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Il problema non e’ la crisi, e’ la disuguaglianza

Cosa succede in città

Ecco come le élite economiche mondiali agiscono sulla politica per truccare le regole del gioco economico e della democrazia. Inaccettabile. [Antonio Cipriani]


domenica 26 gennaio 2014 17:25


di Antonio Cipriani

Se parli di come funzionano le élite mondiali economiche, se usi termini come neoliberismo, oligarchia e sistema di potere, non sei trend. Nel mondo della comunicazione e della politica si è costruito negli anni un meccanismo di omologazione straordinario – studiato da decenni – che implica qualcosa di più del conformismo (altra parola ormai desueta), opera sulla rappresentazione, in un’arena delle opzioni possibili, di tutte le posizioni in gioco. Con una tale ricchezza di offerta e di posizioni, da rendere ovvio il fatto che in questo nostro occidente democratico si possa scegliere liberamente tra posizioni diverse. In un’etica del discorso ristretto, però. Laddove i riflettori dei media delimitano il campo d’interesse del discorso, quindi della possibilità dei cittadini di accedere responsabilmente e coscienziosamente alla conoscenza degli elementi utili per avere una propria posizione.

Funziona così. I cittadini sono bombardati dai media, da potenti e ricche campagne di marketing, ed è difficile discernere il vero dal falso. Anche perché, per far passare le peggiori scelleratezze, sono state usate parole-chiave affabili e devianti, capaci di anestetizzare coscienze e creare un consenso superficiale di marketing. Pensate alle guerre basate tutte su false notizie e su campagne di stampa potenti per convincere della necessità bellica l’opinione pubblica. Senza allontanarci troppo nel tempo, basta ricordare l’ultimo intervento umanitario (sic!) in Libia. Ma pensate anche a quello che viviamo, in una politica nazionale sempre più invasiva nell’informazione, a fronte di una situazione economica di crisi reale. Mentre nei salottini televisivi si disquisisce (sempre gli stessi protagonisti in una rappresentazione teatrale del Paese) di tutto e di niente, di riforme elettorali e di crisi, le élite economiche mondiali fanno il loro gioco.

La crisi è l’effetto. Il problema è che le regole del gioco economico sono truccate e vanno a intaccare il funzionamento delle istituzioni democratiche. Nel mondo 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Il rapporto di ricerca Working for The Few, diffuso da Oxfam, spiega come “l’estrema disuguaglianza tra ricchi e poveri implichi un progressivo indebolimento dei processi democratici a opera dei ceti più abbienti, che piegano la politica ai loro interessi a spese della stragrande maggioranza”.

Un sistema che ci pervade a tal punto che vediamo, senza reagire (i media non possono farlo perché sono di proprietà dello stesso sistema di potere), gli interessi privati devastare il bene comune. I ricchi sfruttare la propria influenza per stabilire regole del gioco (anche attraverso la politica) a loro favorevoli. In Italia lo vediamo quotidianamente: con il crollo della scuola pubblica, con il consumo del territorio, con le grandi opere inutili, con la gentrificazione delle nostre città. Con la costruzione di un mondo dorato per ricchi, e di una platea di aspiranti pronti a tutto per il sogno individuale. Pronti a qualunque forma di prostituzione intellettuale e fisica. Senza mai mettere nel conto la possibilità che i diritti siamo un bene comune per i quali combattere tutti insieme con una coscienza civile, se non di classe.

“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”.

Vi pare abbastanza chiaro? Lo stesso rapporto afferma che dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi è diminuita in quasi tutti i paesi del mondo. Ovvero: i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse. Potremmo dire che negli ultimi quaranta anni abbiamo assistito alla riscossa dei ceti ricchi a spese delle classi povere e medie. L’1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari). Dice ancora Winnie Byanima: “Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità


Ecco il rapporto di Oxfam Working for the Few in pillole:
. ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore;
. negli Stati Uniti, anni e anni di deregolamentazione finanziaria sono strettamente correlati all’aumento del reddito dell’1% della popolazione più ricca del mondo che ora è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione;
. in India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di un sistema fiscale altamente regressivo, di una totale assenza di mobilità sociale e politiche sociali;
. in Europa, la politica di austerity è stata imposta alle classi povere e alle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;
. in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà.

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