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In nome di chi? Analisi clinica del terrorismo religioso

di Maurizio Montanari

L’ho fatto in nome dell’Isis‘. Questo è il breve testamento vergato da Sayfullo Saipov prima di seminare morte nella grande mela. Un furgone lanciato contro la folla, la città colpita nelle sue arterie pulsanti di vita, morti per strada, la Manhattan di ‘Io e Annie’ sotto scacco e paralizzata. Una scena ormai frequente nei notiziari mattutini che si sovrappone e confonde con quelle dei corpi straziati sulle ramblas dell’agosto 2017, o quelle dei passanti falcidiati mentre transitavano sulla promenade des Anglais nella strage di Nizza del 2016.

Questi episodi ripropongono l’antica questione dell’uso della religione (o per meglio dire l’espunzione di alcuni paragrafi particolarmente violenti incisi nei testi sacri delle religioni monoteiste) come strumento per dare sfogo e forma a pulsioni umane violente ed ancestrali, sepolte negli anfratti della storia personale dell’individuo, che cercano in aggregazioni religiose o parareligiose, e nei codici sociali da queste condivisi (l’Isis oggi, Al Qaida prima), uno sbocco per uscire dalle profondità e dare un senso, ancorché tragico, a vite banali e spesso disturbate, dedicate in gran parte alla ruminazione dell’odio. Assassini dormienti in attesa di una licenza di uccidere, spesso auto conferita in nome e per conto del sedicente Stato Islamico.

Religione, fanatismo, o lettura clinica individuale?

Esiste una figura ben conosciuta dalla psicoanalisi, quella del perverso sadico, che fornisce spunti per indagare queste forme di terrorismo bisognose di una autocertificazione. Fu Adolf Eichmann nel corso delle assise che lo videro alla sbarra a Gerusalemme, incalzato da Gideon Hausner, a mostrare per primo al mondo mediatico quanto radicale e tragica possa essere la determinazione di chi sceglie di declinare la propria vita come soldato obbediente alle direttive dell’Altro, senza volontà che non sia quella del sistema di valori verso il quale si pone come docile strumento. Capace per questo di atrocità inaudite senza conoscere il senso di colpa perché, come un Golem evocato, le percepisce come ordini da eseguire che giustificano e danno forma alla sua stessa esistenza. Il perverso, per dirla con Lacan, si connota per la sua capacità di mettere a lato la propria soggettività determinandosi ‘esso stesso come oggetto’ prono al volere dell’Altro: altri codici, altre leggi, altri costumi, sovente in antitesi con quelli che regolano la convivenza civile. Proprio come i terroristi che seminano angoscia e morte in tutta Europa.

Leggiamo così, oggi, il diffuso utilizzo della religione come strumento per dare forma all’odio personale. La professione di fede, che Saipov certifica con un biglietto autografo ritrovato nel camion dopo la strage quasi fosse una polizza, ha le sembianze di un autobus sul quale trovano un passaggio feroci e lucide personalità perverse, capaci di tramutarsi in micidiali macchine di morte qualora scorgano in qualche Dio, o qualche cattivo maestro eletto a guida spirituale, quegli stessi inconfessabili desideri di dispensare morte e infliggere dolore a terzi che non avevano trovato diritto di cittadinanza in alcun luogo, se non nei meandri del loro animo.

Una lettura preliminare delle vite di Omar Mateen, l’autore della strage di Orlando del 2016 nella quale vengono falciati 49 uomini scelti per il loro orientamento omosessuale, e di Mohamed Lahouaiej Bouhlel alla guida del camion lanciato sulla folla a Nizza, ci consegna due uomini banali. Un livido manesco il primo, con la passione per la palestra e il suo viso autofotografato, la cui descrizione forse più veritiera è stata fatta dalla moglie, malmenata abitualmente, quando lo descrive come ‘bipolare’, capace di picchiarla anche solo ‘per il bucato fuori posto’; un uomo alle prese con problemi personali alle spalle, una vita destinata a fare capolino nel nulla, dopo una separazione e con precedenti penali il secondo. Per Mateen, che poco prima di imbracciare le armi chiama il 911 e dichiara fedeltà allo Stato islamico, (autocertificando in tal modo la propria azione come ‘garantita’ dall’Isis, alla stregua di Saipov) era la femminilità, ma anche l’uomo che bacia un altro uomo, quell’indicibile che ha fatto detonare in lui qualcosa che giaceva sepolto da tempo. Qualcosa di inassimilabile, incollocabile. Per il carnefice nizzardo invece era forse la vita in sé, sfuggitagli di mano da tempo, l’elemento da odiare.

In entrambi i casi si tratta del passaggio all’atto di animi ab origine violenti, capaci di colpire ‘nemici’ che si concretizzano progressivamente, ingigantiti e reificati dalla ruminazione malmostosa.

Cuori sadici e pietrificati, finalmente felici, come insegna Lacan, di ‘far vibrare le corde dell’angoscia’ dell’altro, incarnato da quei mondi per loro fonte di enigma da chissà quanto tempo: la comunità omosessuale nell’un caso e la vita libera nel secondo, potendo contare su di una loro personale interpretazione non di un testo sacro (Bouhlel era assai lontano dall’Islam, sappiamo oggi, come tanti di questi cupi assassini), ma sorretti dalle frasi ridondanti di un qualche autonominato califfo che incita a uccidere con qualsiasi mezzo tutto ciò che emana vita. L’anima di questi lucidi sicari in perenne attesa è fatta della stesa pasta del protagonista di “Memorie dal sottosuolo” quando dice: ‘il godimento derivava proprio dalla lucidissima coscienza della mia natura spregevole, […] non potevo essere altrimenti. […] Un mascalzone ha pieno diritto di essere tale’. Un livido malmostoso che, a proposito della donna, afferma: ‘per me amare significava tiranneggiare e dominare moralmente. […] certe volte mi capita di pensare che l’amore consista soltanto nel diritto liberamente accordatoci dall’essere amato di esercitare su di lui la nostra tirannia’.

Lo psicoanalista J. A. Miller definisce il perverso “Un difensore della fede […] un singolare ausiliario di Dio”, dunque un uomo di fede, un essere che cerca, edifica, installa e venera un Dio al quale votarsi, immedesimarsi.

Consiste in questo la natura del perverso, un essere dormiente e incapace di possedere una propria volontà, se non quella del padrone, che dal posto che egli gli assegna, lo sveglia e gli impartisce ordini di morte. Egli si fa interprete non già del messaggio complesso di un’autorità o di un Dio, bensì ricerca nelle sue parole quelle tracce di odio che fanno brillare in maniera assonante le medesime parti violente da tempo stoccate ma ancora pronte a detonare, ora finalmente libere di manifestarsi per un’autorizzazione che si ritiene concessa, appaltate ad un Dio o ad un significante religioso del quale ci si proclama sanguinari adepti. Il reverendo Anderson, l’esorcista della serie ‘Outcast’, confessa:
 ‘So di aver detto che faccio la tua volontà, Signore. E’ quello che ho detto alla mia congregazione. E’ quello che ho provato a dire a me stesso.
E’ una bugia Signore, l’ho fatto perché mi piaceva.

Ecco allora la grande autostrada, oggi aperta più che mai, sulla quale perversi sadici, soggetti paranoici con tendenze omicide, uomini marginali frustrati ed incattiviti, misogini picchiatori di donne, sessuofobi, odiatori della vita, si incamminano, certi di scorgere all’orizzonte un traguardo che possa ospitare anche loro sul podio dei premiati. Per costoro poco importa che sia un gradino ottenuto col sangue di altri, con l’odio come propellente. L’uso strumentale di un Dio, qualsiasi esso sia, oggi è dunque uno dei canali preferiti per la fuoriuscita di queste zone nere dell’animo umano.

Va altresì considerato il fatto che l’utilizzo ripetuto del termine ‘fondamentalismo’, enorme contenitore ormai privo di contorni definiti tanto da poterci ficcare dentro ogni nequizia che l’animo umano possa produrre, non è solo funzionale all’autoassoluzione di questi carnefici, ma al contempo serve alla società ‘civile’ per poter inquadrare dentro una cornice ben precisa espressioni dell’animo umano che inquietano per la loro ferocia e la loro inclassificabilità, delocalizzando istinti violenti proprio del consesso sociale direttamente nell’area del peccato o nel campo della radicalizzazione. ‘Ah!, si era radicalizzato nelle ultime due settimane, ecco!’…, frasario consolatorio, speso ovunque e inflazionato proprio come l’adagio ‘ha ucciso moglie e figli? Ma da tempo era in cura per qualcosa, da qualche parte…

La leggenda vuole che un giorno il Golem incominciò ad infuriare con una forza immensa, scuotendo le case, minacciando di distruggere tutto. Si andò a chiamare rabbi Loew; egli si precipitò incontro al Golem scatenato e gli strappò lo shem ed egli si dissolse in polvere. Il rabbino seppellì i suoi resti nella soffitta della vecchia sinagoga, dove si trovano ancora oggi. Consiste in questo la natura del sadico che oggi accorre ai richiami del reclutamento terrorista. Dormiente, adagiato sulla volontà del violento padrone, il cui desiderio di morte è preso come legge. Un padrone che, a differenza del rabbino, non lo condanna al sonno eterno, ma lo incita e rinforza nella sua posizione di seminatore di morte. Come nei tempi bui del terrorismo, i ‘cattivi maestri’ sanno quali corde toccare e quali paradisi promettere ai ruminatori di odio, esponendo tutti noi alle loro pulsioni di morte.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/in-nome-di-chi-analisi-clinica-del-terrorismo-religioso/

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