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Il nuovo bipolarismo Trump-Russia (a danno di Pechino)

Washington – C’era una volta Jalta. Il 4 febbraio 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin si riunivano in Crimea. La seconda guerra mondiale era ormai agli sgoccioli. E i tre vincitori si accordavano per spartirsi il pianeta in aree di influenza. Il nuovo ordine che ne derivò andò avanti – fra guerra fredda e disgelo – per ben 40 anni. E si resse su un sistema rigorosamente bipolare: due grandi blocchi contrapposti capeggiati dalle superpotenze Usa e Urss.

Da allora il mondo è profondamente cambiato. La Cina è diventata un gigante pervasivo. L’India è una potenza emergente. Dall’Egitto alla Turchia, dal Qatar all’Arabia Saudita (primavere arabe e golpe a parte), nuovi attori regionali aspirano a ruoli sempre più globali. E otto anni di presidenza Obama hanno definitivamente sdoganato l’idea e la pratica di un sistema multipolare.

Con Donald Trump alla Casa Bianca la prima impressione è quella di un ritorno al bipolarismo, nel senso di una cornice che tende a ruotare, per lo più, su due grandi perni. L’atmosfera è cambiata – si va verso la distensione tra Washington e Mosca – e pure gli obiettivi, ma il gioco sembra destinato a riprendere con le stesse regole: un’intesa tra due big all’insegna della realpolitik per dividersi sfere d’influenza e non ostacolarsi. Se possibile ‘aggiustando’ con questo spirito anche i problemi, a partire dalla guerra civile in Siria.

Trump ha confermato la sua apertura verso Mosca in tutte le sedi, anche a dispetto dei suoi ministri e principali collaboratori. Come sottolinea il Corriere della Sera, nel corso delle audizioni al Senato americano, che dovrà ratificare le nomine, tutte le figure di maggior spicco hanno espresso preoccupazione verso Putin. A partire dal filo-russo Rex Tillerson, l’ex ad di Exxon e prossimo segretario di Stato, cioè titolare della diplomazia Usa. Hanno mostrato uguale preoccupazione anche il generale James Mattis, scelto per il Pentagono, e Mike Pompeo, indicato per la guida della Cia.

Eppure il presidente eletto tiene duro. L’ultima notizia è la possibile revoca delle sanzioni contro Mosca decise da Obama per le interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali dell’8 novembre. “Se si va d’accordo e la Russia ci aiuta davvero, che bisogno c’è di mantenere le sanzioni contro qualcuno che sta facendo grandi cose?”, ha dichiarato Trump al Wall Street Journal.

Nella stessa intervista il repubblicano ha anche allargato il fronte con la Cina, spiegando che “tutto è passibile di negoziazione”, compresa la politica ‘una sola Cina‘, ovvero il mancato riconoscimento diplomatico statunitense di Taiwan (Pechino la considera parte integrante del proprio territorio). Parole che hanno indispettito molto la Cina, già disturbata dalla telefonata di congratulazione per la vittoria elettorale fatta a Trump dalla presidente taiwanese, Tsai Ing-wen: una rottura inaudita del protocollo.

Dunque, asse con la Russia e ‘guerra’ alla Cina, specie se non cambierà le sue politiche commerciali e monetarie. Il quadro si completa con un’ultima novità, stavolta dal fronte siriano. La Russia ha invitato l’amministrazione di Trump al tavolo di pace sulla Siria con la Turchia e l’Iran.  L’invito, ha rivelato il Washington Post, sarebbe arrivato tramite l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislak, che lo scorso 28 dicembre avrebbe chiamato Micheal Flynn, l’ex generale scelto da Trump come consigliere per la sicurezza nazionale.

La notizia non è da poco. La Russia, con il suo intervento militare, è stata il deus ex machina del presidente siriano, Bashar al-Assad. Ma finora al tavolo della pace non aveva mai invitato Barack Obama

@Stillicris

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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