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In Cina il vino italiano va sempre più di moda. Lo dicono i numeri

A chi bazzica la Cina per business sarà capitato di partecipare a sontuose cene di lavoro dove il vino viene versato nei calici fino all’orlo neanche fosse succo di frutta (l’altra bevanda sempre presente a tavola insieme al tè). A poco è servito diventare il quinto mercato più grande al mondo: all’aumento dei consumi non sono immediatamente seguiti gusti raffinati. Ma presto non sarà più così – scrive l’agenzia Xinhua. Con l’espansione del mercato sta emergendo infatti la richiesta di una nuova figura professionale: quella del sommelier. Si chiama “Scienza e cultura del vino” ed è il corso universitario creato nel 2008 dal professor Kong Weibao della Northwest Normal University (a Lanzhou, nel Gansu: nuova frontiera della produzione vinicola cinese). I primi anni l’aula era pressoché vuota, ma oggi straripa di studenti. Tra gli oltre duemila iscritti, alcuni seguono il corso per curiosità, altri invece pensano di farne un mestiere. Vizi e virtù dei millennial cinesi, che vogliono vivere bene e mangiare sano. E non badano a spese.

Partiamo dai numeri. La Cina nel 2017 ha importato oltre 746 milioni di litri: ciò significa – stando al China Wine Association Alliance –  che nel mercato cinese è entrato il 17% in più di vini stranieri rispetto all’anno precedente.

Inutile affondare sempre il dito nella piaga: sì, è francese il vino più venduto in Cina, non il nostro. La Francia è il primo Paese esportatore (973 milioni di euro in valore); seguono l’Australia (640 milioni in aumento del 23%), il Cile (290 milioni), la Spagna (171). L’Italia è quinta, a quota 130 milioni.

Arranchiamo con però qualche notizia positiva. Le esportazioni dei prodotti enologici sono aumentate del 29%, toccando il record storico. Tanto da spingere Coldiretti a dire che il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino (gli Usa sono il sesto Paese esportatore, dietro l’Italia). Un trend che si inserisce nel quadro positivo della crescita dell’export dell’Italia in tutto il mondo: +5,8% nei primi mesi dell’anno (qui i numeri di Sace Simest).

Una cosa è certa: per i vinicoltori italiani la Cina è un mercato strategico.

Ne sa qualcosa Vinitaly, impegnata in questi giorni in un nuovo roadshow in Cina. Con le quattro tappe della missione commerciale – Verona, Shenzhen, Changsha, Wuhan – si consolida la presenza in Asia del Salone Internazionale (dopo Pechino, Shanghai, Hong Kong, Chengdu e gli appuntamenti della Vinitaly International Academy). Veronafiere ha coinvolto 46 aziende, tra cantine italiane e distributori cinesi, portando nella Terra di Mezzo 300 etichette. Stando ai dati di Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, il 2017 ha visto i consumi di vino in Cina crescere del 3% rispetto al 2016. Non solo: il valore delle importazioni ha toccato quota 2,5 miliardi di euro, raddoppiando in 10 anni.

C’è di più. La quota di mercato dell’Italia all’inizio del 2018 è pari al 7%; non proprio risicata se si considera che i margini di crescita per l’export restano elevati. E’ chiaro: per conquistare nuovi consumatori bisogna aiutare i cinesi ad apprezzare la qualità e la varietà della produzione vitivinicola. E a non vedere in una pregiata bottiglia di vino soltanto un dono da esibire. “Le tre città individuate – commenta Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere – costituiscono hub strategici per diffondere cultura, storia e lifestyle legati al vino italiano, in ottica di uno sviluppo dei consumi. Il nostro export vinicolo in Cina negli ultimi dieci anni è cresciuto del 50%, ma siamo ancora lontani dai competitor (Fonte: Quotidiano.net).

Bisogna affrettarsi prima che la Cina impari a produrlo da sola, il vino.  Se è vero che l’import cinese di vino è salito del 75% dal 2012, dalla ricerca dell’Area studi di Mediobanca, emerge che negli ultimi vent’anni la quantità di vigneti impiantati nel Paese è cresciuta un bel po’. Del 407%. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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