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Il vero discorso di Gesù prima di essere crocifisso dai Giudei secondo Tito Giuseppe Flavio

12782283_10206920070734390_664912118_n[1]Nel 68 d.C., Gesù tentò di fermare il tentativo di rivolta a Gerusalemme da parte degli Ebrei zeloti che chiesero soccorso agli Idumei. Mentre quest’ultimi erano fuori le mura di Gerusalemme e gli zeloti erano assediati dentro il tempio, Gesù dall’alto della torre fece un lungo discorso agli Idumei, cercando di spiegare loro che non avrebbero avuto scampo contro le legioni Romane. Gli Idumei, ben sapendo che Gesù era cugino dell’imperatore Nerone, accusarono il “Cristo Re” di aver chiamato le legioni Romane. Gesù tentò di discolparsi ma non ci fu nulla da fare. Ecco le vere parole di Gesù, che risorgono dopo 2000 anni di inganno da una mai avvenuta morte per crocifissione nel 33 d.C., prima di essere ucciso, tratte dallo storiografo Tito Giuseppe Flavio in Guerra Giudaica:

Perciò Gesù, il più anziano dei sommi sacerdoti dopo Anano, montò sulla torre che fronteggiava gli Idumei e si rivolse a loro dicendo che fra i molti e svariati mali che opprimevano la città nessuno l’aveva tanto colpito quanto i voleri della fortuna per cui anche gli eventi più inaspettati favorivano i piani dei farabutti. “A sostenere contro di noi degli individui perversi voi vi siete precipitati con un ardore che non si sarebbe capito nemmeno se la metropoli avesse invocato il vostro aiuto a difesa dai barbari. Se io vedessi nelle vostre file gente simile a quella che vi ha chiamato, non troverei nulla di strano nel vostro impeto, perché niente concilia tanto le simpatie quanto l’aver caratteri uguali; ma sta di fatto che se quelli venissero presi in esame ad uno ad uno, risulterebbe che ognuno merita mille volte la morte. Sono la feccia e il rifiuto di tutto il paese,che dopo aver divorato ciò che avevano ed esercitato il loro furore nei villaggi e nelle città vicine, alla fine si sono furtivamente introdotti nella città santa; briganti che nella loro insuperabile empietà profanano finanche il pavimento sacro, che ognuno può vedere aggirarsi senz’alcun timore ubriachi nei luoghi santi e intenti a digerire nel loro ventre insaziabile le spoglie delle loro vittime. Invece lo spettacolo delle vostre schiere e delle vostre fulgide armi è tale, quale avrebbe dovuto essere se la città vi avesse chiamato per pubblica deliberazione a soccorrerla contro lo straniero. Come definire una cosa simile se non un insulto della fortuna, quando si vede un’intera nazione prendere le armi a sostegno di una banda di delinquenti? Mi sono a lungo domandato che cosa vi abbia indotto a muovervi con tanta precipitazione, perché senza un grave motivo non avreste impugnato le armi per difendere dei banditi e per attaccare un popolo fratello. Ma poiché abbiamo sentito parlare di Romani e di tradimento – così infatti hanno or ora gridato alcuni di voi, e di esser qui per liberare la metropoli – è una tale diabolica menzogna di quei farabutti quello che ci ha colpito più di tutti gli altri audaci misfatti. Degli individui per loro natura amanti della libertà come voi siete, e perciò sempre pronti a battersi contro un nemico esterno, non v’era altro modo di aizzarli contro di noi che accusandoci falsamente di tradire la loro cara libertà. Ma voi dovete riflettere chi sono gli accusatori, chi gli accusati, e ricavare la verità non da discorsi menzogneri, ma dalla situazione generale. Perché ci dovremmo ora vendere ai Romani, mentre potevamo in primo luogo non ribellarci o, dopo la ribellione, venire presto a un accordo, prima che il paese all’intorno venisse devastato? Ora nemmeno se lo volessimo sarebbe facile un’intesa, dal momento che la conquista della Galilea ha infuso superbia nei Romani, e il blandirli ora che sono vicini ci procurerebbe una vergogna peggiore della morte. Anch’io, per mio conto, preferirei la pace alla morte, ma una volta entrato in guerra preferisco una morte gloriosa al vivere in prigionia. Si dice che noi, i capi del popolo, abbiamo inviato nascostamente messi ai Romani, o che l’ha fatto il popolo per pubblica deliberazione? Se noi, si dicano i nomi degli amici inviati ai Romani, degli schiavi che si prestarono a consumare il tradimento. Fu scoperto qualcuno che partiva? Fu catturato qualcuno che tornava? Sono state intercettate delle lettere? Come avremmo noi potuto eludere tanti cittadini, con cui stiamo insieme ogni momento, mentre quei pochi, che per di più erano assediati e non potevano nemmeno scendere dal tempio nella città, sarebbero venuti a sapere ciò che si preparava segretamente nel paese? E son venuti a saperlo ora che debbono pagare il fio dei loro misfatti, mentre finché si sentivano sicuri nessuno di noi fu sospettato di tradimento? Se poi è contro il popolo che essi lanciano le loro accuse, la deliberazione popolare dové certamente essere pubblica e nessuno mancare all’assemblea, sì che a voi la notizia doveva pervenire più rapida e più chiara della loro segreta denuncia. E poi? Non bisognava anche mandare ambasciatori dopo aver deciso la resa? E chi ebbe tale incarico? Lo dicano! Ma questo non è che un espediente di gentedura a morire che cerca di stornare gli imminenti castighi. Ammesso pure che è destino di questa città di essere tradita, gli unici capaci di fare anche questo sarebbero i nostri accusatori, ai cui misfatti manca soltanto uno, il tradimento. Quanto a voi, poiché siete qui in armi, dovete assolvere a questo altissimo dovere di giustizia, difendere la metropoli e contribuire ad abbattere questi oppressori che hanno tolto di mezzo i tribunali e, calpestando le leggi, fanno emanare le sentenze dalle loro spade. I più galantuomini fra i notabili li hanno trascinati per la piazza, li hanno gettati ignominiosamente in prigione e, senza ascoltare una loro parola o una loro supplica, li hanno messi a morte. Se voi entrerete in città, non come nemici vincitori, potrete vedere le prove di ciò che dico: case svuotate dalle loro ruberie, mogli e figli degli uccisi in lutto, gemiti e lamenti per tutta la città; infatti non v’è nessuno che non abbia subito le scorrerie di quegli empi. Essi sono giunti a tal punto di follia, che non solo hanno trasferito la loro audacia brigantesca dal contado e dalle altre città su questa, che è il volto e la testa di tutta la nazione, ma anche dalla città sul tempio. Questo è diventato la loro base, il loro rifugio, la fucina dei loro preparativi contro di noi, e il luogo venerato da tutto il mondo e rispettato per fama dagli stranieri dei paesi più lontani è ora calpestato da questi mostri nati proprio fra noi. Presi dalla disperazione, ormai si studiano stoltamente di aizzare un popolo contro l’altro, una città contro l’altra, e di armare la nazione contro il suo stesso centro vitale. Sicché per voi la cosa più bella e più conveniente, come ho detto, è quella di contribuire a togliere di mezzo questi profanatori, punendoli anche dell’inganno per aver osato chiamare in aiuto quelli che dovevano temere come punitori. Ma se provate imbarazzo perché essi vi hanno rivolto una preghiera, potrete deporre le armi, entrare in città come consanguinei e assumervi una parte a metà fra quella degli alleati e quella dei nemici facendovi arbitri. E considerate anche quale vantaggio avranno ad essere giudicati da voi per colpe così manifeste e così gravi, essi che a persone innocentissime non concessero nemmeno di parlare; ricevano dunque questo beneficio dal vostro arrivo! Se poi non volete né condividere il nostro rancore né far da giudici, c’è una terza possibilità, quella di abbandonare a sé stesse le due parti senza né accrescere le nostre pene, né collaborare con i nemici della metropoli. Se proprio avete un fortissimo sospetto che alcuni di noi si siano messi in contatto con i Romani, è in vostra facoltà di tener sotto controllo le strade di accesso, e se si scoprirà che è vera qualcuna delle accuse, potrete venire a presidiare la metropoli e a punire i colpevoli: i nemici non potrebbero prevenirvi essendo voi accampati nei pressi della città. Se, infine, nessuna di queste proposte vi sembra ragionevole o equilibrata, non vi stupite se le porte rimarranno chiuse fino a che sarete in armi”1.

La vera morte di Gesù

Così parlò Gesù, ma la massa degli Idumei non gli dette ascolto, anzi era infuriata di non poter entrare immediatamente, mentre i capi fremevano all’idea di deporre le armi: a farlo per ingiunzione di altri pareva loro come di esser caduti prigionieri.

Giuseppe Flavio sulla fine di Gesù; rileggiamo cosa successe la notte che Gesù venne ucciso:

Durante la notte scoppiò un violento temporale con venti impetuosi, piogge torrenziali, un terrificante susseguirsi di fulmini e tuoni e spaventosi boati di terremoto. Sembrava la rovina dell’universo per la distruzione del genere umano, e vi si potevano riconoscere i segni di un’immane catastrofe2.

Vediamo come ancora una volta l’evangelista Matteo ha ricopiato e traslitterato questo passaggio di Guerra giudaica nei vangeli nell’inventata morte per crocifissione di Gesù:

E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di dio!»3.

Ancora Tito Giuseppe Flavio che descrive la morte di Gesù nel 68 d.C.:

A lui si affiancava degnamente Gesù, inferiore rispetto ad Anano, ma superiore agli altri. Debbo ritenere che dio, avendo condannato alla distruzione la città contaminata e volendo purificare col fuoco i luoghi santi, eliminò coloro che vi erano attaccati con tanto amore. E quelli che poco prima, avvolti nei sacri paramenti, avevano presieduto a cerimonie di culto di portata universale ed erano stati oggetto di venerazione da gente venuta nella città da ogni paese, era dato ora di vederli gettati ignudi in pasto ai cani e alle fiere. Su uomini siffatti io credo che la stessa virtù abbia lacrimato, lamentando di esser stata così calpestata dalla malvagità: tale fu la fine di Anano e di Gesù4.

Gesù, menzionato infine da Giuseppe Flavio senza epiteti aggiuntivi al suo nome. Inferiore ad Anano come rango e come oratore, ma subito dopo di lui. Gesù, ucciso, oltraggiato, sbeffeggiato, e gettato in mezzo alle altre migliaia di cadaveri, nudo e in pasto ai cani e alle fiere, da parte di quelle stesse persone che precedentemente venivano ad ascoltarlo vestito dei sacri paramenti. Scrive ancora Giuseppe Flavio:

E oltre a queste iscrizioni ve n’era una quarta, negli stessi caratteri, la quale menzionava Gesù come re, che non aveva regnato, crocifisso dai Giudei perché preannunciava la distruzione della città e la desolazione del tempio5.

Altro che i Romani: furono i Giudei ad uccidere Gesù.

Gesù, sangue Romano imperiale ed egizio tolemaico, un uomo in perenne lotta con i Giudei, un uomo buono a detta di G. Flavio, che scaraventò a terra i tavoli dei cambiavalute e usurai Ebrei, che li chiamava “razza di vipere” e “adoratori del diavolo” nel loro dio che non riconosceva, che gli Ebrei volevano morto durante il processo con Pilato, facendo sì che sotto l’imperatore Claudio, cugino di Gesù, li facesse espellere da Roma. Gesù a Roma sotto Claudio che istigava gli Ebrei facendoli infine espellere dall’imperatore e che infine fu da essi ucciso nel 68 d.C. Gesù Boeto, figlio di Maria Boeto, moglie di Erode e sorella di Marta, Lazzaro, figlia di Simone Boeto e di Cleopatra, cugina di Anna Elisabetta e Giovanna, tutti personaggi che ritroviamo nei vangeli con le stesse relazioni di parentela, ed infine Maria Boeto che cercò di uccidere Erode nei racconti di G. Flavio con un veleno fatto venire dall’Egitto nello stesso periodo in cui Erode la cercava mentre fuggì in Egitto per i vangeli. Maria rimasta incinta da Giuseppe, figlio di Alessandro Heli nato da Cleopatra e Marco Antonio. Giuseppe Heli nato da Alessandro e Ottavia Minore sorella del primo imperatore di Roma Cesare Augusto. Questo è il quadro che emerge dalle ricerche pubblicate nel libro “Cristo il Romano” edito da Altera Veritas e acquistabile su Macrolibrarsi al seguente indirizzo: http://www.macrolibrarsi.it/libri/__cristo-il-romano-libro.php.

Alessandro De Angelis, scrittore ricercatore storico delle religioni

www.alteraveritas.it

1 gg IV, 238-269.

2 gg IV, 286,287.

3 mt 27:50-54.

4 gg IV, 270-325.

5 ggr 5.5.2.

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