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In Amazzonia è ricominciata la deforestazione

La deforestazione delle foreste pluviali dell’Amazzonia, dopo dieci anni di tregua, legati alle denunce del movimento ‘Save the Rainforest‘, è ripresa a ritmi molto alti, trainata dalla domanda delle grandi multinazionali, in particolare quelle della soia. Lo denuncia il New York Times, citando le cifre dell’istituto le cifre dell’Istituto nazionale del Brasile per le ricerche spaziali, secondo il quale in un anno, dall’agosto 2015 al luglio 2016, per la prima volta da oltre un decennio, nel bacino amazzonico del Brasile la deforestazione ha raggiunto i 2 milioni di acri, quasi 8.100 chilometri quadri, un territorio pari all’Umbria, contro gli 1,5 milioni di acri di un anno prima e gli 1,2 milioni di acri dell’anno precedente.

Come funziona il business della deforestazione

La deforestazione avviene attraverso l’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri, che preparano così la strada alla coltivazione intensiva del territorio, per poi rivendere i raccolti alle grandi multinazionali alimentari. Greenpeace da tempo denuncia il ruolo nella deforestazione delle tre grandi multinazionali della soia, Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill, che utilizzano i raccolti della distruzione della foresta amazzonica per produrre mangimi animali, destinati soprattutto all’Europa. Secondo il New York Times almeno 865.000 acri di foresta sono andati distrutti in media ogni anno dal 2011, un’area equivalente a oltre due volte l’estensione territoriale del comune di Roma. L’incremento della deforestazione, secondo i dati forniti Centro di documentazione e Informazioni boliviano, che osserva l’area coi satelliti, è salito da una media di 366.000 acri l’anno negli anni Novanta del secolo scorso ai 667.000 acri del primo decennio degli anni Duemila, concentrandosi soprattutto, al confine tra Brasile e Bolivia.

Quelle aree protette minacciate

La deforestazione delle foreste amazzoniche non riguarda solo le aree legate alle grandi coltivazioni agricole ma anche quelle collegate allo sfruttamento minerario, a cui sono interessate le compagnie minerarie alla ricerca di oro, diamanti e niobo, un metallo raro impiegato nella produzione di acciaio inossidabile. Ieri la sezione brasiliana del WWF ha denunciato l’intenzione dei parlamentari dello stato federale brasiliano dell’Amazonas, ai confini con Colombia e Venezuela, legati al Pmdb, il partito del presidente Michel Temer, di ripresentare un progetto di legge per ridurre l’entità di quattro riserve protette e cancellare completamente quella della riserva biologica di Campos de Manicore, smantellando così il provvedimento approvato nel 2016 dall’ex presidente Dilma Rousseff. Il testo è stato discusso dai parlamentari dell’Amazonas con Eliseu Padiho, controverso ministro della Real Casa del governo Temer, inquisito nell’ambito del processo sullo scandalo Petrobras. Se approvata, la nuova legislazione entrerebbe in vigore dal marzo prossimo e l’Amazzonia perderebbe oltre un milioni di ettari (10.000 chilometro quadri) di parchi protetti.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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