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Il no di Johnson e Gove-Bruto, dramma stile-Shakespeare tra i Tory

Londra – Dopo la Brexit, la Boxit. Ad appena sette giorni dal referendum che ha decretato l’uscita di Londra dall’Ue, la Gran Bretagna fa gia’ i conti con un nuovo, clamoroso colpo di scena: il ritiro di Boris Johnson dalla corsa (in cui era favoritissimo) per la guida dei Tory. Il 52enne vulcanico ex sindaco di Londra ha fatto un dietrofront a sorpresa, lasciando nella piu’ totale confusione un partito gia’ fortemente scosso dall’esito della consultazione del 23 giugno e dal conseguente passo indietro di David Cameron. Al punto che le interpretazioni della gran rinuncia si moltiplicano e c’e’ chi, come il deputato conservatore Nigel Evans, commenta alla Bbc che quanto accaduto “fa sembrare House of Cards i Teletubbies”.

La situazione, in effetti, ha tutti gli ingredienti per un intrigo shakespeariano. Lo riconoscono innanzitutto i diretti interessati e la loro stretta cerchia, a partire dal padre di ‘BoJo’, Stanley Johnson (stessi capelli, stesso gusto per la battuta pronta): “Tu quoque Bruto e’ il mio commento su questa storia”, ha detto alla Bbc. “Non penso si chiami Bruto ma non si sa mai”. Il riferimento, ovviamente, e’ all’ex sodale del figlio, il ministro della Giustizia e voce della Brexit, Michael Gove, candidatosi, inaspettatamente, per la successione di Cameron. “Con riluttanza, sono arrivato alla conclusione che Boris non abbia la capacita’ di fornire una leadership o costruire la squadra per il compito che abbiamo di fronte. Ho deciso quindi di avanzare la mia candidatura per la leadership”, ha spiegato Gove, di fatto pugnalando alla schiena Johnson che, per questo, si sarebbe ritirato.

Pochi minuti dopo il suo annuncio, come filtra dal Daily Beast, molti deputati conservatori avrebbero deciso di abbandonare Johnson per Gove; quest’ultimo – non a caso – ribattezzato Lord Macbeth dall’ex premier scozzese Alex Salmond. E’ infatti il secondo “tradimento” eccellente perpetrato da Gove nel giro di poco: il primo a subire il voltafaccia era stato il suo amico e leader dei Tory, Cameron. Quella che Gove all’epoca defini’ “la piu’ difficile decisione della mia vita politica”, sanci’ il divorzio tra i due amici e compagni di partito di fronte al referendum sulla Brexit. Gove, appunto, divenne uno dei fautori piu’ in vista del Leave, assieme a BoJo.

Spiegando, poco dopo, i motivi per cui rinunciava alla candidatura, l’ex sindaco di Londra – che e’ un gran cultore del Bardo – e’ sembrato alludere anche lui al Bruto del “Giulio Cesare”. Cosi’, almeno, e’ stato interpretato il passaggio del suo discorso in cui ha affermato di non voler “andare contro la corrente della Storia ma seguire quella corrente nel flusso e navigare verso la fortuna”: una parafrasi dei versi dello stesso Bruto quando osserva che “c’e’ una corrente nelle cose degli uomini che, colta al flusso, conduce alla fortuna”. Riflessione a cui, una volta presentata l’agenda che il nuovo premier dovra’ perseguire, e’ seguito l’annuncio choc: “Dopo aver consultato i miei colleghi e considerato le circostanze inParlamento, sono arrivato alla conclusione che questa personanon possa essere io”, e’ stato il passo indietro di BoJo.

Entrambi decisivi per l’esito di una campagna referendaria che ha scatenato una “guerra civile” nel partito che fu di Margaret Thatcher, Johnson e Gove sono diversissimi fra loro. Con gli studi a Eton e il suo background cosmopolita – nato a New York, figlio di un eurodeputato, con antenati francesi, tedeschi e turchi e un bisnonno ministro dell’Impero Ottomano – l’ex sindaco di Londra ha fatto da contrappeso al nazionalismo di Nigel Farage nel fronte pro-Brexit. Per molti era, fino a ieri, il nuovo leader naturale dei Tory, un personaggio riconoscibilissimo con il suo gusto per la battuta e quell’aria trasandata.

Gove, 48enne ministro della Giustizia e presidente di VoteLeave che aveva minacciato di lasciare il governo Cameron se avesse vinto il ‘Remain’, ha origini ben piu’ umili: nato a Edimburgo e adottato da una coppia scozzese molto religiosa dopo l’abbandono da parte della madre, nel suo ufficio ha appesi i ritratti di Lenin e Malcolm X. Per gli studi ha dovuto affidarsi ai sacrifici dei genitori fino all’universita’ a Oxford e all’approdo al giornalismo e all’incarico di editorialista del Times. Nel 2005, candidato dall’amico Cameron, era stato eletto deputato e nel 2010 era stato promosso a ministro dell’Istruzione varando un’impopolare riforma del sistema scolastico che gli costo’ la poltrona. Da allora i rapporti con il premier si sono guastati, nonostante il nuovo incarico ottenuto lo scorso anno. La sua campagna referendaria e’ stata spesso sopra le righe: poche ore prima del voto si era dovuto scusare per avere paragonato gli economisti che denunciavano i rischi di Brexit ai nazisti che negli anni ’30 avevano denunciato Albert Einstein. (AGI) 

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