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In caso di guerra, la Cina sta già preparando i campi per i profughi nordcoreani

La Cina chiede “un incontro a metà strada” tra Stati Uniti e Corea del Nord dopo le parole del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, che aprono a un dialogo “senza pre-condizioni” per convincere Pyongyang​ ad abbandonare il suo programma di sviluppo di armi nucleari, ma contemporaneamente si prepara all’esodo dalla Corea del Nord nel caso di un conflitto tra gli Usa e il regime di Kim Jong-un.

Già la settimana scorsa, il Financial Times riportava l’esistenza di un piano per accogliere i profughi provenienti dalla Corea del Nord lungo gli oltre 1400 chilometri di confine che separa i due Paesi. Almeno tre, nella località di Changbai, ma la rete di accoglienza di profughi nord-coreani, secondo quanto scriveva il New York Times, potrebbe estendersi ad altre strutture nelle località cinesi di Hunchun e di Tumen, in prossimità del confine con il regime di Kim.

A svelare l’esistenza di un piano per la realizzazione dei cinque campi profughi è un documento del principale operatore di telefonia in Cina, China Mobile, circolato per giorni sui social media e sui siti web in cinese all’estero. Il documento cita una decisione della sezione locale del Partito Comunista di Changbai per la creazione di cinque campi profughi “a causa delle tensioni trans-frontaliere” che Pechino osserva con preoccupazione: il mese corso, il Ministero egli Esteri aveva confermato la chiusura, ufficialmente per lavori di ristrutturazione, del “ponte dell’Amicizia” che collega Cina e Corea del Nord e sul quale passa circa l’80% dei traffici commerciali tra i due Paesi.

Il governo non conferma né smentisce

Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, ha dichiarato ieri di non essere a conoscenza di notizie su questo caso ma senza spingersi a negare l’esistenza dei piani per l’eventuale gestione dei profughi. Le preoccupazioni per la costante tensione nella penisola coreana sono state oggetto anche di un intervento dello stesso ministro degli Esteri, Wang Yi, pochi giorni dopo l’ultimo test di un missile balistico intercontinentale da parte di Pyongyang, il 29 novembre scorso.

 

Durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri mongolo in visita a Pechino, Damdin Tsogtbaatar, Wang aveva implicitamente criticato sia gli Stati Uniti per le sanzioni unilaterali, sia la Corea del Nord, che martedì ha promesso di diventare “la più forte potenza nucleare al mondo”, e aveva definito “spiacevole” che Washington e Pyongyang non avessero approfittato dei circa due mesi e mezzo trascorsi senza provocazioni missilistiche o nucleari da parte del regime di Kim per un avvicinamento. Prima del test del 29 novembre scorso, l’ultimo lancio di un missile balistico di Pyongyang risaliva al 15 settembre scorso, quando un missile balistico a raggio intermedio aveva sorvolato per la seconda volta in pochi giorni i cieli dell’isola giapponese di Hokkaido, facendo scattare le sirene di allarme.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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