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Il Vesuvio violato dalle fiamme e dal fumo, il videoreportage di Agi

Prima il fumo poi le fiamme alte, infine la coltre nera e spessa. La ‘Montagna’ cara ai napoletani questa volta non erutta, non è protagonista, ma subisce l’onta di un miscuglio di incuria, piromani, una stagione particolarmente secca e cattive abitudini come bruciare le stoppie e gettare mozziconi per terra. Il nostro viaggio sul Vesuvio, dopo una settimana di roghi che progressivamente dalla sommità si sono estesi alle pendici, comincia dall’Osservatorio Vesuviano, nel territorio del comune di Ercolano.

Il fuoco è arrivati ai cancelli, le fiamme erano nella boscaglia sotto alle terrazze.È cominciato tutto in alto, poi un altro focolaio più in basso e in poco tempo siamo stati circondati. È saltata la linea telefonica. Se non fossero arrivati subito i soccorsi, l’Osservatorio Vesuviano sarebbe finito. È il primo al mondo”. C’è anche orgoglio, e non solo paura e tensione, nel racconto di Antonio, il custode anziano della struttura che apre i cancelli a una pattuglia dell’Esercito che controlla le zone messe in sicurezza e segnala nuovi focolai. Una perlustrazione a cui l’AGI ha avuto l’opportunità di assistere.

 

“Abbiamo segnalato immediatamente – dice, indicando lontano con la mano – adesso sembra tutto a posto, ma da qui si vede tutto: è un disastro. Ci chiedono se c’è pericolo per il vulcano… I contadini di una volta dicevano che quando l’erba sale il Vesuvio è tranquillo. Venti anni fa, quando ho cominciato a lavorare, tutta quella vegetazione non c’era. Ora è tutto bruciato”.

San Sebastiano si mobilita da sola

Dal terrazzo più alto dell’edificio borbonico lo sguardo abbraccia tutto il golfo. Tre Canadair fanno la spola tra il mare e i focolai. Scaricano acqua sui roghi appena spenti che minacciano di riattizzarsi al primo soffio di vento. Poi vanno via, verso San Sebastiano al Vesuvio e Terzigno. A San Sebastiano il fuoco è arrivato giovedì, ma la popolazione non era impreparata. La gente si è mobilitata da sola, ma prima che cominciasse la stagione degli incendi. 

Il vicesindaco Giuseppe Panico risale lungo la strada di accesso al parco del Vesuvio dove una pineta è andata in cenere e residence e ristoranti hanno vissuto prima la paura delle fiamme e adesso avvertono il morso del blocco di ogni attività. “Avevamo lavorato – spiega all’AGI – per prevenire i roghi, ripulendo i terreni e realizzando delle dighe di terra, perché dove non ci sono sterpaglie il fuoco non cammina – spiega il vicesindaco, ancora affaticato da notti insonni – sono campi coltivati che i contadini mantengono sempre puliti. A fianco macchie di bosco, incenerite. E ci tengono i contadini a questi pomodori che coltivano. Ieri me ne hanno regalato una cesta. Avevamo fatto un gran lavoro tutti assieme. Poi ci hanno tolto le competenze, hanno smantellato la forestale… Bisogna fare prevenzione”.

Canadair in azione

Nella pineta di San Sebastiano, su un costone, gli arbusti rinsecchiti di pini marini, che solo qualche giorno fa avevano le chiome foltissime, ora riprendono a bruciare perché la brace che cova sotto una fitta coltre di cenere è ancora attiva. Il terreno è caldo e si puo’ calpestare solo con le scarpe adatte. I militari si spingono su, verso il costone, per calcolare le coordinate esatte della località. Via radio gli uomini del settore forestazione della Regione Campania comunicano la posizione del rogo che riprende vita e il Canadair scarica 6.000 litri di acqua. La zona torna a essere in sicurezza, e ora arriveranno i vigili del fuoco per le operazioni da terra. 

Non va altrettanto bene a Terzigno, dove un focolaio ha ripreso, alimentato dal vento. Si trova in una zona impervia, non raggiungibile neppure con i mezzi fuoristrada. Una pattuglia del servizio forestazione della Regione osserva dalle pendici nei pressi di un campo di calcio. L’Esercito raggiunge il punto più vicino e comunica le coordinate per la geolocalizzazione. Passano pochi minuti e tre Canadair raggiungono le fiamme. Per due ore scaricano continuamente acqua sul bosco e la pineta viene messa in sicurezza. 

“La politica deve fare uno scatto”

Sul posto arriva anche il sindaco di Terzigno, Francesco Ranieri. “Qui era finito tutto – spiega all’AGI – possiamo dire di aver superato il momento più critico ma qualcosa deve cambiare. La politica deve fare uno scatto. Non si può continuare cosi’. Abbiamo bisogno di un monitoraggio continuo, non possiamo distruggere questo patrimonio. Devo ringraziare tutti i volontari, la protezione civile, i carabinieri, l’esercito che sono intervenuti ma la Regione Campania deve interessarsi di più di queste zone per una prevenzione costante”. La gente è stata in strada, ha lottato con le fiamme, è scappata, ha messo in salvo i cani di tre rifugi con un passa parola anche sui social, ha protestato per le carenze d’acqua, l’incuria, lo scaricabarile. E non sono mancati momenti di disorganizzazione di una macchina complessa da gestire. Ma con i vigili del fuoco, i volontari, la Protezione civile e l’Esercito ha solo sorrisi. Sono gli alleati preziosi di una battaglia che è appena iniziata. Ora c’è il rischio frane da affrontare, dopo che oltre 100 ettari sono spariti e altri stanno sparendo. E poi c’è l’incognita della ripiantumazione, ci sono attività economiche da ricostruire, c’è la paura che tutto ricominci daccapo. Ma la ‘Montagna’ resta un luogo sacro. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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