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IL PRESEPE DEL NON CATTOLICO ED IL NON PRESEPE DEL PARROCO

Di Attilio Tempestini | 29.12.2014 Trascorso ormai Natale, proviamo a riconsiderarla lungo linee meno usuali, l’annosa polemica sul presepe nei luoghi pubblici. Mostrando come si possa da non cattolico, essere perentoriamente favorevole; da cattolico, anzi da parroco, fare un discorso ben diverso.

Ecco allora Augias, in “la Repubblica” di questo dicembre, rispondere sotto il titolo “Perché il presepio parla a tutti gli uomini” ad un lettore: ed affermare “pur non essendo cattolico”, che un preside lombardo il quale non ha installato il presepe “ha sbagliato due o tre volte”. Giacché ha ignorato che esso è la “rappresentazione di un evento di capitale importanza nella storia” e tale “rappresentazione porta un messaggio di pace e di fratellanza”.

Ogni persona, però, ignora qualcosa ed Augias dal canto suo ignora come tali qualifiche, da lui addotte, potrebbero addursi -e di fatto vengono, nel mondo, addotte- per tante altre rappresentazioni: di eventi vuoi religiosi vuoi non religiosi. Ad argomenti poi, che presenta come universalistici, Augias aggiunge quello localistico: il presepe “appartiene ad una radicata tradizione di questo Paese” e chi arriva in Italia “venendo da paesi lontani” deve “rispettare” i nostri “usi”. Ebbene aderiamo, per un momento, a tale localismo e prescindiamo da chi, in Italia, arriva: fermiamoci anzi a chi in Italia c’è da tante generazioni che giungono a quella seconda metà dell’Ottocento, in cui sono sulla scena sia un papa Pio IX che scrive il Sillabo, sia un Garibaldi.

Le persone allora, le quali oggi non apprezzano il presepe in scuole pubbliche perché si riconoscono in una tradizione nel segno del secondo nome piuttosto che del primo, non lo meritano forse, rispetto? Con un po’ di coraggio si potrebbe, peraltro, varcare i nostri confini quanto basta per guardare a quelle istituzioni europee, che qualche questione ulteriore rispetto ai tetti per il deficit ed il debito statali, l’hanno pur considerata: considerandola in scarsa sintonia, con l’Augias che parla di “radicata tradizione”.

Non ha infatti avuto successo la richiesta della S. Sede che, nel preambolo della Costituzione europea, si dichiarassero “radici cristiane”. Forse non l’ha avuto perché nulla come la parola radici indica indisponibilità, ad un dialogo e ad un avvicinamento, verso modi di pensare diversi dal proprio… In realtà gli argomenti di Augias sono quelli che troveremmo, su “L’osservatore romano” (o troveremmo qualche tono leggermente meno acceso, con l’attuale pontefice?), per tutte le classiche questioni investenti il rapporto fra politica e religione: come il crocifisso nelle scuole pubbliche.

Il fatto però, che Augias parli da non cattolico, mette a fuoco la circostanza che su questioni del genere il contrasto corre -almeno in paesi come l’Italia, la Francia, ecc.- non fra chi è cattolico e chi no, ma fra chi ritiene che la religione sia questione pubblica e chi ritiene sia questione privata. Qui passa, storicamente, un classico confine fra Stato confessionale e laico, fra persone clericali e laiche. La controprova la dà, una vicenda di cui sempre “la Repubblica” di dicembre ha dato -apprezzabilmente- notizia, nelle pagine sulla provincia di Torino.

A Leinì ecco nei confronti di una scuola che, come quella lombarda, non aveva installato il presepe, il parroco locale affermare: “credo che prima di chiedere ad un’istituzione laica scelte che possono passare come confessionali, si debba chiederle di non avere pregiudizi”. A leggerle in controluce, rispetto alle bordate di Augias, come appaiono calibrate queste affermazioni, che senso della misura esprimono! Mi piacerebbe trovarli, articoli di questo parroco, su qualche nostro quotidiano! –

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