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Il voto finale sul Rosatellum e il partito (trasversale) dei franchi tiratori 

Da una parte la piazza, alimentata dai Cinque stelle, da Mdp e Sinistra italiana; dall’altra i sottoscrittori del patto sul Rosatellum bis secondo i quali l’Aula di Montecitorio dovrebbe dimostrare responsabilità ed evitare imboscate nel segreto dell’urna. La partita vera si gioca in un solo colpo, ovvero sul voto finale al provvedimento. Se salta il Rosatellum va in tilt tutto il sistema, l’avvertimento di chi mette in guardia dal rischio di portare il Paese all’esercizio provvisorio.  

I ‘peones’ incontrollabili

Nella Lega si nega che siano pronti all’azione franchi tiratori ma soprattutto in FI, Pd e Ap si fa la conta di chi tra giovedì sera (al massimo venerdì mattina qualora i tempi si dovessero allungare a causa dell’alto numero degli ordini del giorno da parte di M5S e Mdp) possa decidare di affossare il sistema di voto. Difficile fare calcoli, i mal di pancia vanno per aree geografiche trasversali più che per schieramenti politici.

Tra i dem alla Camera si pensa che una quota di trenta contrari sia fisiologica, ma i ‘peones’ vengono considerati non ‘controllabili’, delle vere e proprie ‘mine vaganti’. “Di fronte ai propri interessi non c’è leader che tenga – argomenta un esponente dem -. Ci definiscono sconosciuti ma semplicemente noi facciamo affidamento sui nostri voti, non sulle coperture di qualche capo corrente”, tra quelli intenzionati a votare contro. 

Il partito dei ‘franchi tiratori’ 

Quello dei franchi tiratori è un partito trasversale: “Non ci scriviamo per non lasciare traccia, magari ci telefoniamo”, spiega un altro deputato del Pd. Mercoledì tutti i ‘big’ dem, da Orlando a Franceschini, erano in Transatlantico per ‘catechizzare’ i propri deputati di riferimento. Al momento agli atti c’è il no alla fiducia di Cuperlo, Meloni, Monaco. C’è la perplessità di Napolitano ma – argomenta un altro malpancista Pd – “le logiche sono personali, chi è al terzo mandato oppure è sicuro di non essere ricandidato spariglierà le carte”. 

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Un cauto ottimismo

In realtà a Montecitorio tra i sottoscrittori del patto prevale comunque un cauto ottimismo, soprattutto qualora arrivasse il soccorso di qualche pisapiano: sulla carta i sì sarebbero oltre 400, una cifra che potrebbe sfiorare i 450. Quindi per bocciare la legge le defezioni dovrebbero essere da un minimo di 120 a un massimo di 127, e tutto il fronte del ‘no’ compatto dovrebbe venire in Aula a votare, senza assenze. Semmai, i problemi potrebbero manifestarsi più a palazzo Madama. Da qui l’intenzione della maggioranza di ‘forzare’ e avviare l’iter del Rosatellum già la settimana prossima, con l’ok finale prima del voto siciliano. 

Il Rosatellum fa paura

“Abbiamo margini per portare la legge a casa”, è la convinzione al Nazareno. “Ogni voto segreto è a rischio”, dice però il presidente dem, Orfini. Dubbi ci sono anche in Forza Italia, soprattutto tra i parlamentari del sud che con il Rosatellum vedono ridursi le possibilità di rielezione e anche tra i deputati del nord che temono di essere sopraffatti nel gioco dei collegi dal Carroccio. 

Lo spettro dei 101 che affossarono Prodi

C’è chi poi, soprattutto tra le file azzurre, non nasconde la rabbia per la decisione di blindare il percorso della legge elettorale. Mercoledì però durante la riunione di gruppo presieduta da Brunetta non si è levata alcuna voce contraria. Anche la Lega martedì ha tenuto una riunione di gruppo: “Si prevede una totale compattezza”, dicono fonti parlamentari del Carroccio. Ma in ogni caso nessuna forza parlamentare si sente di scongiurare lo spettro dei 101 franchi tiratori che affossò la candidatura di Prodi al Quirinale.

Oggi ne servirebbero molti di più, ma la consapevolezza è che nel segreto dell’urna possano essere altre le logiche dei ‘dissidenti’ nei partiti che hanno siglato l’intesa sul Rosatellum. “Chi dice che questa legge va bene è solo perché sa di essere ricandidato, ma l’unica cosa sicura – queste per esempio le perplessità di deputati sparsi anche tra le forze politiche favorevoli – è che così si va a votare dritti a marzo e non a maggio e noi perdiamo circa 30mila euro…”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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