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“Il popolo, categoria mistica”. La visione politica del papa sudamericano

È uscito in Argentina e in Italia un saggio del professor Zanatta sul “populismo” di Francesco. Il filo rosso che unisce la sua visita a Lesbo alla simpatia per i “movimenti popolari” anticapitalisti e no global.

di Sandro Magister – 
ROMA, 20 aprile 2016 – Quando incrocia i territori della politica, papa Francesco batte sentieri originali. Cerca il contatto diretto, solidale, con quelli che ritiene le vittime delle potenze del mondo e insieme i protagonisti del riscatto futuro. Non enuncia programmi, compie gesti che lui per primo sa non essere risolutivi. L’importante è che abbiano una forte carica simbolica.

A Lesbo, sabato 16 aprile, ha fatto così. Si è fatto bagnare dalle lacrime dei migranti e ne ha portati con sé dodici a Roma: tre famiglie musulmane scelte con cura – ha tenuto a precisare – tra quelle che “avevano le carte in regola”, d’intesa con gli Stati italiano e greco.

Un gesto, quindi, non applicabile all’ondata incontrollata di centinaia di migliaia di migranti “sans papiers”, ma che appunto ha segnalato al mondo l’esigenza di una gestione razionale delle migrazioni, accogliente ma anche selettiva, per iniziativa dei paesi ospitanti, in questo caso della minuscola Città del Vaticano.

Qui Francesco si ferma. Lascia ai governi di elaborare le necessarie politiche – parole sue – “di accoglienza e integrazione, di crescita, di lavoro, di riforma dell’economia”. Anche nei precedenti suoi impatti col fenomeno migratorio, a Lampedusa, sul confine tra Messico e Stati Uniti, nel centro di rifugiati dove ha celebrato lo scorso giovedì santo la lavanda dei piedi, si è sempre fermato agli atti simbolici.

Ma ciò non toglie che Jorge Mario Bergoglio abbia una sua visione politica d’insieme, che in altri momenti del suo pontificato ha reso a tutti manifesta.

In questo, Francesco si distingue dai suoi due immediati predecessori. Bisogna infatti risalire a Paolo VI per trovare un altro papa in stretta familiarità con un disegno politico preciso e organico, nel suo caso quello dei partiti popolari cattolici europei del Novecento, in Italia la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi e in Germania l’Unione democratica cristiana di Konrad Adenauer.

A questa tradizione politica europea, peraltro tramontata, Bergoglio è estraneo. Da argentino, il suo humus è tutt’altro. E ha un nome che in Europa ha un’accezione negativa, ma non nella patria dell’attuale papa: populismo.

Che il “pueblo”, il popolo, sia effettivamente al centro della visione non solo politica ma anche religiosa di papa Francesco è cosa che lui stesso ha fatto intuire più volte.

Durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dal Messico a Roma, lo scorso 17 febbraio, cioè in uno dei momenti nei quali si esprime con più spontaneità, ha addirittura affermato:

“La parola ‘popolo’ non è una categoria logica, è una categoria mistica”.

Ma i discorsi nei quali egli ha reso manifesta nella forma più compiuta la sua visione politica imperniata sul popolo sono quelli che ha rivolto ai “movimenti popolari” anticapitalisti e no global da lui convocati da tutto il mondo prima a Roma e poi in Bolivia:

> Ai movimenti popolari, Roma, 28 ottobre 2014

> Ai movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, Bolivia, 9 luglio 2015

A questi due testi capitali si può aggiungere il discorso del 27 novembre 2015 alla periferia di Nairobi, con l’esaltazione della nativa “saggezza dei quartieri popolari”:

> Ai poveri di Kangemi, Nairobi, Kenya, 27 novembre 2015

Ai due incontri di Roma e di Santa Cruz era presente, in qualità di attivista “cocalero”, il presidente della Bolivia Evo Morales.

Il quale è stato di nuovo invitato a Roma, pochi giorni fa, come oratore al convegno promosso dalla pontificia accademia delle scienze nel venticinquesimo anniversario dell’enciclica sociale di Giovanni Paolo II “Centesimus annus”, assieme all’altro leader populista Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, all’economista neomalthusiano Jeffrey Sachs e al candidato democratico di estrema sinistra alle presidenziali americane Bernie Sanders:

> Sanders, Morales, Correa, Sachs. Il quartetto che piace tanto al papa

E in questa occasione il papa ha ricevuto in udienza Morales e ha tenuto a incontrare per un breve saluto anche Sanders, la mattina stessa della partenza per Lesbo, venendone poi da lui ripagato con ampi e pubblici elogi:

> Bernie Sanders embraces Catholic social teaching at Vatican, echoing Francis’ cry against indifference

Sulla vena populista di Bergoglio www.chiesa ha fatto il punto la scorsa estate in questi tre servizi ravvicinati:

> Da Perón a Bergoglio. Col popolo contro la globalizzazione (12.9.2015)

> Ecumenismo politico. Con i tecnocrati e con i no global (21.9.2015)

> Quando Bergoglio era peronista. E lo è ancora (26.9.2015)

Sulle simpatie peroniste del giovane Bergoglio vi sono interessanti notizie in un libro uscito in Argentina nel 2014 ad opera di due giornalisti in stretto contatto col papa, Javier Cámara e Sebastián Pfaffen, di cui è ora in vendita l’edizione italiana arricchita di nuovi dati:

> J. Cámara, S. Pfaffen, “Aquel Francisco”, Raíz de Dos, Córdoba, 2014

> J. Cámara, S. Pfaffen, “Gli anni oscuri di Bergoglio”, Ancora, Milano, 2016

Ma sul populismo di papa Francesco è uscito proprio in questi giorni, in Argentina e in Italia, un saggio di uno specialista della materia, il professor Loris Zanatta, che insegna storia dell’America latina nell’università di Bologna e il cui ultimo libro, del 2015, frutto di vent’anni di studi, edito in Italia da Laterza e in Argentina da Editorial Sudamericana, ha per titolo: “La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio”.

In Italia il saggio di Zanatta è sull’ultimo numero della prestigiosa rivista laica di cultura e politica “il Mulino” e può essere acquistato anche in pdf:

> Un papa peronista?

Mentre in Argentina è sull’ultimo numero della rivista cattolica “Criterio” e può essere letto qui integralmente:

> Un Papa populista

A tradurre il saggio in spagnolo è stato lo stesso direttore di “Criterio” José Maria Poirier, figura di spicco del cattolicesimo argentino e conoscitore d’antica data di Bergoglio, che quand’era arcivescovo di Buenos Aires interveniva regolarmente alle settimanali riunioni di redazione della rivista.

In un’intervista ad Alejandro Bermúdez in un libro uscito negli Stati Uniti poco dopo il conclave del 2013, Poirier disse:

“Bergoglio è un perfetto uomo politico, nel classico senso del termine. Intendo dire che dà sempre l’impressione di aver studiato tutti gli scenari. Bergoglio sapeva che cosa fare se avesse dovuto ritirarsi; sapeva che cosa fare se avesse dovuto continuare come arcivescovo di Buenos Aires; e – perché no? – aveva anche pensato che cosa fare se l’avessero eletto papa”.

Quello che segue è un breve estratto del saggio del professor Zanatta, cinque volte più esteso e assolutamente da leggere per intero.

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Il popolo eletto

di Loris Zanatta

Bergoglio è peronista? Assolutamente sì. Ma non perché vi aderì in gioventù. Lo è nel senso che il peronismo è il movimento che sancì il trionfo dell’Argentina cattolica su quella liberale, che salvò i valori cristiani del popolo dal cosmopolitismo delle élite. Il peronismo incarna perciò per Bergoglio la salutare coniugazione tra popolo e nazione a difesa di un ordine temporale basato sui valori cristiani e immune da quel […] liberalismo protestante,il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America Latina.

Ma allora Bergoglio è populista? Assolutamente sì, purché tale concetto sia inteso a dovere. […] Nei suoi grandi viaggi del 2015 – Ecuador, Bolivia, Paraguay; Cuba e Stati Uniti; Kenya, Uganda, Centrafrica – Francesco ha pronunciato 356 volte la parola “popolo”. Il populismo del papa è già nelle parole. Meno familiarità ha invece Bergoglio con un altro lessico: democrazia l’ha detta appena 10 volte, individuo 14 volte, per lo più in accezione negativa. […] Sono numeri senza senso? Mica tanto. Ci confermano quel che si intuiva: che la nozione di “pueblo” è l’architrave del suo immaginario sociale. […]

Il suo popolo è buono, virtuoso, e la povertà gli conferisce un’innata superiorità morale. È nei quartieri popolari, dice il papa, che si conservano saggezza, solidarietà, valori del Vangelo. Lì sta la società cristiana, il deposito della fede.

Di più: quel “pueblo” non è per lui una somma di individui, ma una comunità che li trascende, un organismo vivente animato da una fede antica, naturale, dove l’individuo si scioglie nel tutto. Come tale, quel “pueblo” è il popolo eletto che custodisce un’identità in pericolo. Non a caso l’identità è l’altro pilastro del populismo di Bergoglio: un’identità eterna e impermeabile al divenire della storia, di cui il “pueblo” ha l’esclusiva; un’identità cui ogni istituzione o costituzione umana deve piegarsi per non perdere la legittimità che le conferisce il “pueblo”.

Va da sé che tale nozione romantica di “pueblo” sia discutibile e che altrettanto lo sia la superiorità morale del povero. Non ci vuole un antropologo per sapere che le comunità popolari hanno, come ogni comunità, vizi e virtù. E lo riconosce, contraddicendosi, lo stesso pontefice, quando stabilisce un nesso di causa ed effetto tra povertà e terrorismo fondamentalista; un nesso peraltro improbabile.

Ma idealizzare il “pueblo” aiuta a semplificare la complessità del mondo, cosa in cui i populismi non hanno rivali. Il confine tra bene e male apparirà allora così diafano, da sprigionare l’enorme forza insita in ogni cosmologia manichea. Ecco così il papa contrapporre il “pueblo” buono e solidale a un’oligarchia predatrice ed egoista. Un’oligarchia trasfigurata, priva di volto e nome, essenza del male come cultrice pagana del Dio denaro: il consumo è consumismo, l’individuo è egoista, l’attenzione al denaro è adorazione senz’anima.  […]

Qual è il peggior danno arrecato da tale oligarchia? La corruzione del “pueblo”. L’oligarchia ne mina le virtù, l’omogeneità, la spontanea religiosità, come un diavolo tentatore. Viste così, le crociate di Bergoglio contro di essa, per quanto emulino il linguaggio della critica postcoloniale, sono eredi della crociata antiliberale che i cattolici integralisti conducono da un paio di secoli in qua. Cosa per nulla strana: l’antiliberalismo cattolico che sul piano secolare simpatizzò per le ideologie antiliberali di turno, fascismo e comunismo in primis, è naturale abbracci oggi con ardore la vulgata “no global”.

Certo, v’è nella storia del cattolicesimo una robusta tradizione cattolico-liberale, votata alla laicità politica, ai diritti dell’individuo, alla libertà economica e civile. Ma non è tale la famiglia che vide crescere Francesco. Se il sacro collegio avesse eletto un papa cileno, chissà, forse avrebbe pescato in quell’universo culturale. Ma la Chiesa argentina è la tomba dei cattolici liberali, uccisi dall’onda nazionalpopolare. […]

Sullo sfondo, intanto, tante cose accadono e sollevano enormi interrogativi sulla fondatezza della visione del mondo di Francesco e sulla nozione di “pueblo” che l’ispira; e quindi sulla sua efficacia nel restituire alla Chiesa la rilevanza perduta.

Le società moderne, anche quelle del Sud del mondo, sono sempre più articolate e plurali. Parlarvi di un “pueblo” che vi custodisce identità pure e intrise di religiosità è spesso un mito cui non corrisponde alcuna realtà.

Continuare a considerare i ceti medi, cresciuti a milioni e ansiosi di più consumi e migliori opportunità, ceti coloniali nemici del “pueblo”, non ha senso. Tanti poveri di ieri sono ceto medio oggi. […]

Perfino sul piano politico, i populismi con cui il papa condivide tante affinità hanno subito duri colpi, specie in America Latina, tanto da fare sospettare che stiano rimanendo orfani del “pueblo” che invocano.

Non a caso Bergoglio è apparso disorientato quando un giornalista gli ha chiesto un parere sull’elezione in Argentina di Mauricio Macri e sul nuovo corso antipopulista che taluni pensano si stia aprendo in America Latina. “Ho sentito qualche opinione – ha farfugliato il papa – ma di questa geopolitica, in questo momento non so cosa dire. Ci sono parecchi Paesi latinoamericani in questa situazione un po’ di cambiamento, è vero, ma non so spiegarlo”.

A occhio, non ne è entusiasta, considerando il profilo assai più secolare e cosmopolita delle forze che si propongono di soppiantare i populismi in crisi. Ma è con esse che dovrà misurarsi il Santo Padre. Adorato dai fedeli ma anch’egli orfano, almeno un po’, del “pueblo”.

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Al termine dell’udienza al presidente della Bolivia Evo Morales, lo scorso 15 aprile, papa Francesco ha ricevuto da lui in dono un lettera da parte di imprecisati esponenti dei “movimenti popolari” e tre libri sulle virtù salutari della coca, di cui lo stesso Morales è stato fervente coltivatore. E il saluto tra i due – hanno riferito le agenzie – è stato “molto affettuoso”:

> Morales dona al papa tre libri sulla coca: “Gliela consiglio”

Il presidente della Bolivia era comunque fresco della bocciatura in patria, tramite referendum, della modifica costituzionale da lui voluta per assicurarsi la futura rielezione.

Per le sinistre populiste sudamericane l’attuale è una fase molto negativa. In Brasile, in Venezuela, in Argentina, in Perù è una sequenza di sconfitte. Non sorprende che, per resistere, Morales si appoggi a Francesco.

Ha appunto raccomandato al papa bevande a base di coca poco dopo che la conferenza episcopale boliviana lo aveva accusato di “far penetrare il narcotraffico nella struttura dello Stato”.

E di ritorno in Bolivia ha consigliato ai vescovi di “fare apertamente un partito pro capitalista e pro imperialista”, mentre lui esibisce dalla sua parte il papa. Che “è contento di quello che abbiamo fatto e mi ha detto: Stai sempre con il popolo”:

> Perché la sinistra sudamericana in crisi adesso fa il tifo per il papa

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351278

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