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Il negoziato sulla Brexit è ufficialmente a un punto morto

In italiano si può tradurre come stallo. Ma la sfumatura semantica è ben più pesante, sarebbe più corretto parlare di “punto morto”. È “deadlock” la parola utilizzata da Michel Barnier, capo negoziatore dell’Unione Europea, per definire lo stato delle trattative sulla Brexit​ dopo il nuovo, inconcludente tavolo con la sua controparte britannica, David Davis, che da parte sua, a costo di negare l’evidenza, asserisce che “ci sono stati progressi”.

Con buona pace dell’approccio “creativo” alla Brexit invocato dalla premier Theresa May, a impedire passi avanti è sempre la solita ragione. La Gran Bretagna intende prima di tutto ottenere garanzie su un accordo commerciale con gli ex partner, come promesso dai fautori del ‘Leave’ nella campagna referendaria. L’Unione Europea non intende nemmeno parlare di concessioni finché non avrà raggiunto un’intesa su quanto Albione dovrà sborsare per poter dire addio. Per un’Europa dove le forze centrifughe hanno perso impeto ma sono ancora ben vive, sarebbe un autentico suicidio politico lasciar andare Londra senza fargliela pagare (e su questo punto sono particolarmente rigide Francia e Germania, più che le istituzioni comunitarie). Altrettanto devastante sarebbe per Downing Street far digerire ai cittadini un esborso economico nell’ordine delle decine di miliardi di euro (qualcuno calcola un centinaio) senza portare a casa nulla in cambio. 

“Un impasse estremamente preoccupante”

“Non abbiamo fatto grandi passi in avanti”, ammette Barnier, al termine del quinto round di negoziati, “il Regno Unito ci ha comunicato di non essere ancora pronto a precisare i suoi impegni”. La discussione sulla Brexit Bill? “In un impasse estremamente preoccupante”. La questione dell’Irlanda del Nord, che rischia di essere la prossima Catalogna? “C’è ancora molto lavoro da fare”. E i diritti dei cittadini comunitari in Gran  Bretagna, che May era venuta fino a Firenze per giurare che avrebbe difeso? Nulla di fatto neanche qui, spiega Barnier: “Abbiamo ancora delle divergenze sulla possibilità del ricongiungimento familiare e l’esportazione delle prestazioni sociali dopo la Brexit”. Né ci si poteva aspettare iniziative degne di nota da un interlocutore debole come Davis, ormai scavalcato da un primo ministro che intende condurre la trattativa personalmente, in sede di Consiglio Europeo. 

Nessun accordo sarà meglio di un cattivo accordo?

Nel frattempo l’orologio continua a ticchettare spietato: Bruxelles e Londra dovranno concludere le pratiche del divorzio entro l’ottobre dell’anno prossimo. Un periodo che sembra lungo ma non lo è per nulla, considerando come finora le due parti non siano nemmeno riuscite ad avviare un negoziato propriamente detto. Ciò significa una cosa sola: come ammesso dalla stessa May, è sempre più concreta la possibilità che lo psicodramma della Brexit si concluda senza il minimo accordo. Una prospettiva che ha conseguenze del tutto imprevedibili. In una tesa conferenza stampa congiunta, lo hanno ammesso sia Davis che Barnier. Il primo ha avvertito che “è dovere” del governo britannico prepararsi “a un’alternativa”. Barnier: “Per parte nostra saremo pronti ad affrontare ogni evenienza”, ha ribattuto Barnier. Nessun accordo sarà meglio di un cattivo accordo? Gli inglesi rischiano di doverlo scoprire abbastanza presto.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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