego pensare che il peso specifico di ciascuna nazione intervenga indirettamente nelle decisioni dei giudici a cui si devono talvolta giudizi controversi. Infine veniamo a sapere che alcuni responsabili del CIO si sono dati alla rivendita di biglietti.

Siamo lontani dall’ideale dei giochi olimpici dell’epoca greca. Per la cronaca, ai primi giochi olimpici dell’era moderna presero parte 245 atleti rappresentanti di 14 paesi. Gli atleti – non le atlete – disputarono 43 prove tra atletica, lotta, sollevamento pesi, ginnastica, nuoto, tiro, ciclismo e scherma. Discipline di resistenza, corse di velocità, giavellotto e disco. Da allora sono state aggiunte diverse dozzine di discipline per nulla appannaggio dei paesi poco all’avanguardia in campo tecnologico, 28 discipline, tra le quali due nuove. Il prato accomuna queste ultime. Il 2016 è stato l’anno di un grande debutto – per il rugby a sette, giudicato più spettacolare (e più facile da organizzare) – e di un grande ritorno, quello del golf, assente dal 1904. A fianco di sport tradizionali quali l’atletica, il nuoto, gli sport di lotta o la ginnastica, se ne sono aggiunti degli altri: pentathlon moderno, vela, hockey su prato o la BMX, presente dall’edizione di Pechino del 2008. L’edizione dei giochi olimpici di Tokio, nel 2020, darà spazio ad altri cinque sport: karate, baseball, surf, arrampicata e skateboard. Ne approfitteranno quei paesi in cui tali sport sono già radicati. Perché non aggiungere sport nazionali quali la corsa dei cammelli, versione poco mondana della corsa dei cavalli? Lo sport non coincide con l’Occidente, ma si è scartato tutti ciò che non è occidentale. È vero che le corse dei cavalli le troviamo in Egitto nel VI secolo, la pratica del polo nella Cina del VII e VIII secolo o a Cordova nell’IX secolo, le corse dei carri a Costantinopoli nel X secolo, le competizioni di lotta nel XII secolo in Bretagna, le famose giostre medioevali dal XIII al XVI secolo e così altre attività sportive. Ma è evidente che negli attuali giochi olimpici la maggior parte delle discipline «moderne» escluda in toto quei paesi che non hanno né le strutture né il clima adatto né il rilievo e la geografia. Non è ai sahariani che bisogna parlare di canoa kayak o di sci. Inoltre, quando si aggiungono discipline fortemente tecnologiche, nello stesso tempo si scarta la maggior parte dei paesi che non ne dispone. Basti pensare che i giochi olimpici difficilmente potranno svolgersi nei paesi del Sud. Inoltre non è mai stata presa in considerazione la cooperazione tra più paesi.

Rio in cifre: la dismisura

Siamo arrivati a 10.500 atleti, 50 volte di più. I giochi di Rio sono i primi a tenersi nel continente sudamericano. Dal 1896 trenta edizioni hanno avuto luogo in Europa, America del Nord, Asia, Oceania (Australia) o in America centrale (Città del Messico). Tutti i paesi che non hanno accesso all’acqua in forma di fiume, mare, e semplici piscine, non avrà atleti impegnati in questi sport. Il budget stimato per l’organizzazione dei giochi di Rio è di 10 miliardi di euro. Con una riduzione di circa 2 miliardi rispetto ai giochi di Londra. 5130 medaglie finanziate per il 57% da privati e per il 43% da denaro pubblico. 3,5 miliardi di spettatori per la cerimonia d’apertura. Circa 2000 eventi sportivi. A ciascun campione olimpico francese toccheranno 50.000 euro, in caso di oro. 20.000 per una medaglia d’argento e 13.000 per l’ultima piazza del podio. Per gli atleti americani 22.000 euro per una medaglia d’oro e 330.000 euro per gli atleti azeri. Non sappiamo cosa abbiano promesso le autorità algerine. Infine i giochi di Rio hanno goduto della protezione dell’ISDS, compagnia israeliana presieduta da Leo Gleser, venditore di armi ed ex agente del Mossad, per un budget di 2 miliardi di dollari.

Doping, cinismo e merchandising

Juan Antonio Samaranch, presidente CIO dal 1980 al 2001, ha preparato la mercificazione dei giochi e fatto dei giochi un’impresa molto redditizia: le entrate del movimento olimpico si sono centuplicate anche grazie alla corruzione e alla mercificazione. Noi dove siamo? Secondo Sebastien Nadot, siamo più che mai in presenza di una crisi valoriale. Dottore Ehess: «doping, cinismo politico, commercio oltraggioso dei diritti umani universali: lo sport, almeno quello di cui si parla e che vorremmo continuare ad amare, è in pessimo stato. Che lo si voglia o meno, la politica e la diplomazia hanno pesantemente piegato lo sport ai propri meccanismi. Lo sport placa le tensioni internazionali se si vuol credere all’ateniese Tucidide che descriveva i giochi olimpici del 428 a.C. come «un’occasione per favorire i contatti diplomatici in tempi di tregua sacra». I giochi olimpici di Barcellona nel 1992 hanno dato il via alla svolta commerciale. Diversi sono gli attori coinvolti: gli sportivi, gli spettatori-consumatori, i cittadini, i politici, le autorità internazionali dello sport, gli agenti economici e commerciali».

Il body shopping degli atleti

Generalmente nessun paese, se ne ha i mezzi, rinuncia a barare. Questo accade attraverso il depauperamento delle elite sportive dei paesi poveri in un processo noto come «body shopping» anche se quest’espressione veniva usata in partenza per indicare un’immigrazione voluta e non subita. In mancanza di un forte sentimento di appartenenza, questi paesi poveri non hanno mezzi per trattenere i propri atleti né per competere economicamente con i paesi ricchi che comprano i loro atleti offrendogli laudi compensi.

Come suona l’inno nazionale francese o inglese cantato da un cinese o da un ceceno arrivati come atleti off-shore che non conoscono la lingua del paese che li accoglie? Andiamo verso un nazionalismo al ribasso su cui è permesso chiudere un occhio. L’abbiamo riconosciuto nei presentatori che faticano a pronunciare il nome di quegli atleti che, in caso di fallimento, non rinunceranno a biasimare. Ricacciandoli così nelle stesse condizioni che hanno lasciato. Si parla con cattiveria del Qatar e della sua «legione straniera» di pallamano, si dimentica di dire che la squadra francese del 1998 – lo slogan dell’epoca era nero bianco blu – come quella del 2016 era composta principalmente da francesi d’origine straniera. Nero, nero, nero, avrebbe detto l’ineffabile Alain Finkielkraut denunciando il fatto e invitando a ritrovare lo spirito di Alesia anche se lui stesso è nato all’estero, e nessuno andrebbe a dirgli che è un francese nato all’estero.

È evidente che la maggior parte dei paesi occidentali sfrutti l’immigrazione anche in ambito sportivo. La proporzione può arrivare fino al 20%. Paradossalmente i paesi dell’Est e specialmente la Russia non si danno al body shopping. Altre sono le nazioni che se ne servono. Naturalizzata francese, la giocatrice di ping-pong Xue Li disputerà i suoi secondi giochi olimpici a Rio. Molto fiera di rappresentare il proprio paese d’adozione nel quale vive da undici anni. Nel 1994 la naturalizzazione danese di Wilson Kipketer, corridore keniota, aveva aperto la via. Nella squadra francese di Rio una quarantina di atleti non sono nati in Francia. «Dei 396 atleti che difenderanno i colori blu-bianco-rosso a Rio, scrive Cedric Callier, alcuni sono nati all’estero. Ciò che non impedisce al Qatar e alla sua imponente … legione straniera (ben tre quarti degli atleti del Qatar sono il frutto di una massiccia politica di naturalizzazione) di dichiararsi fieri e ben integrati. Operazione che ha provocato un’importante levata di scudi. Ultimo esempio? Al tempo dei recenti campionati europei di atletica, la Turchia ha conquistato 12 medaglie, 10 delle quali da parte di atleti nati fuori dal territorio turco! Giocatore-simbolo della pallamano francese, il campione olimpico Nikola Karabatic è nato a Nis, in Serbia. La judoka (medaglia di bronzo) Gévrise Émane, a Yaoundé, in Camerun. A Rio altri atleti naturalizzati hanno rappresentato fieramente la Francia. Come Zelimkhan Khadjiev, l’unico lottatore francese tra gli uomini. Amore per la maglia francese condiviso dalla ventenne Tamara Horacek, riserva della squadra francese di pallamano. Così Kseniya Moustafaeva, bielorussa d’origine, è la sola rappresentante francese nella ginnastica ritmica: «Ho iniziato a praticare ginnastica nel mio paese a 4 anni e sono arrivata qui che ne avevo 5».

L’ideale olimpico, la politica e la sfortuna del mondo

In un contributo precedente «i giochi olimpici; la guerra con altri mezzi» avevo scritto in merito all’esclusione della Russia per sospetto doping considerandola l’occasione per l’Occidente di punire la Russia per la sua indipendenza e il suo rifiuto di obbedire all’Impero. Risultato: la delegazione russa è stata privata di 110 atleti e nonostante questo si è posizionata quarta nel medagliere. Fa venire alla mente i giochi di Mosca boicottati dai paesi occidentali e quelli di Sochi dove la pressione fu enorme. Lo stesso è accaduto per quelli di Los Angeles boicottati dall’Urss. Il CIO stesso si è immerso nella politica dando vita a un’equipe olimpica costituita da rifugiati registrati come apolidi per sottrarli al loro paese d’origine e a cui è stato dato uno statuto … Il che dimostra come si possa fare politica attraverso lo sport.

Il lato oscuro di Pierre de Coubertin medaglia d’oro di razzismo

Coloro che si interessano della storia recente dei giochi, non potranno fare a meno di evidenziare come il barone Pierre de Coubertin, inventore dei giochi, fosse un fiero sostenitore dell’ineguaglianza delle razze. Nato alla fine del secolo in Francia, ispirato dai Renan e dai Gobineau, cantori insieme a Jules Ferry delle razze superiori, «il barone aveva un culto per la forza fisica e credeva nella necessità di una selezione naturale atta a eliminare i più deboli. I suoi giochi olimpici dovevano permettere una colonizzazione sportiva e dimostrare la superiorità della razza bianca sulle altre». Per Daniel Salvatore Shiffer: «De Coubertin stesso, nelle sue memorie (1936),si vantava di essere un «fanatico colonialista» «Le razze hanno valori differenti e alla razza bianca, d’essenza superiore, tutte le altre devono obbedire» Tanto che Coubertin, per coronare il tutto, considera lo sport il mezzo migliore per preparare la gioventù alla guerra: «Il giovane sportivo sarà evidentemente più predisposto a partire (per la guerra) rispetto ai suoi avi. E quando si è preparati per qualcosa, si fa più volentieri».

I giochi olimpici e le buone cause

Oltre alle strumentalizzazioni politiche, i giochi sono stati usati anche per sostenere delle buone cause. Per l’emancipazione dei popoli. Per la cronaca, dei giochi di Città del Messico del 1968, ci si ricorda dei famosi pugni inguantati alzati verso il cielo dei duecentisti americani Tommy Smith e John Carlos. Nessuno ha prestato attenzione al terzo corridore e pertanto scrive Riccardo Gazzaniga … «Potrebbe essere lui il vero eroe della scena. (…) Bianco, immobile sul secondo gradino del podio. Non alza il pugno verso il cielo (…) Tant’è che pensavo che quest’uomo, nella sua rigidità, rappresentasse l’archetipo del conservatore bianco che così esprime la sua resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocano silenziosamente dietro di lui (…). In realtà l’uomo bianco della foto, quello che non alza il braccio, potrebbe essere il vero protagonista di quella serata estiva del 1968. Si chiamava Peter Norman, era australiano e quella sera aveva corso come un matto, tagliando il traguardo in un incredibile 20 secondi e 06». «Il razzismo e la segregazione, prosegue l’autore, erano estremamente violenti in Australia, non solo contro i Neri, ma anche contro le popolazioni aborigene. I due afroamericani hanno chiesto a Norman se credesse nei diritti umani. Lui rispose di sì. «Gli abbiamo riferito cosa avremmo fatto, racconterà più tardi John Carlos. Mi aspettavo di vedere della paura negli occhi di Norman … Al contrario abbiamo visto dell’amore». Norman ha semplicemente risposto: «Sarò con voi». Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio a piedi nudi per simboleggiare la povertà che colpisce la maggior parte delle persone di colore. Avrebbero sfoggiato il distintivo del Progetto olimpico per i diritti dell’uomo, un movimento di atleti impegnati nella lotta per l’uguaglianza. Appena prima di salire sul podio, Smith e Carlos si resero conto di avere solo un paio di guanti. Volevano rinunciare a questo simbolo, ma è Norman che ha insistito consigliando loro di portarne uno ciascuno. Se guardate bene la foto, vi accorgerete che anche Norman porta il distintivo del Progetto olimpico per i diritti dell’uomo, spillato sul cuore. I tre atleti sono saliti sul podio, il resto è Storia catturata dalla potenza di una foto ormai nota in tutto mondo». «Ciò che si sa meno è che Peter Norman ha subito pesanti conseguenze. Per aver dato il proprio sostegno ai due uomini, ha dovuto dire addio a una promettente carriera. Delle semplici scuse gli avrebbero consentito di continuare (…) Ma non l’ha fatto. Col tempo Smith e Carlos sono diventati dei veri e proprio eroi avendo difeso contro tutti la causa dell’uguaglianza razziale. In California è stata eretta una statua dedicata ai due uomini con il pugno alzato … Solo l’australiano non compare. Peter Norman muore nel 2006 a Melbourne in Australia. In occasione dei suoi funerali i due sprinter americani hanno voluto portare la bara. Non dimentichiamo Peter Norman, eroe senza guanto, cancellato dalla Storia, che non ha mai smesso di lottare per l’uguaglianza degli uomini».

La debacle dello sport in Algeria

In Algeria lo sport è ancora un’utopia. I rari successi conseguiti sono indipendenti delle politiche del potere. È per proprie capacità che Boulmerka, Morcelli, Benida Merah hanno conquistato l’oro olimpico; non lo devono alle politiche dello Stato. Per la cronaca Boughera El-Ouafi, algerino di Ouled Djellal, vicino a Biskra, era un atleta fuori norma. Conquistò la medaglia d’oro alla maratona dei giochi olimpici del 1928, organizzati ad Amsterdam, nei Paesi bassi. Come al solito gli algerini dovranno pregare per avere visibilità a Rio. Non ci sarà il miracolo perché una rondine non fa primavera. Perché? Perché abbiamo sempre lavorato nell’effimero. Perché? Con solo dieci milioni di giovani del sistema scolastico avremmo potuto costruire un sistema sportivo. Ma ci affidiamo ancora all’uomo della provvidenza perché il sentimento nazionale è scomparso. Tutto si paga. Abbiamo l’impressione che il ministero della gioventù e dello sport coincida con una squadra nazionale praticamente off-shore. Lo sport dovrebbe essere praticato in maniera intensiva nelle scuole. Ricordiamo che la maggior parte degli atleti americani proviene dalle università. Dovremmo fare un serio esame di coscienza. È l’unico mezzo per riconquistare la gioventù e affrontare le competizioni restituendo visibilità dell’Algeria.

Come possiamo concludere?

Ritroviamo la stessa influenza dei ricchi in un evento sportivo che pretende di essere ecumenico. Il medagliere non significa niente, e il trionfalismo costante reca con sé qualcosa di immorale e meschino. Siamo in diritto di dubitare della rilevanza di questi giochi, destinati al fallimento. Più veloce più alto più lontano è uno slogan a cui nessuno ormai crede dato che dall’inizio i giochi sono falsificati dal doping e dalla mediatizzazione che si regge su un merchandising mischiato a un nazionalismo perverso che avvantaggia solo le oligarchie finanziarie che tirano i fili. Quando le luci si spengono i cittadini lusingati dal nazionalismo perverso, ritornano a una quotidianità amara. Pitagora aveva sicuramente ragione: «Lo spettacolo del mondo assomiglia a quello dei giochi olimpici: alcuni ci commerciano, alcuni pagano in prima persona, altri si accontentano di guardare». È chiaro che coloro che commerciano non sono interessati al valore dell’avvenimento. Così va il mondo.

 

Professor Chems Eddine Chitour

Fonte: www.legrandsoir.info

Link: http://www.legrandsoir.info/les-jeux-olympiques-du-xxeme-siecle-la-guerre-par-d-autres-moyens.html

28.07.2016

 

Traduizione per www.comedonchsciotte.org acura di VOLLMOND

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16843

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