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Il Male insospettabile: dialogo alle origini del “Dio circolare”

Certuni asseriscono che le religioni siano “utili” in quanto “ammortizzerebbero” (damping) alcuni “bisogni fondamentali”, come la necessità di scaricare il dolore, l’ansia per il futuro, le preoccupazioni: in parte è vero, ma occorrebbe vedere anche quale sia la reale conseguenza della loro persistenza, se la loro funzione di damping sia effettiva, e se non ci siano “effetti collaterali” di valenza maggiore alla “cura”. Altri invece affermano che il vero dio non sia quello dei “libri sacri”, senza però saperci dire che “forma” abbia il loro “dio vero”, ed in che modo ne avremmo  avuto testimonianza. L’ateo razionale, invece, sa già che queste siano disperate giustificazioni a divinità che non possono assolutamente esistere.

Qualsiasi “divinità” può essere definita inesistente non certo per partito preso, bensì dall’analisi dei testi che ne illustrano “gesta” e “qualità”, e che costituiscono l’unica “prova” da cui il credente ha ereditato la sua “certezza assoluta” nei millenni: per cui, malgrado tali divinità siano definite da loro come assolutamente esistenti, con maggior certezza è possibile affermare il contrario senza il minimo dubbio.

Freespirit: Potresti chiarire meglio? Ad es. io penso sia altrettanto difficile dimostrare l’esistenza che la non esistenza di un qualche essere superiore, “oltre” o “nell’immanente all’universo”. In questo contesto credo che tu intenda gli dei delle religioni, nel qual caso sarei d’accordo… Supponiamo che noi, anzi, tutto quello che conosciamo come esistente sia come una miriade di terminali, più o meno “intelligenti” e senzienti in proporzione al loro grado di complessificazione, specializzazione e al livello/tipo di connessione con un “super sistema centrale”. Più scientificamente (anche se conosco troppo poco in merito) immaginiamo degli “sconfinamenti quantici” da altre dimensioni…

Biagio: Intendo che non abbiamo altra nozione o “prova” dell’esistenza di qualsiasi divinità e simili, immaginabili o addirittura “inimmaginabili” che siano, fuorchè le caratteristiche che ci vengono illustrate nei testi “sacri”, quali uniche “prove” storico-tradizionali di “autorità” sulle quali le organizzazioni religiose basano la loro persistenza tramite la religione che rappresentano. Gli “dèi delle religioni” sono assunti come unici dèi conoscibili, in quanto l’unica fonte di cognizione su entità creatrici “non-plus-ultra” sono proprio quei testi nonchè le definizioni elaborate dai teologi sulla loro scorta; ergo, anche un dio “oltre i libri” sarebbe comunque una banale funzione di escaping.
A dette “prove” si aggiunge spesso quella dei “miracoli” e dei “testimoni” di “fatti soprannaturali” o latori di “messaggi divini”; ma a parte la risibilità e la soggettività di certi episodi, anche essi si riducono ad un narrato, quindi tornano omogenei ai testi sacri, dunque ammissibili solo “per fede” nei confronti del “santo’” che ce li narra, addirittura per “ispirazione” del dio stesso! Con la quale affermazione, i veri autori di questi scritti (che erano soltanto dei furbi o dei folli) hanno creduto appunto di sigillare il problema, offrendoci un dio “assoluto e verissimo”. Quando certuni dicono che “pur qualora gli dèi di questi testi siano improbabili, ciò non significa che non debbano esisterne altri”, non fanno altro che mettere in campo una figura di escaping dal Limite cognitivo, in quanto l’eterna ricerca (nonchè il “bisogno” d’istituire dei termini di riferimento “insuperabili” rispetto a nozioni già destituite…) costituisce per noi un’estensione di continuazione della specie (non per altro, alla chiesa stessa conviene che si parli di “eterna ricerca”, come voleva Wojtyla: essa implica il non pervenire mai a nessuna soluzione…), cosicchè temeremmo di non avere più alcuno scopo di vita qualora ottenessimo tutte le risposte su un argomento che, per definizione aprioristica, è stato definito irrisolvibile, in quanto vertente su un personaggio definito – ancora a priori – “inconoscibile”. E per forza: è “inconoscibile” ed “invisibile” appunto perchè… non esiste: ma si ritiene che esista a tutti i costi, sulla base del presupposto teleologico.
Purtroppo, il “dio oltre le scritture” è la trappola in cui sono caduti – e cadono ancora – anche molti filosofi (e ci cadono soprattutto onde evitare di farsi sbranare da circoncellioni rabbiosi: per questo motivo alfine si riducono a parlare di “libertà d’opinione”. Non vogliono noie). Molti dicono che ciò sia “necessario” onde evitare che l’uomo perda “la spinta per ragionare” (ho notato che molto spesso siano le donne, a pensare cose del genere): ma anche in questo caso, ci aggiriamo nel liminare della paura, in quanto la consapevolezza di un problema ne è, in parte, soluzione; senza contare che la presa d’atto della realtà su un dato concetto, eleva il pensatore su un gradino analitico superiore rispetto a chi non riesce a superare l’impasse apparente.

Freespirit: Appunto “inconoscibile”. Il che non vuol dire “non esistente”. Quello che considero una possibile pura  ipotesi, tutta da dimostrare e, almeno per le conoscenze attuali, e probabilmente per sempre, è che nell’ambito dell”’ignoto” che comprende tutto quello che potrà essere conosciuto, ma anche quello che rimarrà inconoscibile, possa esistere la spiegazione ultima. Non sappiamo nulla di quello che potarnno conoscere i “transumani”. (Vedi Kurtzweil). In questo ambito, sempre a livello di pura ipotesi, considerei più probabile un panteismo, non nel senso che ci siano tanti dei, ma che tutto l’esistente sia un tutt’uno “divino”.

Biagio. Ciò che avanzi tu in questo caso, è un’estensione del paradosso di Gaunilone, invertito nel senso (l’isola perfetta pensabile ma non per questo esistente etc.). “Inconoscibile” nel senso che loro dicono che sia tale; senza però capire che dovrebbero spiegare appunto come facciano a dire ciò, essendo appunto “inconoscibile”. Una “logica” molto a medio termine, dunque. Peraltro, loro si parano dicendo che tale inconoscibilità ci venga data… dalle definizioni dei “testi sacri” e dal fatto che “egli c’è, ma non si vede”. Pretesa alquanto infantile, direi.

Freespirit: Mi pare che su questo siamo d’accordo: la “prova”  di Anselmo, come tutte le “prove” teoriche dell’esistenza di Dio, non ha valore proprio perché il fatto che qualcosa sia pensabile o logica non comporta anche che sia “esistente”. In parole povere quando Anselmo dice: “l’essere più perfetto che possiamo immaginare comprende l’esistenza,quindi esiste” mette un quinditotalmente indimostrato.

Biagio: Esattamente; ed anzi, il dialogo anselmiano con Gaunilone dimostra ulteriormente l’applicazione di una classica metodica degli “avvocati di Dio”, cioè skipping (passare sopra le nozioni che non possono essere confutate), forcing dell’autorità e punizione.

Freespirit: Personalmente andrei addirittura oltre: a parte la particolare e famosa “prova” di Anselmo di cui abbiamo accennato sopra, mi pare che tutte le altre “prove” che io conosco comportino gravi difetti logici in quanto: a) è sbagliata la premessa (=”non esiste spiegazione nell’ambito della realtà conosciuta…”; ad es. non esiste spiegazione all’esistenza dell’universo). Infatti la formulazione giusta dovrebbe essere: “con le nostre capacità conoscitive attuali non conosciamo la spiegazione…”.
Ma non possiamo escludere, a priori, conoscenze future che permettano di spiegare la realtà. b) come per l’argomento di Anselmo, anche in questo caso il quindi è del tutto indimostrato. c) mi pare soprattutto che l’ipotesi di un “Dio” perfetto, eterno, immutabile, esterno al mondo, ecc. ponga più problemi di quanti ne risolva per cui, dovrebbe essere considerata una ipotesi inammissibile dal punto di vista logico. Infatti, se prima di ipotizzare un Dio non abbiamo la spiegazione del mondo, con l’ipotesi Dio abbiamo anche i problemi relativi sia all’esistenza di un tale Dio, sia a come, dove, perché e quando un Dio perfetto e senza tempo né spazio avrebbe creato il mondo…. Vedere: L’ipotesi Dio e la Filosofia

Biagio – Esatto. Ottimo. Ci siamo arrivati insieme. Ed avrebbe dovuto essere stato così anche in passato, qualora gli “avvocati di Dio” non avessero ritenuto risibile l’onere della prova su entità che, data la loro superiorità, irriderebbero il dubbio.
Ogni prova sull’esistenza di Dio (sono tre, quelle basilari: ontologica, teleologia e “mozione morale”) è inficiata ab imis da un preconcetto circolare, innestato sull’assunzione aprioristica che ci sia un dio, dalla quale poi si procede per esaminare (ovviamente in maniera retorica e fittizia; in questo i “teologi” ricevono una formazione apposita…) se esso esista o meno, sulla base dell’accertazione delle categorie ad esso tradizionalmente allegate. Logica periferica. Non si dovrebbe dire “cos’è Dio?” bensì “da dove, da quale evidenza l’essere umano avrebbe tratto i dati certificanti sull’esistenza di tale essere definito in tale modo?”.

Un essere onnipotente, onnisciente, onnipresente, ma privo della visibilità, è già un assurdo: e se proprio volessimo procedere secondo un canone di perfezione, basato sulla coesistenza di qualità “opposte”, allora tale essere dovrebbe essere in un tutt’uno visibile ed invisibile, perfetto ed imperfetto, esistente e non esistente. Va da sè che tutto ciò sia irrealizzabile.
Che detto essere tragga, inoltre, il “Tutto” dal “Nulla”, cioè l’”Uno” dallo “Zero”, la “Presenza” da “Assenza”, è altrettanto assurdo quanto inutile: non sarebbe comunque onnipotente, in quanto non potrebbe comunque creare il “niente” (che dunque preesisterebbe persino a “Dio”). Difatti, quella della creazione “ex nihilo” è una pretesa che è stata avanzata dai “teologi” cristiani nella presunzione di poter superare il limite determinativo imposto dalle vecchie cosmogonie (inclusa quella biblica: che non parla di creazione “ex nihilo”, bensì “dal caos”, al pari delle altre cosmologie  “pagane”), incentrate sul concetto di “ordinamento” di un quid “informe” e preesistente persino allo stesso “demiurgo” (si noti: già greci e latini avevano identificato Yahveh come demiurgo, la qual cosa lo metterebbe dunque in perfetta analogia con Marduk, ed il Genesi biblico con l’Enuma Elish).
Un universo creato presupporrebbe, inoltre, che il suo creatore debba avere comunque dimensioni superiori a ciò che crea, oltre ad essere composto da una materia diversa da quella che compone l’universo (non potendo essere “niente”; cioè l’unica “cosa” diversa dalla materia “conosciuta”), perchè viceversa sarebbe parte integrante della materia, ed anzi magari coinciderebbe con il Tutto. Tommaso d’Aquino, al quale dobbiamo l’”ammodernamento” delle “prove” sull’esistenza di Dio, credette di poter superare questa impasse parlando di un dio “non composto”: ma la sua conclusione è una mera derivata dell’assunto aprioristico dell’esistenza di un essere che, per essere perfetto, deve anche possedere la qualità dell’unità: ma anche quella della divisione, però! In realtà, Tommaso non si accorse nemmeno che le “prove” sull’esistenza di Dio (da lui incrementate a cinque) fossero tutte un’estensione dell’assunto teleologico, riveduto e scorretto. Ma non vorrei uscire fuori tema: e continuiamo a ridere!
Immaginiamo dunque questo essere di dimensioni incommensurabili, ma invisibile, che col suo bel microscopio crea e scruta notte e giorno questo insignificante atomo disperso nell’universo, chiamato Terra, affinchè i 7 miliardi di microbi che lo popolano righino dritto osservando le sue “leggi”… E considerate poi come si incavola Dio, quando sgarriamo! O meglio, sono i suoi guardiani ad incavolarsi al “posto suo”: lui è troppo indaffarato in cose più serie, per potersi occupare di questi microbi… ai quali ha dettato delle leggi, affinchè possano assurgere al suo cospetto (dopo la morte, ovviamente…). D’altronde, il “Supremo” ha già pagato caro varie volte la confidenza accordata a questi microbi incorreggibili: che, nonostante le sue saggissime leggi, più sbagliano più vogliono sbagliare! Per questo motivo (dicono alcuni teologi: quelli più acuti, evidentemente) Dio non si mostra più a chicchessia, fuorchè a chi ne è degno…

E che dire del fatto che cotanto essere supremo, onnisciente e onnipotente, avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza” questi microbi imperfetti (notasi che, data l’imperfeziona umana, i teologi sottolineino il fatto che si tratti soltanto di “somiglianza”…). O del fatto che, per giunta, avrebbe elargito loro il “libero arbitrio”, che, peraltro, implicherebbe la non-onniscienza e non-onnipotenza di Dio, in quanto renderebbe le azioni umane non prevedibili da lui; si tratta di un’altra invenzione di logica parziale tutta cristiana (nessun passo biblico asserisce una cosa del genere), introdotta per credere di giustificare la “presenza del male” in questo “migliore dei mondi possibili”, creato da questo essere buonissimo… I cristiani l’hanno estrapolata dalla “volontà” con cui… Eva si fece convincere dal Serpente!
A tutto ciò, potete voi immaginare mai che il già assurdissimo essere “onnipotente” di cui sopra si sarebbe deciso di “mondarci dai peccati” dovuti all’eccesso di “libero arbitrio”, lasciandosi inchiodare su due pezzi di legno, anzichè liberarci dal Male con uno schioccar di dita? In fondo, in sette giorni avrebbe creato il” tutto”: mettere di nuovo in riga dei microbi insignificanti, avrebbe dovuto essere un gioco da nulla. Eh no! Doveva “dare un esempio”, dicono i “dotti di Dio”! Un esempio “strano”, beffardo, dato che, del resto, questo “dio figlio di dio” risorse dalla morte (apparente) dopo tre giorni, ingiungendo ai seguaci d’andare in giro a predicare tutta questa assurdità, affinchè chi ci avrebbe creduto avrebbe potuto salvarsi (dopo la morte, naturalmente).

Avete ragione a sorridere: chi mai avrebbe potuto ritenere realistica un’aberrazione del genere, se non fossero intervenuti due millenni di continuo, protervo lavaggio del cervello da parte di Chiesa e Stato? E chi mai sarebbe riuscito in un tale compito, senza terrorizzarvi con supplizi eterni, morti risorti, guerre celesti ed altre fandonie simili?
Lo so: occorre serietà. Le religioni sono impostate su pretese ridicole, e per questo motivo il credente invoca “rispetto” e “serietà” nei loro confronti: a punto che puoi persino rischiare di rifletterne ridicolaggine, se ne ridi. Mentre le religioni rimarranno immuni da critica. Il ridicolo sarai tu, non il prete che predica con compunzione queste cose come “verità assoluta” avvolta nel “mistero della fede”…
Il credente che non coglie questa sequenza per intero, ma se la vede predicare a spezzoni pedefiniti, chiaramente non riuscirà a spezzare il circolo vizioso dell’ipnosi in cui è stato fossilizzato.
Dunque ecco che l’ateo vero non possa sbagliare mai su queste questioni. La certezza assoluta che nessun dio esista, ma si tratti di mere distorsioni fattuali, ce l’abbiamo già, e da tempo ormai; spreco assoluto è, invece, negare tale certezza per credersi umili. Occorre dunque andare oltre la superstizione ed affidarsi alla speculazione scientifica, per capire: ci vorrà un pò più di tempo, ma possiamo aspettare. Meglio ponderare con calma, anzichè rischiare passi falsi e di elaborare teorie parziali.

Vada dunque per certo che tutte le religioni (nessuna esclusa) siano costruite da finzioni e distorsioni della realtà: ovvero, che siano tanto false quanto nocive, e la loro pericolosità deriva da fattori che possono essere individuati soltanto qualora le loro caratteristiche venissero illustrate in maniera approfondita. Parlano tutte di divinità onnipotenti, onniscienti, onnipresenti, ma invisibili (e preferibilmente punitive): già il solo immaginare che simili “esseri” traggano “dal nulla” il “tutto”, dovrebbe far ridere a crepapelle persino il più serioso degli eremiti, ma qualora a ciò aggiungessimo che, in una variante della medesima “religione”, lo stesso “essere” divenga addirittura masochista, giungeremmo ad un livello di follia direi parossistico.
La cosa più grave è che queste cose siano alla base della Repubblica Italiana e (cosa ancora più grave) della mentalità dei cittadini che la abitano: per cose del genere si fanno inciuci innominabili e ci si arrogano credenziali di credibilità, allo scopo di trarre beneficio dalla guida di oltre 50 milioni di persone! Quale progresso cercheremmo mai, se la nostra società non riesce a sganciarsi da cose del genere?
A quanto pare, però, a politici e affini poco importa che una nozione sia falsa: l’importante è che sia utile alle “caste”. Ben lo sapevano quei loro antenati che crearono il cristianesimo, confezionandolo a misura d’italiano, sulla base della distorsione dell’ebraismo (la religione dei “ribelli” all’impero per eccellenza): una “religione” di controllo di stampo beffardo, da applicarsi a mò di sferza contro i vizi capitali dell’italiano-medio, costituiti dagli eccessi di piacere ed indolenza. Non è esso ad aver “forgiato” l’Italia, ma il contrario.
Il cristianesimo, infatti, è una religione fortemente territoriale: ciò significa che può essere accettato soltanto da culture la cui base cultural-demografica prevalente è indeuropea, o comunque fortemente contaminata da essa. Prova ne sia è che esso è anche una religione di “alleggerimento”, con cui il governo secolare si fa sentire in maniera indiretta. I suoi vari “flavors” (anglicanesimo, evangelismo etc.) non fanno altro che provare la necessità d’adattare la formulazione di base alle realtà geografiche (prevalentemente indeuropee o con forte imprinting occidentale).
In tutto ciò la libertà è comunque maggiore rispetto a realtà come l’Islam (che impronta i governi a modelli teocratici e totalitari, dato che nei paesi islamici legge civile e religiosa sono un tutt’uno): o meglio, la soggezione c’è sempre, ma si esercita in maniera più subdola e blanda, tramite coercizioni lobbystiche (“dialettiche”, ovvero “filosofiche”), anzichè con la violenza e la sopraffazione, come accadeva prima dell’avvento della Società di Diritto. Per tal motivo è assurda la pretesa di chi, volendo spostare il nesso del problema su altre realtà intransigenti, pretende che dovremmo scagliarci contro le “altre religioni” presenti non solo sul suolo italiano, ma anche in altre nazioni, quasi il rigettarle in blocco fosse una mera questione territoriale.

Capiamoci: chi crede in qualcosa a livello personale, non fa nulla di male (d’altronde, anche il non credere che esista un essere superiore, implica comunque l’atto di credere nel fatto che esso non esista. Questo dicono i preti, dimenticando, però, di fare una “piccola” differenza: nel secondo caso, il “credere negativo” non è atto di fede, ma di risoluto rifiuto di una falsità). La religione lasciata al singolo è potenzialmente innocua: ma in questo caso, l’unica religione plausibile sarebbe una di stampo panteistico-universalista, in quanto l’universo sarebbe l’unico dio che esiste, data l’impossibilità che esistano altri tipi di “dèi”. Tolto però questo aspetto personale, quando una religione viene abbracciata (spesso con l’ausilio di predicatori al soldo di tiranni secolari) da più individui iniziano a prospettarsi i veri problemi: fanatismo, esclusivismo, allofobia.
Il problema insorge, dunque, quando più persone che credono in qualcosa di “personale” debbono interagire sintonizzate su una lunghezza d’onda comune: viceversa, non si capirebbero. Ciò è alle origini delle divinità istituzionali: che sono dunque identiche a quelle personali, con l’unica differenza d’essere proiettate a livello di massa. È implicito che questo passaggio faccia risaltare tutte quelle caratteristiche dirompenti che latitavano su scala minore alla base del credere individuale; e che quantopiù l’oggetto del credere sia complesso e antropomorfo, tantopiù inumano ed illogico divenga chi ci crede.

Le teorie sul dio creatore sono interfacciate alla cosmologia, quindi al modo in cui il “tutto” esiste e “funziona”: è chiaro che finchè non sapremo com’è “nato” e come funzioni questo” tutto” (cosa che forse non avverrà mai), sussisterà sempre una qualche “spuria mentale” che avallerà un’ipotesi di “creazione” con annesso “dio creatore”; ma è anche chiaro che, alla luce della “favoletta” di cui sopra, quest’ultimo non possa certo risiedere nei termini biblici nè in altri contrapposti ad essi, semplicemente per ovviare al limite della determinazione. Sarebbe dunque più probabile che l’universo (come materia che lo compone) sia esistito da sempre e che il “big bang” (come risultato del “respiro” di detta materia: gli induisti l’avrebbero chiamato “respiro di Brahma”) sia un evento ciclico, la cui “circolarità” è un contingenza che si perde nell’infinito del tempo non-misurato.
L’uomo non crea: trasforma. Tutto si trasforma, del resto. Poichè l’uomo non può creare nulla dal nulla, bensì soltanto trarre qualcosa da altro che preesiste, è ovvio che passi ad immaginare un essere creatore increato. Stesso dicasi per l’uomo stesso: egli crea, nel senso di procreare, altri uomini, ma dato che tale “creazione” proviene da un atto che, essendo privato ed “animale”, va rimosso nel tabù, immagina che lo “spirito” (la “vita” come “respiro”: spiritus, cioè “anima”, dal greco anemos, “soffio”) sia infuso da “qualcos’altro” di esterno alla copula. Da cui i problemi sull’aborto etc.
In pratica, certuni al limite farebbero meglio ad adorare l’universo, qualora proprio non riuscissero a fare a meno di scaricare tensioni e nevrosi su un target d’ammortizzazione (ma capisco che un essere etereo ed iperesteso, sebbene antropomorfo ed invisibile, fornisca un boosting maggiore al cervello di chi pensa d’averne bisogno…); quantomeno l’universo non ti estorce dai 4 ai 7 miliardi d’euro l’anno, per poter esistere…
Dunque, qualora si volesse per forza “adorare” qualcosa, ovvero indirizzargli “suppliche” per scaricarcisi dall’intrinseco dolore dell’esistenza, allora sarebbe più “logico” rivolgersi all’universo, unico “dio che è”, eterno sebbene finito, e senza il quale nulla esisterebbe; capirei che, rispetto a divinità antropomorfe e creatrici dell’universo stesso, potresti sentirti “adoratore di un dio minore” (difatti, il cristianesimo ha creato il suo tipico typos di divinità proprio per superare i limiti del materiale concreto…), ma perlomeno sarai stato onesto con te stesso e non rischierai di nuocere sistematicamente al prossimo tramite il sintonizzare la tua mente e i tuoi propositi verso aeriformi divinità antropomorfe, “onnipotenti ma invisibili” (e suicide).

Già a livello etico, un cittadino coscienzioso ha dunque il dovere di denunciare un falso ideologico, qualora fosse spacciato per verità e qualora tramite esso si soggiogassero miliardi di persone, ipnotizzate di modo da poter sovvenzionare i loro stessi negrieri ed odiare i propri simili, allo scopo d’evitare la dispersione del “gregge”. Un dovere che implica comunque rispetto per la persona, non per le fandonie in cui crede.

Il Male insospettabile: dialogo alle origini del “Dio circolare”

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