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Il parere del penalista: violenza su donne è danno per tutti

Roma – Irma Conti, avvocato penalista del foro di Roma, è stata nominata due anni fa dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano ‘Cavaliere della Repubblicà per il suo impegno nella lotta alla violenza di genere. Oltre a frequentare le aule di Tribunale, lei presiede la sezione romana dell’Associazione Donne Giuriste Italiane che si batte per prevenire ogni forma di violenza e valorizzare, dal punto di vista del diritto, la figura della donna e dei bambini. 

Qual è la una portata sociale della violenza sulle donne?

“Qualunque tipo di violenza esercitata sul una donna, e non mi riferisco per forza ai tanti casi di femminicidio, rappresenta un danno per tutti: per la donna che la subisce, per l’uomo che finisce in carcere, per i figli (se ci sono) e, più in generale, per le famiglie che rimangono inevitabilmente segnate da esperienze così traumatiche. Insomma, non c’è un guadagno per nessuno e tutti ci rimettono qualcosa. Ed è un danno anche per lo Stato, che è costretto a sostenere costi importanti per consentire a chi ha subito o ha assistito a una violenza di poter beneficiare di cure adeguate e di un sostegno psicologico, nella speranza di tornare a una ‘vita normalè“. 

Qual è il modo migliore per contrastare questo fenomeno? 

“Io sono fermamente convinta che una maggiore prevenzione risulti più efficace di un’azione di contrasto. Prevenire, poi, significa sicuramente ridurre i costi perchè se è vero che all’inizio c’è un prezzo da pagare, il guadagno alla fine è certamente maggiore”.

Come può funzionare questa prevenzione?

“La violenza sulle donne si combatte anzitutto su un piano culturale. E’ necessario che si parli il più possibile di questo fenomeno, che continua ad essere in crescita. La stampa in questo senso gioca un ruolo fondamentale. Ma serve anche che si avvii già nelle scuole un processo di educazione e formazione affinchè prevalga in tutti il concetto di rispetto e di pari opportunità. E poi, sempre rimanendo sul piano della prevenzione, sarebbe bene che le nostre città avessero un sistema di sicurezza adeguato. Io sono favorevole all’impiego dell’esercito o della polizia nelle nostre strade perché le statistiche dicono che i reati calano sensibilmente in quelle zone dove i rappresentanti delle forze dell’ordine vigilano. La gente si sente più tutelata, più protetta. E allora, spendiamolo qualche soldo in più per evitare che interi quartieri, non necessariamente della periferia, restino al buio. Illuminare le nostre vie è il primo passo per garantire sicurezza a chi ci abita”.

Oltre alla sicurezza, su cosa bisogna puntare per contrastare la violenza sulle donne?

“Servono le strutture: una donna che subisce violenza, fisica o psicologica che sia, dentro o fuori le mura domestiche, deve sapere a chi potersi rivolgere, a chi chiedere aiuto. Un deterrente importante è sicuramente una pena certa e severa ma prima di arrivare a un processo con una sentenza di condanna, è necessario che la donna bisognosa di assistenza e disposta a presentare una querela possa affidarsi a soggetti preparati e qualificati, con una sensibilità fuori dal comune, in grado di capire se è il caso di intervenire subito e di sollecitare, eventualmente, l’intervento del magistrato. Polizia e carabinieri si sono già adeguati creando squadre ‘ad hoc’ di esperti e lo stesso hanno fatto gli uffici di Procura. Quella di Roma, ad esempio, ha da tempo un ‘pool’ di una dozzina di magistrati specializzati, che si occupano cioè solo di queste tematiche (violenza sessuale, stalking, abusi su minori, prostituzione minorile, maltrattamenti in famiglia, casi di omicidio) con assegnazioni ‘ad horas’ dei vari procedimenti. E non va dimenticato neppure il contributo fornito dal personale dei servizi sociali in sede di assunzione delle deposizioni e, dove necessario, dai consulenti tecnici medico-legali e dai neuropsichiatri”.

Come si devono comportare le donne vittime di violenza?

“Ai primi segnali di rischio, deve scattare subito l’allarme. Giocare d’anticipo può essere utile per evitare che anche una minaccia, apparentemente insignificante, possa trasformarsi in un qualcosa di tragico. Spesso una donna non denuncia per paura, per vergogna o perché ci sono di mezzo i figli. Tante volte i primi episodi di conflittualità che si registrano tra le mura di casa vengono sottovalutati o giustificati. Del resto, i fenomeni legati alla violenza domestica non rispondono mai a una logica precisa: perché quello che era tuo marito dovrebbe arrivare ad ammazzarti? Eppure succede di frequente. Ma se nessuno segnala o denuncia, come fanno gli organi inquirenti a intervenire in tempo?”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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