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Il samurai e il congolese da 400 anni custodi del Quirinale

Uomini vestiti con abiti mai visti, tuniche intessute di lucide sete preziose e copricapi curiosi si sporgono indisturbati dall’alto, oltre una balaustra, a sbirciare chi stringe la mano al Presidente della Repubblica. E’ il ciclo di affreschi più famoso del Quirinale, uno dei più importanti dell’arte manieristica, che oggi compie 400 anni con i suoi ambasciatori, i suoi armigeri e le sue storie fuori dell’immaginario. Un compleanno in occasione del quale l’Agi ha ottenuto in esclusiva un nuovo filmato che testimonia il loro eccellente stato di conservazione dopo i restauri degli ultimi anni. Nonostante i numerosi passaggi di mano del Palazzo: dai Papi a Napoleone poi ancora ai papi e ai Re d’Italia.

 

 

 

Con la Repubblica, infine, è giunto il momento della risistemazione, avvenuta in più fasi nel corso degli ultimi 20 anni ed ora completata.

E’ nel 1615 che una squadra di pittori italiani venne chiamata da Paolo V Borghese a rappresentare la nuova corte papale: non più parte marginale di un’Europa spezzata in due dal tremendo confronto da riformati e cattolici, ma centro di tutto il mondo, antico e nuovo, fino agli estremi confini della terra. Di lì giungevano uomini dalle fattezze esotiche e sconosciute: persiani abissini e nestoriani dai lineamenti che fanno pensare addirittura all’Indocina, convenuti in questa sala a chiedere alleanza o addirittura giustizia al Papa di Roma. Sono l’archimandrita Adamo e l’Ali-qoli Beg che viene da Isphahan, precedendo di un secolo e mezzo i personaggi immaginari delle opere di Montesquieu, e spesso hanno accompagnatori occidentali: frati francescani o avventurieri inglesi. Giungono a dispetto delle stesse grandi potenze europee, che dalle loro corti decidono il destino delle loro genti e fagocitano l?argento delle Indie occidentali e le spezie di quelle orientali.

II salone dai quattro nomi

Paolo V queste cose le sa bene: è nato nella diplomazia pontificia e nella finanza curiale e intende mettere la Chiesa al centro del mondo, il Colle al centro della Chiesa. Il palazzo del Quirinale, sotto i suoi ordini, assume la definitiva fisionomia e si ricavano al piano nobile due enormi ambienti destinati l’uno alla Cappella Paolina, l’altro all’enorme sala che, a seconda delle epoche, sarà chiamata Sala Paolina, Sala Regia, Sala degli Svizzeri, ora Salone dei Corazzieri. Molti i nomi, e molti anche i rifacimenti delle decorazioni, ma nessuna di queste ha mai riguardato l’affresco che corre lungo tutte le pareti, in alto: un fregio che parte quasi da mezza altezza e arriva fino al soffitto di legno, oro e lapislazzulo. Qui, sporgendosi da immaginari parapetti, uomini giunti dai punti cardinali con gli occhi sgranati, si affacciano a sentire le parole del pontefice. E’ l’inizio dello spirito barocco: la vita come volontà e rappresentazione teatrale unita ad un gusto travolgente per l’esotismo. Nel Salone dei Corazzieri si vive lo spirito del Seicento sotto sembianze ancora cinquecentesche. Le forme della sala sono michelangiolesche, ma barocco è il chiaro intento di stupire e colpire con colori vivaci e la rappresentazione di un’umanità che sembra essere uscita dalle pagine del Tesoretto di Brunetto Latini.

Le loro storie personali sono affascinanti, ed in particolare quelle di Manuel Ne Vunda e Hasekura Tsuneganga. L’uno primo ambasciatore di uno stato africano indipendente a raggiungere l’Europa, il secondo fedele samurai dello Shogun, ma soprattutto uomo di sottili arti diplomatiche, incaricato di una delicatissima missione.

Il messaggio smarrito

La figura più nobile, tra le decine raffigurate nel Salone dei corazzieri, è quella di un uomo dalla carnagione scura e i capelli corti e ricci. Le fattezze sono indubbiamente africane, come anche il mantello e quella sorta di camicia a rete che spunta da un petto largo e possente. Lo sguardo, poi, è intenso e profondamente virile. L’uomo è solo, e chiaramente cerca spiegazioni da un ragazzo dai capelli rossicci, teso nello sforzo di farsi capire. Alla sua sinistra una guardia svizzera dalla folta barba bianca si appoggia alla lancia, impegnato in una corveè che non l’entusiasma. Il volto dell’ambasciatore è degno per la sua intensità della miglior ritrattistica romana, la sua postura lascia trasparire un senso di autentica regalità. Il ritratto è fedele, la missione ci fu, ma quando arrivò al Quirinale Manuel Ne Vunda, inviato del re del Bakongo, cristiano e sovrano, Paolo V Borghese non potè che provare per lui una profonda pietà e stringerlo in un abbraccio, senza riuscire nemmeno a sentirne la voce. Ne Vunda era stato spedito da Alvaro II del Congo per perorare l’intercessione del Papa con i portoghesi, responsabili di razzie e di far fiorire il mercato degli schiavi. Don Manuel, che le cronache romane descriveranno poi come dai modi profondamente cortesi, parte con ventiquattro compagni per un viaggio che dura quattro anni interi, ed è ad alto rischio: spagnoli e portoghesi sorvegliano con occhio attento. Se il papa dovesse stabilire un contatto diretto con i neri del Bakongo, molte cose cambierebbero anche per loro. Le peregrinazioni di Ne Vunda sono complicate e perigliose. Attraversando le acque dell’Atlantico viene assaltato dai pirati barbareschi, perde quasi tutti i compagni di viaggio ed è costretto a fermarsi, infine, proprio nel paese per lui più inospitale, la Spagna. Per tre anni conduce una vita miserabile, vende quel poco che gli resta, vive di scarse elemosine e con grande difficoltà riesce ad imbarcarsi alla volta di Roma. Ma è solo e stremato. Quando attraversa l’agro romano e giunge in vista della tomba di Pietro ha solo quattro fidi compagni con sé, e la febbre lo divora. Il papa dà ordine che gli si vada incontro con un corteo di prelati e diaconi, incaricati di scortarlo fino al suo cospetto nel gran palazzo che si va completando. Ne Vunda però è preda della consunzione, lo possono trasportare solo a bordo di una lettiga perché non ce la fa più a montare a cavallo. Paolo lo accoglie tra le braccia, ma lui non può parlare. Non ce la fa nemmeno ad articolare i suoni: è giunto finalmente alla meta, ha assolto al suo compito, ma non riesce a riferire l’ambasciata. Poche ore dopo rende l’anima a Dio. È l’alba del 6 gennaio 1608. L’Africa resterà muta di fronte ai soprusi dei bianchi per almeno altri quattro secoli.

L’ottavo samurai

Pochi anni dopo la sfortunata missione di Manuel Ne Vunda la corte di Papa Borghese veniva ancora nuovamente sconvolta da un’ambasceria venuta da un paese, se possibile, ancora più remoto e più fantastico. Bussarono alla reggia del Quirinale cinque uomini vestiti di strane tuniche ornate di ricchi ricami, con i capelli raccolti in buffe crocchie e abitudini mai viste: mangiano a tavola servendosi di bastoncini e si liberano il naso con piccole pezze di seta leggerissima, che poi buttano via. Li accompagnava un frate francescano, ma questa era la peggiore delle compagnie in un palazzo dove, da qualche tempo, la facevano da padrone i gesuiti. Hasekura Tsuneganga, il loro capo, viene dalle spiagge di Cipango, non lontano dalle isole dell’oro e dell’argento di cui favoleggiavano da tempo gli avventurieri europei, ed al Papa veniva per spalancare al cristianesimo le porte di tutto l’arcipelago.Sono gli anni in cui Akira Kurosawa ambienta il suo più famoso capolavoro, I sette Samurai, il Giappone è scosso da uno stato di perenne anarchia da cui emerge tra mille difficoltà il potere centrale dello Shogunato.

Clip da ‘I sette samurai’, Akira Kurosawa (1954)

E’ proprio lo Shogun decidere l’ambasciata, e Hasekura suo servo fedele parte alla volta della Nuova Spagna con la copia perfetta di un galeone spagnolo, realizzata dalle maestranze di Cipango. Dalla Nuova Spagna passa all’Europa, a Madrid, dove viene battezzato avendo come padrino il terribile Duca di Lerma, l’uomo forte della corte di Filippo III. Poi giunge in Francia, infine a Roma. Il Papa lo accoglie, o ascolta, ma intanto gli è già giunta voce che lo Shogun suo signore ha ormai avviato una terribile persecuzione dei suoi cristiani, e al samurai fedele a Cristo e al Tenno non torna che tornare in patria, senza sapere che destino avrà. Sarà un destino di sangue per lui e per la sua famiglia. Nel frattempo lo immortala nel Salone dei Corazzieri il pennello di Agostino Tassi, Giovanni Lanfranco e Carlo Saraceni, ed è l’unico ricordo che si ha di lui per molto tempo ancora, fermo nell?aspetto di un uomo dalle fattezze sconosciute che ascolta nei secoli, tenendo la guancia appoggiata alla mano, le parole di un papa. Il Gran Saluto degli ambasciatori Il Salone dei Corazzieri continua ancora adesso a svolgere la funzione per cui l?aveva pensato Paolo V, almeno una volta l’anno.

Alla fine di dicembre, infatti, i successori di Ne Vuna e Hasekura tornano ad assieparsi lungo le pareti di questa sala, ampia cinquecento metri quadrati. Sono uomini e donne venuti anche loro dalle parti più lontane del mondo, ed ancora oggi spiccano, tra le grisaglie conformi all’uso della moderna diplomazia, i vestiti colorati delle ambasciatrici africane, le più affezionate ai propri abiti tradizionali. E’ la cerimonia con cui il Capo dello Stato riceve il Corpo Diplomatico per gli auguri di fine anno. Il Presidente, seguendo un protocollo vecchio quanto la corte dei Savoia, ascolta il saluto del decano degli ambasciatori accreditati, che per prassi è il nunzio apostolico vaticano, e risponde facendo una riflessione sulle condizioni della politica internazionale, sulle attese per l’anno che sta per iniziare, sulle delusioni di quello che si sta chiudendo. è il momento in cui le orecchie delle cancellerie sono tese ad ascoltare, e non a caso è quello in cui il Quirinale tranquillizza, avverte, lascia intendere.

Oscar Luigi Scalfaro, ad esempio, ne approfittò nel 1992 per assicurare che l’Italia sarebbe stata in grado di uscire da uno dei momenti più difficili della sua storia contemporanea, segnata da Tangentopoli e dall’uscita dal sistema monetario europeo; Carlo Azeglio Ciampi salutò nel 1999 l’imminente avvento dell’euro ricordando che il Paese era entrato nella moneta unica tra i primi, contro le scommesse di molti; Giorgio Napolitano fece sapere, nel 2011, che si sarebbe chiusa la fase critica segnata da uno spread, il differenziale tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi, schizzato alle stelle con grande preoccupazione degli altri paesi europei. E’, il discorso degli auguri, un testo che viene immediatamente girato ai governi i cui capi missione si siedono, composti e rispettosi, sotto gli occhi dei loro lontani predecessori, e come questi ascoltano con attenzione, pronti a riferire. Al termine, il Presidente ha cura di salutare gli ospiti uno ad uno, riconoscendo loro pari dignità e stando attento a non dare l’impressione che ve ne siano di preferiti rispetto agli altri, o viceversa che esistano paesi con cui si vogliano marcare le distanze. E’ il delicato gioco della diplomazia di cui il Capo dello Stato è primo intestatario, dal momento che quegli ambasciatori non presso il governo italiano sono accreditati, ma presso la Presidenza della Repubblica, e a lui devono presentare le credenziali.

E mentre stringe circa duecento mani l’una dopo l’altra, stando attento a pronunciare almeno una frase di saluto ad ognuno degli ospiti, dall’alto di un fregio barocco uomini in kimono e turbante lo osservano con espressioni di meraviglia e di profondo studio, con aria talvolta incuriosita, talvolta sorpresa, talvolta persino stupita. Si sporgono come da una piccionaia, poggiano la testa sulle mani e parlottano, occhieggiano, si volgono, inarcano le schiene circondati da cortigiani dagli abiti sfarzosi ed armigeri in corazza. Come se la loro missione non fosse ancora completata nel tempo, nonostante sia stata fermata nell’affresco da esattamente quattrocento anni.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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