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In Arabia Saudita l'università va avanti grazie (anche) a 100 cervelli italiani

A Thuwal, un villaggio di pescatori a un’ora di macchina da Gedda, alle porte della Mecca, la città sacra dell’Arabia Saudita, c’è una delle università più avanzate al mondo. E ospita cento italiani tra professori, ricercatori e studenti. Una comunità scientifica completa che porta tanta Italia nel Paese teocratico, a partire della statua del Re Abdullah, cui è dedicato l’ateneo, fatta interamente in vetro di murano.

Il ramo delle bioscienze è guidato da professori italiani. E in tutte le altre facoltà sono presenti ragazze e ragazzi che hanno lasciato il bel Paese per inseguire il sapere. E per avere qualche riconoscimento in più. Tra loro c”è Valentina Carboni che respinge l’etichetta di “cervello in fuga”, preferendo quella del “cervello in viaggio”.

Anche se prima di partire aveva inviato centinaia di mail nella speranza di ottenere un lavoro in Italia. Trent’anni e un curriculum fatto di lauree, dottorato e post doc a pieni voti, è un’assegnista di ricerca alla King Abdullah University of Science and Technology. Uno dei gioielli nel mondo accademico inaugurato nel 2009 e che ora ospita mille studenti da ogni angolo del pianeta.

Qui Carboni si occupa di “sintesi di nuovi materiali organici porosi”. Non è la prima volta che mette piede fuori casa per inseguire la sua passione per la chimica. “Sono nata e cresciuta in un piccolo paesino dell’entroterra marchigiano. Si chiama Castelplanio ed è il Paese di origine di Carlo Urbani, il medico che scoprì il primo caso di Sars”. Si presenta così.

Il resto lo fa raccontare dal lungo elenco di traguardi: laurea in chimica e specializzazione in “sintesi organica” all’Università di Camerino; dottorato e post doc in chimica, incentrato in fotochimica e chimica supramolecolare all’Università di Bologna con un’esperienza di sette mesi all’Universita’ di Montreal in Canada. E, infine, dall’ottobre 2016 è di “stanza” in Arabia Saudita.

“Finito il post doc a Bologna ho spedito centinaia di curriculum a varie aziende italiane – racconta -. Era diventato un lavoro parallelo. L’aspetto piu’ mortificante e’ stato pero’ non ricevere risposte. Forse tre o quattro”. A dicembre del 2015 ha scritto all’Universita’ del Re Abdullah: “Mi hanno risposto mezzora dopo, ho fatto il colloquio via Skype e mi hanno chiesto di preparare i documenti per raggiungerli”. Inutile fare paragoni: “Appena arrivata mi sembrava di stare nel paese dei balocchi. Qui usiamo strumenti che non avrei mai pensato di vedere in vita mia”. Non solo: “Ovviamente non ci sono problemi di finanziamenti, lo stipendio è praticamente il doppio rispetto all’Italia”.

Nell’offerta è compreso anche l’alloggio. “Viviamo in un campus universitario, ci sono persone da tutto il mondo e qui dentro non vige il rigore previsto negli altri luoghi dell’Arabia Saudita. Non devo indossare l’abaya ma c’è comunque un dress code da rispettare e abbiamo anche delle policies comportamentali. Tuttavia, non nascondo che prima di arrivare avevo qualche timore, in realtà ho scoperto che anche su questo Paese abbiamo tanti pregiudizi”.

La quotidianità è comunque condizionata: “All’esterno del campus devo portare l’abaya, il vestito islamico, e non posso guidare. Devo sempre farmi accompagnare da qualcuno. Ma per me è comunque un fatto secondario perchè trascorro buona parte del mio tempo all’interno del campus, tra studi e hobby. Mi piace molto cucinare e i miei nuovi amici, non solo quelli italiani ma anche altri da tutti i continenti, apprezzano i piatti italiani. Il venerdì è giorno di riposo ed è ormai tradizione che si pranzi da me, un po’ come la domenica dalla nonna”.

 L’ateneo sul Mar Rosso si estende su una superficie di oltre 36 chilometri quadri, con tanto di museo, santuario marino e centro ricerche. E’ aperto ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. La popolazione studentesca proviene da oltre 60 nazionalità, il 69% degli studenti è internazionale e il 31% dall’Arabia Saudita.

Carboni, nonostante la fuga, non se la prende con il sistema universitario italiano: “Ciò che ammiro tantissimo dell’Italia è che siamo in grado di fare una ricerca di alto livello con risorse limitate – spiega -. Ma ovviamente non si vive solo di intenzioni, la mia alternativa sarebbe stata quella di fare la disoccupata in Italia. La mia comunque non è una fuga, perché si fugge davvero da guerre e carestie, da situazioni che sono nettamente peggiori rispetto a non trovare l’occupazione ideale”.

Forse anche per questo la ricercatrice italiana non nasconde la sua “ammirazione” per chi “decide di restare in Italia facendo innumerevoli sacrifici. Io ho fatto una scelta diversa che comporta altri sacrifici e come me migliaia di giovani a cui purtroppo il nostro Paese ancora non è in grado di dare risposte”.

Anche per questo Carboni è decisa a partecipare al voto, anche da lontano. “E’ un diritto a cui non voglio rinunciare – spiega -. Vorrei che però ci fosse una nuova classe dirigente, non per forza esclusivamente giovane perché ritengo l’esperienza necessaria ma lo è altrettanto la freschezza delle idee”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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