TwitterFacebookGoogle+

Il potere temporale del linguaggio

Il cattolicesimo ha talmente permeato nei secoli l’uso del linguaggio che ancora oggi gli atei si esprimono con le parole dei credenti generando confusione.
Geri Steve –

Giorni fa ho partecipato a un dibattito su cosa stava dietro la rappresentazione che Daesh-Isis fa di se stesso per reclutare nuovi jiadisti. Molti intervenuti hanno riproposto il mantra dei fondamentalisti che non sono dei veri musulmani, per cui l’islamismo non sarebbe causa di alcun male. Mi sono ricordato il vecchio mantra dei “compagni che sbagliano”, la contrapposizione del “comunismo reale” al “vero comunismo”, quella dei credenti, preti, democristiani, che non sono dei “veri cristiani”… Sono affermazioni che, se ci penso bene, non hanno senso; eppure so di averle fatte anch’io. Perché? Perché io mi esprimo con il linguaggio della cultura in cui vivo e questa cultura si basa su presupposti di fede.

Analizziamo il problema dal punto di vista di un credente “classico”: lui è certo del fatto che dio esista e che la sua religione sia stata rivelata da dio; nella nostra “classica cultura” tutte le religioni sono monoteistiche, rivelate, ed hanno come fondamento un testo sacro. Per questo tipo di credente è quindi naturale e importante domandarsi se un credente (lui per primo) si sbaglia o no; lo fa usando il testo sacro, la sua chiesa, la cultura religiosa dominante, i riti religiosi… per lui l’affermazione secondo cui un musulmano, cristiano cattolico, protestante, ortodosso, ebreo sia veramente tale o no ha senso e importanza, e quindi deve avere senso anche quando si tratta di un credente in una fede diversa dalla sua.

Analizziamo invece il problema dal punto di vista di un ateo: non esiste un dio ma esistono le religioni, che vengono create e modificate da uomini: quindi le religioni esistono soltanto come fenomeni storici. Anche i testi sacri sono fatti storici: sono autorappresentazioni di una certa religione fatta da un certo soggetto (individuale o collettivo) in un certo momento. Quindi in teoria per un ateo non avrebbe senso sostenere che un cristiano o un musulmano non è veramente tale; tuttavia si usa questa espressione per affermare che certi comportamenti o certe affermazioni sarebbero in contraddizione con i sacri principi di quella religione. Allo stesso modo tutti noi, atei compresi, usiamo espressioni come essere o non essere “veri” comunisti, socialisti, pacifisti, rivoluzionari, progressisti, conservatori, atei…

Alla base di questo modo di esprimersi c’è la nostra cultura, che ha assorbito non solo le religioni, ma anche tante altre trascendenze. Qui è fondamentale la trascendenza del mondo delle idee, derivataci dal pensiero greco aristotelico. In quel mondo ideale ci sarebbero le idee di cristianesimo, di comunismo, induismo, pacifismo, islamismo, femminismo che quindi ci consentono di affermare ontologicamente se un cristiano, comunista, induista, islamico o femminista sbaglia o no.

Nel dibattito che richiamavo, un giornalista che era stato anche prigioniero dell’Isis ha affermato che alla base di quei comportamenti lui ci vedeva la religione islamica. Diversi intervenuti si sono dichiarati atei (come anche il giornalista) ma hanno controbattuto che “quei fondamentalisti non sono dei veri musulmani”, contrapponendo quindi le “religioni storiche” alle “religioni vere”. È soltanto un modo di esprimersi? Si vuole soltanto dire che ci sono altri musulmani che non condividono quei comportamenti?

Io non penso che si possa dare una risposta unica: ritengo che molte persone siano davvero convinte che esistano religioni e ideologie “vere” e comportamenti veri oppure “deviati”. Per alcuni di questi si potrebbe dire che sono dei “pseudo-atei”, in quanto non credono nell’esistenza di dio ma credono profondamente nella esistenza delle idee; per altri si potrebbe invece dire che sono atei, che però non hanno realizzato una profonda revisione ideologica e linguistica. Questo avviene perché siamo più o meno tutti intrisi di una cultura idealistica, cioè quella che assume l’esistenza delle idee in un qualche mondo trascendente, ben definito o no. Di fatto, il nostro linguaggio si è modellato sulla nostra cultura e quindi è difficile esprimere i rapporti fra ideologie diverse senza usare i concetti di idea giusta e idea sbagliata, anche se noi non crediamo davvero che quelle idee esistano.

Il linguaggio condiziona la nostra comunicazione con gli altri e la nostra comunicazione con noi stessi, cioè il nostro modo di pensare. Non è poco: anch’io, ateo convintissimo, trattando di idee, ideologie e religioni, spesso comunico – e probabilmente penso anche – con il linguaggio dei credenti; ad esempio, quando affermo che una persona dice effettivamente ciò che pensa, facilmente dico che quello “è in buona fede”; quando affermo che l’evoluzione naturale porta a certi risultati facilmente dico che l’evoluzione “tende” a quei risultati. La cultura atea non ha ancora revisionato il nostro linguaggio, per cui su certi temi è difficile, se non quasi impossibile, esprimersi con chiarezza.

Geri Steve

http://cronachelaiche.globalist.it/Detail_News_Display?ID=125342&typeb=0&Loid=335&il-potere-temporale-del-linguaggio

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.