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Il vertice europeo sui migranti potrebbe portare alla fine di Schengen

Doveva essere una mini-riunione informale in formato ristretto, sta diventando una sorta di pre-Summit con 10 paesi a bordo, con posizioni distanti e dall’esito ad oggi difficile da prevedere. L’incontro che sarà ospitato domenica prossima dal presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker a Bruxelles, cui al momento dovrebbero partecipare Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Austria, Bulgaria, Malta e Grecia, rischia di allargare le distanze del già diviso fronte europeo sul tema migranti. 

L’iniziativa di un pre-summit partita da Berlino

L’iniziativa del mini-vertice è partita da Berlino: secondo quanto appreso dall’AGI a Bruxelles infatti, la proposta sarebbe stata avanzata dalla Germania, soprattutto in chiave di politica interna. A muovere Angela Merkel lo scontro tra la cancelliera e il suo ministro dell’Interno, Horst Seehofer, sulla possibilità di respingere alla frontiera i richiedenti asilo entrati nell’Ue da un altro Stato membro. Nelle intenzioni della Merkel il mini-vertice doveva essere dedicato in particolare alla questione dei movimenti secondari, ovvero gli spostamenti dei richiedenti asilo tra i vari stati della Ue.

Un modo insomma per la Merkel di ‘disinnescare’ l’attacco dell’alleato bavarese. Da quanto si è appreso, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha ricevuto da Berlino la richiesta di organizzare il mini-summit, ma ha respinto la proposta. La questione degli spostamenti interni dei migranti allarma l’Italia. Nel faccia a faccia tra Merkel e Emmanuel Macron ieri a Meseberg, la cancelliera e il presidente francese hanno affermato la necessità di accordi bilaterali per facilitare il trasferimento dei richiedenti asilo nei paesi di primo ingresso.

Parigi e Berlino lavoreranno affinché i migranti “registrati nel primo paese della zona Schengen possano essere ripresi il più presto possibile nel paese in cui sono stati registrati”, ha detto Macron chiamando in causa indirettamente l’Italia. E non è un caso se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che oggi ha visto Tusk a Roma, ha affidato a Twitter l’unico commento del dopo vertice proprio su questo tema: il governo “non è disponibile a discutere dei ‘secondary movements’ senza prima aver affrontato l’emergenza dei ‘primary movements’ che l’Italia si ritrova ad affrontare da sola”.

Schengen rischia di finire 

Fonti di palazzo Chigi aggiungono che per l’Italia sarebbe inaccettabile arrivare alla riunione di vertice informale che si terrà domenica a Bruxelles con uno schema già del tutto deciso, in particolar modo riguardo alla messa in carico per il nostro Paese di migranti di secoudary movements. Matteo Salvini annuncia che una proposta italiana sarà presentata a breve e attacca Parigi e Berlino.

Ma l’impasse è evidente: senza un accordo entro la fine di giugno il rischio è che il ministro dell’Interno tedesco, come promesso, ordini di respingere i migranti al confine tedesco e l’Austria potrebbe decidere di sigillare il Brennero. In pratica, la fine di Schengen. E l’isolamento dell’Italia.

Intanto, mentre la Tunisia dice un secco ‘no’ alla richiesta, anche italiana, di ospitare campi per migranti o piattaforme di sbarco sul suo territorio, al momento non è chiaro nemmeno quale sarà l’agenda su cui i partecipanti al vertice di domenica si confronteranno. Juncker, rispondendo a una domanda diretta di una cronista ha fatto capire che la ‘soluzione Dublino‘ sembra definitivamente superata. Alla domanda se il mini-summit fosse “l’alternativa alle quote solidali” proposte dalla Commissione, Juncker ha risposto senza esitazione: “Si”.

“Se tutti gli Stati membri avessero seguito le proposte di revisione di Dublino, non saremmo arrivati al problema a cui siamo oggi”, ha aggiunto. E proprio i primi a schierarsi contro la ricollocazione solidale di migranti, i paesi di Visegrad, si vedranno domani a Budapest con il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, in quello che fonti diplomatiche definiscono già un “contro vertice”. Il pre-summit di domenica ha creato attriti anche ai piani alti delle istituzioni di Bruxelles. Dopo il ‘no’ di Tusk a Berlino infatti, è stato Juncker a farsi carico della riunione informale, ma senza riconoscerne la paternità: “Non sono stato io ad avere convocato la riunione”, ha ammesso lo stesso presidente della Commissione senza risparmiare una stoccata a Tusk: “Non presiederò una riunione tra stati membri – ha aggiunto Juncker – ma siccome altri si rifiutano di farlo è necessario che ci sia qualcuno che lo fa…”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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