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Il Pd, Renzi e la Sindone

Gli abbagli di massa non appartengono solo al campo religioso ma anche a quello politico, complice il servilismo dei media. E il rischio per la democrazia è altissimo.

Elio Rindone –

La Sindone è un falso medievale, fabbricato in Francia e portato nei suoi feudi dal duca Ludovico di Savoia. È un fatto accertato. Eppure da oltre sei secoli è oggetto di venerazione e frotte di fedeli accorrono regolarmente a Torino in occasione della sua ostensione. Il fenomeno non è difficile da spiegare: credulità popolare, bisogno di protezione nelle difficoltà della vita, attaccamento alle tradizioni, interessi economici e politici, fiducia nell’autorità. Le prove inconfutabili degli storici e degli scienziati vengono, quindi, semplicemente ignorate e non raggiungono la massa, alla quale i mezzi di comunicazione fanno arrivare, invece, l’invito di un papa amato come Francesco (ma del resto non era amato anche Giovanni Paolo II?) a venerare un telo medievale (definito icona perché oggi si preferisce evitare il termine reliquia). Ma che cosa ha a che fare la venerazione di un pezzo di stoffa con la spiritualità del vangelo, che chiede un radicale cambiamento di vita a servizio dei poveri e dei diseredati? Incoraggiare questo tipo di religiosità significa abituare i fedeli a un infantilismo che banalizza il messaggio evangelico, sino alla manipolazione e alla superstizione.

Non bisogna credere, però, che fenomeni del genere non si verifichino in altri ambiti, anche se di solito l’inganno viene svelato in tempi più brevi. Uno dei campi in cui ricorrono più frequentemente simili abbagli di massa è quello politico. Un analogo miscuglio di ragioni e sentimenti, credulità e interessi, infatti, fa sì che talvolta siano considerati di sinistra partiti che fanno una politica di destra. Mi pare che sia questo il caso delle forze politiche, confluite poi nel Pd, che negli anni del berlusconismo trionfante non hanno mai fatto una seria opposizione; quando sono andate al governo non hanno abrogato nemmeno una delle leggivergogna volute dal centro-destra e anzi, per esempio in materia di giustizia, hanno approvato con maggioranze bipartisan provvedimenti che continuavano a ostacolare le indagini della magistratura; che ormai da anni, con Monti, Letta e Renzi governano con le destre.
Stando alle etichette, infatti, da una coalizione di centro-sinistra ci si attenderebbe una politica all’insegna dell’equità fiscale: lotta all’evasione, progressività della tassazione e incremento della spesa sociale. Bene, negli ultimi venti anni non si è combattuta l’evasione fiscale; con lo slogan della lotta agli sprechi è stata pesantemente tagliata la spesa sociale; è stata ridotta la progressività delle imposte. Nel 1995, infatti, l’aliquota dell’IRPEF per i redditi più bassi era del 10% e quella per i più alti del 51%; dal 2008, invece, la prima è aumentata sino al 23% e la seconda è diminuita sino al 43%. Per i ceti meno abbienti, quindi, la tassazione è aumentata di 13 punti percentuali, mentre per quelli più abbienti è diminuita di 8 punti. Ma non basta. L’IVA, che è l’imposta più rilevante tra quelle indirette, cioè che colpiscono tutti i cittadini indipendentemente dal reddito, nel 1995 era al 19% mentre nel 2013, col governo Letta, è arrivata al 22% e col governo Renzi, salvo un poco probabile boom dell’economia italiana, nel 2017 salirà al 24%. Come liberarsi dalla sgradevole sensazione che nell’ultimo ventennio sia stata al potere in maniera continuativa in Italia la destra più feroce, anche quando si spacciava per sinistra?
Solo un altro esempio. Per raddrizzare i conti pubblici, il governo Monti non ha preso in considerazione l’idea di una patrimoniale ma ha messo le mani sul settore pensionistico. La riforma Fornero del 2011, allungando l’età richiesta per andare in pensione, non solo ha reso più difficile per tanti giovani la ricerca di un’occupazione ma ha anche provocato enormi difficoltà a centinaia di migliaia di persone che avevano concordato un’uscita anticipata dal lavoro e che sono rimaste senza alcun reddito: né da lavoro né da pensione. È ovvio che la sua riforma previdenziale il ministro Fornero non se l’è votata da sola! La legge, poi disconosciuta dai partiti che l’hanno approvata, è stata compattamente votata dal Pd, dal Pdl e dall’Udc. Eppure tanti elettori hanno continuato a considerare il Pd un partito di centro-sinistra, anche se il segretario dell’epoca, Bersani, dichiarava nel corso della campagna elettorale seguita alla caduta dell’esecutivo, che anche in caso di vittoria avrebbe governato con Monti. Potenza della fede! E, in effetti, ce ne vuole molta per vedere nel Pd una vera alternativa al Pdl, ora diviso nei due rami di Forza Italia e Nuovo Centro Destra: della superiorità morale di berlingueriana memoria non è rimasta alcuna traccia, almeno a giudicare dal numero di inquisiti, rinviati a giudizio e condannati, tanto che, in materia di corruzione, il Pd ormai non sfigura più nel confronto col Pdl.

Ma l’accecamento di massa può riguardare, oltre che i partiti, anche i singoli politici. Capita, infatti, che siano scambiati per autentici statisti dei volgari illusionisti che riescono a conquistare la fiducia di milioni di elettori e addirittura a imporsi per anni, con notevoli danni per i cittadini. I casi più clamorosi, in Italia, sono quelli di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, che hanno mostrato un’eccezionale abilità nell’assicurarsi un vasto consenso popolare, anche se i loro governi sono stati tra i peggiori della storia repubblicana: il primo, tra alti e bassi, ha regnato per un ventennio, il secondo ancora non sappiamo per quanto tempo, ma se il buon giorno si vede dal mattino…
Anche se si presentano l’uno come leader del centro-destra e l’altro del centro-sinistra, hanno in realtà molto in comune: sono considerati uomini carismatici, grandi comunicatori, padroni del mezzo televisivo, che garantisce milioni di voti a chi sa usarlo. Entrambi accentratori, decisionisti, insofferenti alle critiche e, soprattutto, privi di ogni radicamento ideologico. Infatti, Berlusconi si proclama liberista mentre è titolare di un impero televisivo inaccettabile in qualunque Paese liberale e Renzi si dice rappresentante di una sinistra riformista mentre, riuscendo là dove Berlusconi aveva fallito, abolisce di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e impone una riforma della scuola che mette a rischio la libertà d’insegnamento, affidando ai presidi il potere di assumere per chiamata diretta e con contratti triennali i docenti: e pensare che nel 2008 il centro-destra non era riuscito neanche a far approvare il disegno di legge Aprea che prevedeva soltanto la loro assunzione mediante concorsi banditi dalle singole istituzioni scolastiche! In effetti, non c’è soluzione di continuità nella politica dei loro governi, accomunati dalla fedeltà ai poteri forti, e infatti Berlusconi ha più volte ripetuto che il suo partito non poteva non votare le leggi volute da Renzi perché erano esattamente quelle care a Forza Italia. Del resto Renzi, appena siglato il patto del Nazareno, non ha nascosto di sentirsi in piena sintonia con Berlusconi, e anche dopo la rottura (definitiva o solo temporanea?) del patto ha sempre potuto contare, in caso di bisogno, sui voti di un buon numero di parlamentari berlusconiani. I due hanno pure in comune l’avversione per una magistratura indipendente, e infatti Renzi fa approvare una legge sulla responsabilità civile dei giudici, mostrandosi anche in questo caso più bravo del suo maestro. Entrambi vogliono un sistema elettorale che, alterando il responso delle urne grazie al premio di maggioranza, consenta di governare senza una forte opposizione, ed entrambi hanno un chiodo fisso: cambiare la Costituzione in modo da rafforzare il governo e indebolire il parlamento. E, più spregiudicato di Berlusconi – per quanto possa sembrare incredibile! – Renzi per raggiungere i suoi obiettivi non si preoccupa del fatto che l’attuale parlamento è moralmente delegittimato, perché eletto con una legge bocciata dalla Consulta, che le riforme elettorali sono materia del parlamento e non del governo e che devono essere approvate rispettando le normali procedure, e cioè senza ricorrere a canguri, sedute fiume e fiducie, e senza minacciare lo scioglimento delle Camere. Entrambi, inoltre, si presentano come innovatori, che si oppongono al vecchio e screditato ceto politico. Berlusconi è l’uomo del fare, l’imprenditore di successo prestato alla politica, che però si circonderà proprio di quanti nella Democrazia cristiana e nel Partito socialista sono fortunosamente sopravvissuti alla bufera di Mani Pulite. Renzi è il rottamatore dei dirigenti del Partito Democratico, ma solo di quelli che non si affrettano a salire sul suo carro. Da avversari della casta, invisa ai cittadini, si trasformano presto nei suoi più accaniti difensori, dichiarandosi d’accordo sul fatto che le condanne, sino a sentenza definitiva, non sono un ostacolo per occupare cariche pubbliche. Del resto, questa è una delle più radicate tradizioni italiche come notava un secolo fa Antonio Gramsci: «L’Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d’azione propugnati da semplici cittadini» (luglio 1918).
Entrambi sono prodighi di promesse, quasi mai mantenute: creare milioni di posti di lavoro, abbassare le tasse, non mettere le mani nelle tasche degli italiani, cambiare l’Italia (in meglio o in peggio?),fare una riforma al mese… Specializzati nell’infondere ottimismo (mentre quello della paura è il territorio di caccia monopolizzato dalla Lega),far sognare gli italiani, spostare l’attenzione su sempre nuove questioni, in modo che ci si dimentichi che le precedenti non sono state risolte, accusando di gufismo – brillante aggiornamento del vecchio termine disfattismo – chi si permette di denunciare la nuova malattia dell’annuncite.
Sempre pronti a smentire quanto affermato per mesi, approfittano della scarsa memoria degli elettori. In rete è facile trovare un abbondante campionario delle loro giravolte: essendo più note quelle di Berlusconi, ci limitiamo a ricordarne qualcuna di Renzi. Da sindaco di Firenze chiedeva il dimezzamento del numero e delle indennità dei parlamentari e una legge elettorale che prevedesse le preferenze: oggi i fatti dimostrano che erano parole al vento. Dopo le Politiche del 2013 proponeva di “abolire e rinunciare al rimborso elettorale di queste elezioni, immediatamente, […] finanziamento, che vale 45 milioni di euro per il Pd e 43 per Grillo”. Il M5S ai milioni ha rinunciato, il Pd no, neanche dopo la conquista del partito da parte di Renzi.
L’ultima giravolta, per ora, è la decisione di eliminare dal 2016 la tassa sulla prima casa. Eppure l’uguale provvedimento del governo Letta era considerato un cedimento a Berlusconi da Renzi, che nel 2013 sosteneva che “Per creare lavoro dobbiamo dare una visione per i prossimi 20 anni. Il problema non è l’Imu” e intimava: “Parliamo di emergenza abitativa e di sfratti. Basta parlare di Imu”. In effetti, tanti italiani sono proprio degli smemorati, perché altrimenti non continuerebbero a fidarsi di chi prometteva di ridurre le tasse per tutti mentre in realtà le aumentava per i meno abbienti, o di chi assicurava di sostenere il governo Letta mentre era già al lavoro per farlo cadere. Ma, si sa, i riflessi condizionati scattano nonostante le ripetute delusioni: come il cane di Pavlov aumenta la salivazione appena sente il suono del campanello, così un buon numero di elettori si eccita al semplice annuncio dell’eliminazione delle tasse più odiate.
I nostri due illusionisti hanno ragione quando trattano i cittadini come bambini di dieci anni, e neanche troppo intelligenti, perché milioni di italiani non sono in condizione di distinguere la realtà dalle favole (le statistiche dicono che l’80 per cento della popolazione adulta ha difficoltà a comprendere un articolo di giornale) o, se lo sono, trovano più comodo per superficialità o per presunzione rinunciare alla fatica di informarsi e di riflettere criticamente e, sicuri di avere già capito tutto, scambiano per convinzione propria l’opinione dominante in un certo momento. Tanti elettori, in effetti, prendono per buone, a forza di sentirle ripetere all’infinito, le bugie più inverosimili e apprezzano come un autentico moralizzatore della vita politica chi si scaglia contro la corruzione. In realtà, dichiarare che ‘chi sbaglia deve pagare’, senza far nulla perché alle parole seguano i fatti, è un’ovvietà come dire che il sole è caldo e l’acqua bagna. Ma, si sa, più un’affermazione è ovvia più risulta persuasiva per chi non è abituato a riflettere.
E uno slogan è tanto più persuasivo quanto più risponde a un’esigenza, avvertita in maniera più o meno consapevole, dalla massa. Basta farla emergere – occultando bisogni, valori, conseguenze di altro genere – perché scatti la molla del consenso. Non si combatte l’evasione ma si promette di ridurre le tasse: e come cittadini tartassati potrebbero resistere al sogno di un fisco più mite? Si persevera nella politica di austerità ma si assicura che si sta cambiando verso al Paese: e come elettori sfiduciati potrebbero rinunciare a quella che appare l’ultima speranza per uscire dalla palude?
Entrambi, inoltre, usano il linguaggio più adatto per comunicare con le masse: quello delle immagini (indimenticabili quelle di Berlusconi con Dudù in braccio e quelle di Renzi col gelato in mano),mentre le parole sono ridotte a pochi slogan o ai 140 caratteri di un tweet. Come il Berlusconi dei tempi d’oro, oggi Renzi è sempre in televisione, come Matteo Salvini, il politico che l’establishment ha interesse ad accreditare come il suo principale oppositore. E, come Berlusconi, ama rivolgersi direttamente agli elettori, saltando la mediazione dei giornalisti, o almeno quella dei pochi che non sono disposti a fare da cassa di risonanza delle sue dichiarazioni. L’abuso del mezzo televisivo da parte dei leader politici, che ai tempi di Berlusconi, capo del governo e proprietario di tre reti private, aveva fatto gridare al conflitto d’interessi, oggi non suscita alcuna reazione nell’opinione pubblica. Eppure nulla è cambiato: Renzi non è proprietario di un impero televisivo ma vuole far approvare una legge che metta la RAI a servizio del governo di turno. Già ora, del resto, può dire ciò che vuole su tutte le reti grazie al servilismo di un apparato informativo che, non a caso, fa scivolare l’Italia, quanto a libertà di stampa, all’ultimo posto, fatta eccezione della Grecia, tra i Paesi dell’Unione europea.
Da tempo, ormai, tanto il servizio pubblico televisivo che la cosiddetta libera stampa sono quasi per intero alle dipendenze del potere politico ed economico, e il fenomeno, a causa della lunga assuefazione, non provoca più indignazione. L’opinione pubblica, infatti, nel ventennio berlusconiano è stata abituata a un degrado lento ma costante, e ormai non reagisce più: come la rana di un noto esperimento che, se gettata nell’acqua bollente, salta subito fuori, mentre, se si riscalda a poco a poco l’acqua della pentola, non tenta di saltar fuori se non quando è troppo tardi. In effetti, il disegno, attuato con perseveranza e rispondente a un ampio ventaglio d’interessi, di anestetizzare gli elettori pare proprio che sia giunto a compimento, dato che si riesce a far credere che Renzi – un premier che obbedisce agli ordini della troika, che è apprezzato dalla Confindustria ma non dai sindacati, e che dal Times, di proprietà di Rupert Murdoch, è accostato a Tony Blair ed elogiato come salvatore dell’Italia, in contrapposizione ad Alexis Tsipras, accusato di danneggiare la Grecia con le sue politiche distruttive – sia uno statista e il leader di una moderna sinistra. Solo i mezzi di comunicazione sono capaci oggi di simili miracoli!

Il problema dell’indipendenza dei media, è ovvio, riguarda non solo l’Italia ma tutti i Paesi industrializzati ed è altrettanto ovvio che su di essa si gioca la qualità democratica di un sistema politico. Infatti, se la democrazia presuppone che i governanti siano scelti dai cittadini, questi devono essere informati per essere in condizione di scegliere davvero, perché altrimenti le libere elezioni si riducono a una pura formalità. Quanto più, quindi, l’informazione si trasforma in propaganda e manipolazione, tanto più si riduce lo spazio della democrazia.
Come scriveva anni fa il grande linguista Chomsky, “il postulato democratico è che i media sono indipendenti e hanno il compito di scoprire e di riferire la verità, non già di presentare il mondo come i potenti desiderano che venga percepito [. ma questo presupposto] è in netto contrasto con la realtà” (N. Chomsky-E. Herman, La fabbrica del consenso, Milano 1998, p 9). Forse è il caso, allora, di mettere in discussione una delle certezze più comuni: cioè che l’Italia, come altri Stati europei, sia oggi una vera democrazia. Riguardo al comunismo, per esempio, è ormai opinione corrente che occorre distinguere l’ideale comunista dal comunismo reale. Parimenti, è scontato che la storia dei secoli cristiani non possa essere identificata tout court con l’ideale evangelico. È ragionevole, quindi, chiedersi quanto le democrazie realmente esistenti siano distanti dall’ideale democratico.
Non bastano, in effetti, le elezioni a suffragio universale per concedere a uno Stato la patente democratica. Come scrive un famoso politologo americano, infatti, è necessario garantire anche “diritti, libertà e opportunità di effettiva partecipazione; uguaglianza di voto; la capacità di acquisire una sufficiente conoscenza delle scelte politiche e delle loro conseguenze; i mezzi attraverso cui il corpus dei cittadini possa mantenere un adeguato controllo sull’agenda delle decisioni e delle politiche del governo” (Robert A. Dahl, Quanto è democratica la Costituzione americana?, Laterza 2003, p 95).
L’essenza della democrazia, in sostanza, è la seguente: il potere politico non si trasmette per via ereditaria né si conquista con la forza ma dipende dal voto degli elettori, che scelgono tra differenti alternative, controllano gli eletti ed eventualmente li sanzionano alle elezioni successive. Per scegliere tra le diverse proposte politiche, però, è evidente che i cittadini devono conoscerle, comprenderle e valutare adeguatamente quale di esse risponda meglio alle esigenze della società. Se ciò non accade, se l’informazione è manipolata e gli elettori non sono messi in grado di controllare i loro rappresentanti, i regimi democratici si distinguono da quelli dittatoriali solo perché non occorrono le armi per cacciare i governanti. Non è poca cosa, ma certo si resta molto lontani dall’ideale democratico che fa del popolo il vero sovrano. Ideale così difficile da realizzare da far dire a Gustavo Zagrebelsky: “Intendiamoci su un punto: la democrazia è la versione moderna del pensiero utopico. Non ne conosciamo alcuna realizzazione integrale” (“Pilati d’Italia, Giù la maschera”, Repubblica.it, 31/8/1995). Certo, è possibile approssimarsi di più o di meno all’ideale, ed è possibile anche fare passi indietro, perché la democrazia è un sistema fragile, tanto che, pur rispettando formalmente le sue regole, è possibile svuotarla dall’interno. Forse, ignorando gli allarmi lanciati da personalità come Zagrebelsky e Rodotà sul pericolo di dare troppo potere a un uomo solo, è ciò che sta accadendo oggi in Italia: il centro-sinistra di Renzi sta completando il disegno di una modifica della Costituzione in senso autoritario già abbozzato dal centro-destra di Berlusconi, tanto che si può parlare del renzismo, riecheggiando una famosa espressione, come della fase suprema del berlusconismo. E scambiare il Pd per un partito di centro-sinistra e un regime autoritario per democrazia può comportare conseguenze ben più gravi che scambiare un lenzuolo medievale per la sindone di cui parlano i vangeli!

Elio Rindone
Articolo pubblicato su Critica liberale (volume XXIII n.227 gennaio-aprile 2016)

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=125807&typeb=0&Loid=335&il-pd-renzi-e-la-sindone

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