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Il mancato ministro

Articolo di Marco Vitale (Fatto Quotidiano 4.3.14)

“”Il Fatto Quotidiano ha già espresso rammarico per il fatto che la nomina di Nicola Gratteri a ministro alla Giustizia sia, all’ultimo minuto, caduta. Ha anche illustrato che ciò non è in applicazione di un principio che impedisce il passaggio dalla magistratura al ministero, perché tale principio per ora non esiste e in passato passaggi analoghi non sono stati fermati. Il fermo sembra proprio sul nome di Nicola Gratteri.
Forse non è inutile riflettere sulle presumibili ragioni di tale scelta e sul perché quella nomina sarebbe stata di grande significato. Gratteri è un procuratore aggiunto presso la Dda di Reggio Calabria e da molti anni si batte con grande coraggio, indipendenza e competenza contro la ‘ndrangheta, la mafia più ricca e potente del mondo, forse non a caso radicata nella regione più povera d’Europa, e che è il nemico numero uno dell’Italia civile, insieme alla corruzione diffusa, che è anche strumentale alla diffusione delle mafie. Oggi Gratteri è probabilmente il maggiore conoscitore mondiale della ‘ndrangheta e delle sue ramificazioni internazionali. Le sue azioni e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il suo pensiero, limpido, lucido, concreto e basato sui fatti, è documentato in due libri di grande interesse: Malapianta (2010), La giustizia è una cosa seria (2011), entrambi scritti con Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, con il quale ha scritto anche Fratelli di Sangue(2009). In questi libri ci sono le risposte al quesito dal quale ho preso le mosse:
Gratteri conosce a fondo la potenza economica della ‘ndrangheta ed il suo fortissimo radicamento nel Nord. Fu uno dei primi a lanciare l’allarme venti e più anni fa quando autorevoli esponenti del Nord negavano il fenomeno. Di conseguenza sa che la lotta alla criminalità organizzata non è questione morale, come tante anime belle continuano a ripetere, ma è questione centrale del funzionamento dell’economia e della democrazia: “Se il problema delle mafie non verrà risolto non riusciremo mai a essere competitivi rispetto ad altri paesi industrializzati; per prima cosa bisogna prendere coscienza dei rischi che le mafie rappresentano. Sono concreti e crescenti pericoli che condizionano la vita delle persone e minacciano la democrazia stessa”.
GRATTERI sa che la corruzione diffusa è l’altra faccia della stessa medaglia. È attraverso la corruzione che la malavita conquista potere, penetrando nelle amministrazioni locali, nei partiti, nelle banche, nei ceti professionali che, con la corruzione, diventano suoi alleati. Gratteri sa che, in questa grande lotta, occorrono oltre a delle guide competenti, un forte contrasto della magistratura, una forte polizia giudiziaria (che Gratteri giudica, al di là di singoli episodi negativi “per competenza, passione e impegno tra le migliori del mondo”) anche dei leader, delle bandiere, delle persone che sappiano suscitare consapevolezza del pericolo e consenso e impegno nella popolazione, che possano spiegare, come lui fa, che l’omertà nel Nord è oggi più forte che in Sicilia, che la posizione delle associazioni imprenditoriali del Nord è totalmente inadeguata, che l’Europa deve svegliarsi serrando le fila contro un nemico comune, che “sarebbe importante che la Chiesa facesse di più”. E questo lo può fare un ministro, non un consulente. Gratteri sa che la riforma della giustizia, per la quale ha tante proposte pratiche e utili, deve essere indirizzata in modo da rendere più efficace questa battaglia. Sono questi, a mio personale giudizio ovviamente, i motivi principali per i quali Gratteri è stato fermato, ed al posto di un Cassius Clay è stato messo un peso piuma. Cinque anni fa, in un’intervista in tv, alla domanda cosa si può fare per debellare i clan della ‘ndrangheta, Gratteri rispose, e ripete oggi: “Basterebbe fare, con semplicità, tutto il contrario di quanto fatto finora o, almeno negli ultimi venti anni, dai governi di destra e di sinistra”.
Il silenzio assordante del presidente del Consiglio su questi temi (rotto solo dalla recentissima risposta giornalistica a Saviano, con la “grande” trovata del commissario per la corruzione, misura puerile e già penosamente sperimentata), la sua scelta di un peso piuma alla Giustizia affiancato da due viceministri guardie del corpo, dal curriculum parlamentare non equivoco, ci dice che la partita anche questa volta non verrà seriamente giocata.””

Fonte

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