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Il sigaro di Fidel Castro, simbolo di una rivoluzione

Roma – L’ultimo sigaro, quello che riassumeva una vita trascorsa per metà sulla Sierra maestra e per l’altra metà a comandare Cuba, glielo aveva regalato “Cueto”, ovvero José Castelar Cairo, leggendario sigaraio dell’isola che in vista del 90 compleanno (caduto il 13 agosto scorso) aveva confezionato per Fidel Castro uno dei suoi amati ‘puros’, ma lungo ben 90 metri, un metro per ogni anno della vita del ‘lider maximo‘. La storia della Rivoluzione cubana, e dei suoi capi, è stata anche e, soprattutto nei momenti di crisi, storia di simboli, di icone. Tra queste non è mai mancato il sigaro, appiccicato alla bocca di ‘Fidel’, del ‘Che’, di Camilo Cienfuegos, e rilanciato in centinaia di foto a ribadire l’unità interna al nucleo fondante della ‘Revolucion’ e annullarne le differenze caratteriali, di pensiero, di strategia politica e militare. Non bastava la comunanza cameratesca di un sigaro fumato insieme, però, ad annullare le differenze interne a quel nucleo, spesso dettate da inevitabili gelosie.

Molto si è detto sulla spedizione di Guevara in Bolivia, quella che gli costò la vita: uno degli ultimi a puntare il dito contro il ‘lider maximo’ è stato Dariel Alarcon Ramirez, detto ‘Benigno’, che di quella spedizione fece parte e fu l’ultimo a vedere vivo il ‘Che’: “Cienfuegos e Guevara”, ha raccontato nel 2009 al Corriere, “facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il ‘Che’ prese a calci la radio e urlo’: ‘Ecco dove porta il culto della personalita’! (leggi articolo).

#Egypt_Today | #Cuba, Fidel Castro compie 90 anni,#Sigaro di … – https://t.co/ZOleBIfEg9#Fidel_Castro pic.twitter.com/h90Cc0YtFw

— Egypt Today News (@EgyptToday_News) 13 agosto 2016

Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i Paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte. Quando tornammo all’Avana, Fidel gli propose di andare a combattere in Sud America“. “Il lider maximo – ricorda Benigno – partecipò ai preparativi. Veniva al campo d’addestramento, ci garantiva l’appoggio del partito comunista boliviano, la copertura degli agenti segreti, la formazione di nuove colonne. Avremmo dovuto sbarcare nel nord del paese, in territorio favorevole alla guerriglia. Imparammo anche il dialetto locale. Quando Fidel era presente, il Che se ne stava in disparte. Capimmo poi il perché”.

E, d’altronde, il sigaro non è di per sé rivoluzionario. Era celebre sulle labbra di Winston Churchill (dalla sua passione ne è nata perfino una serie che porta il nome dello statista mai sconfitto da Hitler ed è legata agli avvenimenti centrali della sua vita) e pure il dirimpettaio geografico e politico di Fidel ne andava pazzo: prima di firmare l’embargo americano a Cuba John Fitzgerald Kennedy incaricò il suo portavoce Pierre Salinger di procurargli qualche migliaio di sigari dell’isola. “Pierre, allora come è andata?”, chiese Kennedy il giorno dopo. “Li ho”, rispose Salinger, che ha raccontato la vicenda negli anni successivi. “Fantastico!”, esclamò Jfk, e, nel racconto di Salinger, prese i documenti del “bloqueo” e lì firmò. Il presidente americano amava gli ‘H. Upmann’, provenienti dalla manifattura fondata dal banchiere tedesco Herman Upmann, che nel 1844 si era trasferito all’Avana.

Scattato l’embargo l’industria dei sigari a Cuba entrò in crisi, e quella che per Fidel era una passione diventò una preoccupazione politica ed economica. Il settore, spiega Luigi Ferri nella sua “Storia del sigaro” (ed. Odoya), una bibbia per gli appassionati, venne velocemente riorganizzato e, grazie anche all’apertura dei mercati nei paesi socialisti, riuscì a superare le difficoltà. L’idea socialista spinse alla creazione di un sigaro per tutte le fasce sociali: nacque il Siboney, dal nome di un’antica tribù che abitava l’isola; fu un fiasco. Il primo a non credere nel suo successo era stato lo stesso Fidel Castro, che “considerata la sua passione per i puros” si fece realizzare nel 1963 una produzione d’eccellenza solo per lui”. “Il Cohiba – ha raccontato lo stesso capo rivoluzionario nel 1994 alla rivista ‘Cigar aficionado’ – non esisteva come marchio a Cuba. Accadde che uomo che lavorava per me come guardia del corpo fumava sigari belli e aromatici, e allora gli chiesi cosa stesse fumando. Mi rispose che non era una marca particolare, e che a darglieli era stato un amico che li fabbricava. Dissi: ‘Troviamolo’. Provai quei sigari, erano così buoni che lo rintracciammo e gli chiedemmo come li faceva. Ci spiegò la qualità di tabacco usata. Ci disse tutto”. “A quel punto – prosegue Castro – mettemmo insieme dei produttori di sigari, demmo loro ciò che occorreva e la fabbrica fu fondata. Adesso Cohiba è conosciuto in tutto il mondo. “Cohiba – sottolinea Ferri – oggi è la marca ammiraglia della produzione cubana, la più qualitativa, quella cui vengono riservate le maggiori attenzioni in tutte le fasi del processo produttivo, in cui le foglie del ripieno sono sottoposte a una terza fermentazione, anzichè le classiche due, per sviluppare aromi e profumi di particolare eleganza”. Tutto ciò è accaduto in mezzo secolo, cinquanta anni in cui da icona rivoluzionaria il sigaro cubano ha percorso tutta la Sierra Maestra per arrivare, orgoglioso e sfrontato, anche sulle labbra dei capitalisti tanto odiati da Fidel. 

Per approfondire:

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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