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Il Padrino testimonial discoteche siciliane, spot diventa virale

di Paolo Borrometi @paoloborrometi

Roma – La musica del ‘Padrino’, la “famigghia”, la protezione della mafia, la forza dell’intimidazione e gli abiti del più famoso don Vito Corleone (protagonista del film del 1972 di Francis Ford Coppola). E’ un mix di subcultura mafiosa quella che spopola sul web, per pubblicizzare – in questo caso – le “notti brave” dei giovani siciliani. Un video diventato virale in rete e tramite i social che, per il sabato sera, propone “l’anno della famigghia, perché – recita – la famigghia è importante, non si tocca“. E se non bastasse, la frase inneggiante all’intimidazione “questo anno voi con me dovete stare, per il vostro bene lo dico” perché se sabato sera state con noi “protetti siete”. Insomma, tutti, ma proprio tutti, gli ingredienti su cui si poggia la forza delle mafie. Un promo per alcune discoteche, promosso da una società di comunicazione, che rispecchia un fenomeno di marketing insopportabile, realizzato a colpi di “coppola e lupara”, di “onore e rispetto”, di “protezione della famiglia”.

 

Una spettacolarizzazione della cultura malavitosa, a colpi di stereotipi, che è tanto pericolosa quanto offensiva, nei confronti di chi, per combatterla, ne è rimasto vittima. Un fenomeno virale che, a colpi di clic, entusiasma i giovani che passano – più o meno inconsapevolmente – dall’inneggiare sui social alle organizzazioni criminali, alle fiction televisive, fino alle magliette targate “Mafia “, a quelle con la coppola o con la lupara. O ancora, come dimenticare i gadget che campeggiano in bella mostra su tante bancarelle del sud, con prodotti “tipici” che non sono quelli ottimi della Terra locale, bensì la statuetta di Totò ‘u mafiusu, la tazza con l’immagine del Padrino o il pupazzo con la lupara fumante. E’ un qualcosa che parte da lontano, basti pensare che una recente ricerca della Coldiretti ha messo in luce come, l’agricoltura (soprattutto del sud Italia), sia diventata un “set cinematografico che inneggia alla mafia, utilizzando vini, liquori, paste e tanti altri prodotti”. Perfino l’Europa se ne è accorta e, dopo la battaglia condotta dalla Commissione Antimafia e dalla sua presidente, Rosy Bindi, ha proibito che il vocabolo “mafia” e la sua rappresentazione possa campeggiare nei prodotti e nei ristoranti stranieri (in Spagna vi era una vera e propria moda). Proprio nei luoghi in cui quei disvalori hanno provocato sofferenza e morte per tanti servitori dello Stato, per tante famiglie (quelle sì!), per tante vittime inconsapevoli, quando riusciremo a respingere queste insane celebrazioni? Perché così, se da un lato si organizzano le marce per la legalità, nelle giornate della memoria e del ricordo, dall’altro si rischia di fare un favore alle mafie, inneggiando ai loro valori e non scimmiottandoli. “Business is business”, ma a che prezzo?.

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